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INFORM - N. 7 - 13 gennaio 2003

Fotografato dal sociologo Enrico Pugliese il contesto migratorio italiano

Gli interventi del demografo Antonio Golini, del presidente del CSER Gaetano Parolin e del presidente della FUSIE Domenico De Sossi

ROMA - E’ stato presentato a Roma, presso la sede centrale del CNR, il volume dal titolo "L’Italia tra migrazioni internazionali e migrazioni interne". Dall’opera, realizzata dal Direttore dell’Istituto di Ricerca sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR (IRPPS) Enrico Pugliese, è emerso come, allo stato attuale delle cose - le verifiche anagrafiche sono ancora in corso ma si stima che i nostri connazionali in possesso di passaporto siano almeno quattro milioni -, il numero degli italiani residenti nel mondo sia nettamente superiore a quello degli stranieri che vivono e lavorano in Italia. Una precisa indicazione che appare ancora più evidente dal dato disaggregato. Se da una parte infatti in Europa vivono oltre due milioni di italiani, dall’altra sul nostro territorio sono presenti solo 500 mila cittadini europei. Una tendenza ben definita che ovviamente non trova riscontro nei Paesi in via di sviluppo dove il numero dei migranti che hanno scelto l’Italia è nettamente superiore a quello ai nostri connazionali che risiedono nelle aree di provenienza.

Indicazioni di vario segno - in Italia l’incidenza degli immigrati sulla popolazione (3%) è nettamente inferiore alla media europea - che il sociologo Enrico Pugliese ci ha spiegato in poche parole. " Con quest’opera voglio ricordare la significativa presenza italiana nel mondo. Una realtà di cui bisogna tener conto e sulla quale occorre però fare chiarezza. Negli ultimi anni si è infatti registrata una vera e propria inversione di tendenza con una significativa ripresa, soprattutto dal meridione d’Italia, delle partenze dei nostri connazionali che scelgono la via dell’emigrazione per cercare nuove opportunità nel nord d’Italia ed all’estero. Voglio inoltre segnalare - conclude Enrico Pugliese dopo aver ricordato che l’immigrazione appare pienamente compatibile con la situazione demografica italiana - che per la prima volta nel 1999 le rimesse degli stranieri in Italia verso i Paesi di provenienza hanno superato quelle dei nostri connazionali nel mondo".

Una realtà migratoria, quella italiana, sospesa tra passato e futuro che secondo il Presidente della Commissione Sviluppo e Popolazione delle Nazioni Unite Antonio Golini dovrà essere affrontata attraverso la creazione di nuove forme di coesistenza basate sulla reciproca convenienza. Per il demografo la strada della piena integrazione potrà infatti essere percorsa se saranno superate, anche attraverso specifiche campagne d’informazione, le diffidenze della popolazione verso gli stranieri e se verranno lasciate agli immigrati ed ai loro figli concrete possibilità di elevazione sociale. Per Golini sarà inoltre auspicabile un miglioramento dell’attuale legge sulla cittadinanza che appare fin troppo elastica, per quanto concerne gli oriundi italiani nel mondo, ed estremamente restrittiva per quanto riguarda i minori stranieri che nascono e vivono nel nostro Paese.

Ha poi preso la parola il Presidente del Centro Studi Emigrazione (CSER) padre Gaetano Parolin che, nell’illustrare i contenuti del volume, ha ricordato come l’Italia continui ad essere un Paese d’emigrazione. L’esponente dei missionari scalabriniani ha inoltre sottolineato come a tutt’oggi il confronto tra l’esperienza dell’emigrazione italiana all’estero e quella dei nuovi immigrati finisca per favorire sia un concreto recupero della nostra storia migratoria, sia la produzione di nuove ed efficaci politiche d’accoglienza. Specifiche iniziative che dovranno tenere conto anche della ripresa dell’emigrazione interna (nell’ultimo decennio 700 mila persone hanno lasciato il sud per recarsi nelle regioni del nord), e del particolare modello migratorio, prettamente mediterraneo, che caratterizza il nostro Paese. In un contesto migratorio sempre più globalizzato (nel 2002 ben 175 milioni di persone hanno lasciato i loro Paesi d’origine), è inoltre auspicabile l’affermarsi di una nuova cultura, basata sulla dignità della persona umana, che accumuni immigrati e cittadini.

Dal Presidente della Federazione Unitaria della Stampa Italiana all’Estero (FUSIE) Domenico De Sossi è stato invece delineato il quadro dell’informazione italiana nel mondo. Una realtà di antica data - il primo vero giornale delle nostre comunità all’estero nasce oltre un secolo e mezzo fa, nel lontano 1849 - che oggi la FUSIE, grazie al patrocinio del CNEL, sta cercando di monitorare. Con essa quella dei tanti organi di stampa degli immigrati che operano in Italia. "Fino ad oggi noi abbiamo censito circa 80 testate - ha sottolineato De Sossi rispondendo ad una nostra domanda sul monitoraggio dei giornali pubblicati dai non nazionali in Italia - che riguardano direttamente o indirettamente l’immigrazione. Sono stati rilevati almeno 25 giornali, realizzati esclusivamente da stranieri, che resistono nel tempo e vengono regolarmente pubblicati. A questi dobbiamo aggiungere le altre testate che sono portate avanti sia da redazioni miste, formate da immigrati e nostri connazionali, sia da associazioni e soggetti culturali prettamente italiani. Uno stabile contesto informativo che evidenzia come l’immigrazione si stia consolidando e prenda coscienza del proprio radicamento sul territorio. Meno lineare invece la situazione dei programmi radio degli immigrati che appaiono e scompaiono con estrema facilità dai palinsesti-2.

"I giornali italiani all’estero - ha concluso il Presidente della FUSIE ricordando che c’è ancora spazio per l’informazione specializzata - sono importanti sia perché servono a mantenere un rapporto diretto tra gli emigrati e le regioni d’origine, sia perché sono legati al mondo dell’associazionismo e propongono un’informazione mediata e non generalista. Seri problemi potranno comunque affacciarsi, anche se in quest’ultimo periodo la voglia di italiano nel mondo è in costante aumento, quando, a causa del progressivo invecchiamento delle generazioni, la nostra lingua sarà meno parlata e diffusa nell’ambito delle comunità all’estero". (Lorenzo Zita-Inform)


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