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INFORM - N. 5 - 9 gennaio 2003

Dall’ultima opera di Jean Andreau della Cambridge University

Tra la stabilità formale delle istituzioni e i flussi della popolazione nel mondo romano

Il titolo di questo libro di Jean Andreau è "Banking and Business in the Roman World", ma spazia molto nel sociale. Le tecniche bancarie erano lungi dall’essere rudimentali: depositi maneggevoli, movimenti di fondo su titoli di fiducia di procedure quasi moderne, forme di chèques non girabili, novazione come trasformazione di titoli, "recepta" molto diffusi, come si chiamavano i mezzi di circolazione dei valori in generale. Non esisteva interdizione sui prestiti ad interesse come sarà più tardi nel Medioevo. Il gusto imprenditoriale scaturiva dalla possibilità di circolazione del danaro.

Non tutto, neppure molti, ma certo un bel numero dell’élite politica e sociale, possessori di patrimoni fondiari, forniscono danaro agli uomini dei mestieri, artigiani, commercianti, ma soprattutto a propositori e mediatori di affari, gestori di botteghe e di imprese, cambiavalute e banchieri. Tutti questi recettori sono di un livello sociale inferiore, molti sono o sono stati schiavi, o sono figli e nipoti di schiavi, affluiti falle regioni e dalle popolazioni conquistate, sono gli elementi più dinamici e più giovani, sovente sono greci e mediorientale, i più duttili ed assimilati ala vita e ai costumi romani, specie nelle città.

Il padrone che affida il peculio al suo schiavo non entra nei dettagli esecutivi e nella responsabilità diretta degli affari: ne attende un guadagno ma è come se fosse entrato a far parte di un’associazione o società a responsabilità limitata. Nondimeno tutto ciò era un attutirsi ed un graduale venir meno delle separazioni di casta o di classe. Per un lungo tempo però gli schiavi ed ex schiavi imprenditori non ebbero il diritto di trasmettere ai loro eredi l’integralità dei loro guadagni. Ma neppure gli aristocratici e i grandi possidenti passarono agli affari diretti. Questa loro separazione dall’economia diretta e produttiva, diremmo industriale, era permanente. Perciò a nessun livello si formarono e si svilupparono dinastie finanziarie, industriali e commerciali. Quando la mescolanza delle classi e delle popolazioni e l’assimilazione reciproca erano arrivate a compimento, verso la fine dell’Impero, la forza interiore della società romana era venuta meno. Le istituzioni formalmente intatte, Senato, Consolato, Tribunato, Municipia, Magistratura, Pontificato (pagano), Imperium, si assidevano sulla corruzione e sulla disputa violenta per la successione delle cariche.

La globalizzazione negli ultimi anni dell’Impero d’Occidente si accompagnò ad un relativismo morale esiziale; tutti si confrontavano con tutti; ultimi attori gli invasori germanici dotati di una formidabile energia, ma barbarica. Jean Andreau non prosegue fino ad una valutazione etica a chiare lettere. Conclude giudicando che le istituzioni romane si erano dimostrate troppo stabili, formalmente, sul vuoto morale e sociale della fine, condannate così a ricadere fatalmente su se stesse.

Qui meglio ci soccorre forse Edward Gibbon alla conclusione della sua magistrale opera "Decadenza e caduta dell’Impero romano d’Occidente". La corruzione aveva toccato il fondo coinvolgendo mortalmente l’istituto familiare, la morale personale, il rapporto dei sessi. Rinasce nell’intimo delle comunità cristiane da poco emerse, nonostante la condanna irrevocabile alla caduta dell’Impero, la ricostituzione morale. Se ne colgono i segni nel popolo come negli ambiti più elevati, nella corte di Costantinopoli. Uno dei segni è il riscoperto valore della castità, audacia e sfida inusitate al livello di depravazione a cui era pervenuta la vita privata delle persone.

Le figlie dell’Imperatore Arcadio, donne di grande pietà, si erano votate alla castità. Una di esse, Pulcheria, alla morte del fratello Teodosio II è proclamata Imperatrice (anno 450 d.C.), decisione inusitata del Senato; mai una donna nel concetto e nella tradizione romani poteva essere designata in prima persona al potere imperiale, non era mai accaduto. Scrive Gibbon: "Tra le generali acclamazioni del clero e del popolo, l’Imperatrice non dimenticò i pregiudizi e gli svantaggi cui era esposto il suo sesso, e decise saggiamente di impedire ogni maldicenza con la scelta di un collega che rispettasse sempre e insieme la superiorità del rango e la castità verginale della moglie. Ella sposò Marciano, un senatore sessantenne, e questo marito nominale fu solennemente investito della porpora imperiale, anche lui legato al voto di castità".

Gli scenari di questi sponsali, come ce li fa immaginare la prosa di Gibbon, abbracciano gli alti luoghi delle gerarchie e i moti popolari. Non ci fanno pensare anche a Padre Pio, ai suoi gruppi di preghiera, alle moltitudini sulla piazza San Pietro, nonché alla "fraternità e castità", il motto di alcuni tipici movimenti di giovani, cattolici e protestanti, di cui si ha notizia dagli Stati Uniti?

Ricorsi storici, parallelismi di pensiero, tra globalizzazione antica e globalizzazione moderna, e le reazioni imprevedibili o prevedibili che ne derivano… (Alberto Marinelli-Inform)


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