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INFORM - N. 4 - 8 gennaio 2003

La risposta di Marina Piazzi alla polemica sorta attorno alla sua elezione nel CdP del Consiglio Generale degli Italiani all’Estero

Ho seguito, come ovviamente avranno fatto tutti coloro che non vi hanno partecipato direttamente, la campagna intrapresa da alcuni colleghi del Consiglio contro la mia elezione al Comitato di Presidenza e non sono mai intervenuta perché nessuno di loro ha avuto la delicatezza di rivolgersi direttamente a me, preferendo usare, nei miei confronti e di coloro che hanno creduto opportuno sostenere la mia candidatura, non poca violenza verbale.

Persone che asseriscono di non conoscermi, o di non avermi mai sentita parlare, sono però state capaci di attribuirmi aggettivi di ogni tipo che, sommati e tradotti benevolmente, mi dipingono come una stalinista, arrampicatrice, usurpatrice di diritti altrui, per conto proprio o per conto terzi.

Scusatemi, ma non mi riconosco in quella specie di decerebrata che vedo spuntare dai commenti e dalle invettive sopra citate. Dimenticavo le minacce, perché anche quelle non sono mancate.

L’ultima strategia, in ordine di tempo, ma sicuramente non in assoluto, è farmi sapere - ancora una volta indirettamente - che si potrebbe avere un più alto concetto della mia persona o quantomeno si potrebbe benevolmente continuare ad ignorare la mia presenza nel Consiglio, se accettassi di dimettermi dal Comitato di Presidenza.

Purtroppo, con l’età si impara anche che per quanto ci si sforzi non si può piacere a tutti, perché siccome le persone pensano giustamente in tanti modi diversi, tentando di soddisfare tutte le aspettative si finirebbe per vivere in una costante contraddizione; così siamo forzati a scegliere e la mia scelta sta nell’essere coerente con me stessa, anche nella spiacevole certezza di non piacere a qualcuno.

Avrete già capito che di conseguenza non ho nessuna intenzione di dimettermi da un incarico che ho accettato di ricoprire con lo stesso spirito di servizio e per gli stessi motivi per cui ho accettato di rappresentare il Messico, l’America Centrale ed i Caraibi nel Consiglio Generale degli Italiani all’Estero.

Da queste parti ciascuno conserva il proprio orientamento politico, frutto di esperienze e gusti personali, ma quando si parla dei bisogni e delle prerogative delle nostre collettività è l’interesse comune che prevale, per cui succedono cose, evidentemente impensabili altrove, come proporre ed eleggere come propria rappresentante una signora che non ha mai fatto mistero delle proprie tendenze ideologiche, sicuramente diverse e spesso opposte a quelle dei votanti, ma che non è mai stata né iscritta, né tantomeno asservita a nessun partito. Spiacente di nuovo, ma l’unica tessera da me posseduta é stata quella della Dante Alighieri che ci veniva venduta alle elementari.

Quando parlo di spirito di servizio è perché ci credo, perché fra le tante suddivisioni che si possono fare degli italiani all’estero c’è anche quella tra chi si lamenta costantemente di tutto, ma non fa niente per migliorare la propria condizione e quella dei propri simili, chi non si lamenta, ma pensa solo al proprio interesse e chi invece si rimbocca le maniche per apportare le proprie risorse personali ad una serie di obiettivi comuni. Credo di appartenere a questa ultima categoria e so che chi mi ha voluta nel CGIE ha espresso la propria scelta soprattutto in base al riconoscimento di questa caratteristica.

Non ho mai favorito nessuno in base a similitudini di nessun tipo con la mia persona o con il mio modo di pensare, ho sempre aiutato tutti, indistintamente, secondo gli strumenti di cui di volta in volta ho potuto disporre. In questo momento intendo continuare a seguire lo stesso comportamento nel Comitato di Presidenza del CGIE, al pari di come ho agito sino ad ora. Se per qualcuno questo è un proposito pericolosamente antidemocratico bisogna che ci si chiarisca le idee sul concetto di democrazia.

E parlando di democrazia, vorrei che qualcuno mi indicasse in quale punto la legge istitutiva del CGIE fa riferimento all’elezione dei membri del Comitato di Presidenza in base all’entità numerica della collettività italiana nei diversi paesi di residenza.

Credevo che tutti, consiglieri eletti e consiglieri nominati, avessimo pari dignità e pari opportunità nei confronti dell’Assemblea ed il dovere di influire sulle politiche che il nostro Paese disegna ed attua nei confronti degli italiani all’estero. Tutti gli italiani all’estero. Quelli delle metropoli e quelli dei piccoli centri rurali, quelli che condividono la loro parte di identità italiana con molti altri in uno stesso territorio e quelli che nel contatto e negli scambi con la madrepatria sono ulteriormente penalizzati per non essere ingentemente presenti in uno stesso stato straniero; quelli che alla propria italianità sono legati da sempre e quelli che stanno riscoprendo le loro radici ora.

Scopro invece che ci sono varie categorie di consiglieri, quindi di italiani all’estero, e vari criteri per definirle, ma se i criteri sono vari non possono essere che soggettivi e per logica tutti hanno lo stesso valore specifico e lo stesso grado di arbitrarietà.

Antonio Macrí fu eletto alla Vice Segreteria dell’America Latina in base ad una somma di caratteristiche oggettive ed altre personali sicuramente irripetibile. L’essere italo argentino non è che una di queste caratteristiche, ma ora la si vorrebbe far diventare una specie di elemento di ereditarietà diretta, concetto che non mi pare sia contemplato nella legge istitutiva del CGIE e tutto quello che contraddice questo criterio - insisto: soggettivo - è stato definito un gesto arrogante, prepotente, prevaricatorio.

