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INFORM - N. 8 - 14 gennaio 2003

L’editoriale di "Corrispondenza Italia"

Operatori di pace nella politica, nel sindacato e nel patronato

ROMA - Non è per un automatismo pedissequo e di maniera che anche noi del patronato Inas riapriamo il dialogo del 2003 con gli amici italiani all’estero, all’insegna dell’augurio di pace. Sul tema vitale della pace e della guerra, infatti, ogni persona di buona volontà non può che sottoscrivere con tutto il cuore le parole che (non a caso) provengono da due colli simbolici della Roma universale, dal Vaticano e dal Quirinale.

Si diceva anticamente che, una volta che si fosse pronunciata Roma, su una determinata questione, ogni ulteriore dibattito era privo di utilità. Ma evidentemente questo tipo di saggezza suona obsoleto alle orecchie sofisticate dei moderni. Tant’è che qualche Professore, di quelli con la maiuscola, ha avuto da ridire sul Papa troppo pacifista e addirittura anti-americano e anti-occidentale, a proposito della crisi irachena. Perché – si è detto – la voce di chi invoca la pace non si è levata e non si leva altrettanto alta contro le carneficine che insanguinano tanta parte del Terzo e del Quarto mondo? Nelle cento e cento guerre tra poveri che vedono vittime le stesse popolazioni cristiane in Sudan o nel sub continente indiano e nelle isole del Pacifico? Contro la fame nelle savane e nelle favelas sudamericane?

Sarebbe semplice obiettare che i messaggi, anche quelli delle maggiori autorità spirituali e morali, viaggiano e si diffondono sulle ali dei mass media che decidono, con le loro logiche, a quali di essi dare diffusione e rilievo.

Ma c’è una ragione più vera e profonda sulla quale vorremmo aiutarci a riflettere insieme. Ed è che i moniti più fermi e più forti ed anche più duri e intransigenti vanno indirizzati proprio verso chi ha più potere e più responsabilità. È ai poteri che vanno indicate con più insistenza le vie della giustizia, dell’equità, della prudenza e della moderazione. Ed è in questa prospettiva che si scorge bene la differenza tra il pacifismo astratto, idealistico, solo spiritualistico, e perciò stesso irrealistico e la concreta pax romana che vuole essere anche terrena (pacem "in terris" e non nella "città del sole") e dunque politica, nel senso alto del termine.

Ma questi ragionamenti non sono solo filosofie sui massimi sistemi. Valgono anche ai livelli delle nazioni, all’interno delle società, all’interno delle stesse parti sociali, nelle categorie, nelle singole comunità.

No ai pacifismi "angelici" dei puri e immacolati. No alle scorciatoie utopistiche dei rivoluzionari e dei massimalisti. Sì invece alla forza paziente e quotidiana degli operatori di giustizia, tra i quali vogliamo collocarci, sempre più degnamente, noi del sindacato e del patronato, assieme ai lavoratori organizzati e alle loro famiglie, in patria e oltre i confini.

Proprio in questi stessi giorni di inizio d’anno un "sindacalista e lavoratore" amico, il neo-presidente del Brasile, Lula, ha lanciato un programma da 760 milioni di dollari per un progetto "fame zero" finanziato anche con i risparmi sulle spese militari (si farà a meno di acquistare i caccia-bombardieri di ultima generazione tecnologica). Non è una trovata di demagogia populista. E non c’entra niente né con dittatori alla Fidel Castro né con tribuni alla Chavez, ai quali con una lettura forzata, distorta e rivolta ala passato da parte di alcuni in Europa e in Italia, si vorrebbe associare il neo-presidente brasiliano.

E che sia questa la lettura giusta, lo dimostra un’altra scelta di Lula, ispirata alle teorie economiche liberal-democratiche di Hernando De Soto: quella di assegnare formalmente la proprietà delle baracche nelle favelas ai loro abitanti, in modo che il "capitale morto" posseduto di fatto diventi per quei poveri la base di una micro-accumulazione capitalistica.

Sono le vie di una politica sociale pragmatica. Sulla quale cammineremo anche noi, assieme ai nostri amici ed associati, in questo nuovo anno. (Corrispondenza Italia/Inform)


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