Basta guardarsi attorno e leggere un po’ di corrispondenza arretrata per rendersi conto di chi usa mostrare i muscoli, quando non riesce a convincere con le idee.

Non c’è stato nessun polpo, da cucinare o da digerire crudo, c’è stata solo mancanza di credibilità nei confronti di un progetto che da subito, ossia dalla Continentale di Buenos Aires, non aveva contato, per ragioni molto diverse, sulla spontanea adesione di tutti i consiglieri. Questo è palesemente dimostrato dalla molteplicità delle candidature, non escluse quelle ritirate all’ultimo momento, ma siccome tra tutte quella che ha vinto è stata la mia, io sono diventata il nemico, l’usurpatrice di un diritto ancora tutto da provare.

Non è mai esistito un progetto latinoamericano da portare compatti in Assemblea e quando alla fine non si è potuta negare la competenza di Filomena Narducci a ricoprire la carica di Vice Segretario per l’America Latina, per qualcuno, compresa la sottoscritta, era chiaro che tutti, nessuno escluso, avevamo la capacità e i titoli per entrare nel CdP, avendo ormai almeno quattro anni di esperienza nel Consiglio; ce l’eravamo detti sin dalla riunione di Buenos Aires, quando si ipotizzava il passaggio alla vice segreteria di uno qualunque dei tre membri del CdP.

Per altri invece il criterio che andava sostenuto era quello sopra esposto e la sovranità dell’Assemblea un’astrazione d’altri tempi, addirittura una minaccia per la democrazia.

Ho accettato la proposta di candidarmi, non perché creda di avere più numeri degli altri colleghi dell’America Latina, ma perché credo che non facendolo avrei avallato la teoria sostenuta nei fatti anche dalla polemica innescata da alcuni colleghi, significativamente non residenti in questa parte del continente, in base alla quale l’America Latina si riduce in realtà al Sud America, anzi no, ai paesi più grandi del Sud America, anzi no, all’Argentina, forse nemmeno tutta tra un po’. E gli italiani e gli oriundi che risiedono in altri paesi dell’America Latina, che ricordo inizia a sud del Rio Bravo, al confine con gli USA, e condividono quindi uno stesso ceppo culturale e linguistico con quelli che popolano la Terra del Fuoco, sono meno italiani perché sono pochi? E quelli di loro che pur sentendosi italiani e volendo trasmettere questa qualità ai loro figli non lo possono fare, perché nel loro paese di residenza sono stati forzati a rinunciare alla cittadinanza italiana, non devono avere voce perché l’Argentina deve per forza avere due posti nel CdP?

Ma allora, già che ci siamo, perché non mi si chiede di rinunciare alla mia responsabilità di Consigliere per quest’area che rappresento e che per qualcuno è una specie di buco nero fra due masse di terra sovrappopolate, tra gli altri, anche di italiani di sempre o dell’ultima ora?

Personalmente ho sempre inviato le informazioni inerenti i lavori del CGIE e ogni altra che mi venisse richiesta ai presidenti dei tre Comites esistenti nel territorio di mia competenza, ovvero Messico, Guatemala e Costa Rica, nonché ai referenti indicati di volta in volta in seno ad altri Paesi, come il Salvador e la Repubblica Dominicana (lì sono due, targati rispettivamente CTM e Azzurri nel Mondo). Non sempre ho ricevuto in cambio la stessa sollecitudine nel fornirmi i dati ed i contenuti che mi permetterebbero di portare a conoscenza di tutti le loro istanze particolari, eppure non credo che nessuno possa dire di non essere stato preso in considerazione o di essere stato oggetto di un qualsivoglia atteggiamento di parte o invasivo nei confronti delle loro specifiche realtà.

Nella Prima Conferenza degli italiani nel Mondo avevo a disposizione solo cinque minuti per parlare ed avendo ciascuna delle comunità sopra citate un proprio rappresentante diretto, ho scelto di farmi portavoce specificamente degli italiani del Salvador, quasi tutti oriundi, per forza di cose. Avrei potuto fare un bel discorsetto retorico che accomunasse tutte le realtà, ma ho scelto di focalizzarne una tra le più deboli.

Devo però anche ricordare a coloro che volutamente o involontariamente hanno perso la memoria dei fatti, che sempre nella Prima Conferenza degli Italiani nel Mondo - specificatamente nella Perconferenza Continentale di Montevideo - nei miei confronti fu espresso unanime apprezzamento per il documento finale, alla cui elaborazione avevo contribuito in termini di contenuti e di coordinamento del gruppo di lavoro.

Coloro infine che agitano l’isolamento dell’Argentina, non possono ignorare che Filomena Narducci è presente quasi settimanalmente a Buenos Aires e che per i problemi specifici dell’Argentina è stata istituita - unico esempio al mondo - l’Unitá Tecnica a Buenos Aires, in cui sono presenti ben tre consiglieri del CGIE, oltre ai rappresentanti dei Comites, dell’associazionismo e delle Regioni.

Ecco, mi pare che le "i" non siano i senza il punto, che le situazioni macroscopiche abbiano sempre un corollario di altre realtà che non possono restare ignorate, ma non ignorare queste ultime, non significa sminuire le altre, mentre potrebbe essere vero il contrario, ovvero vedendo solo le realtà di maggiore spicco si rischia di annullare del tutto quelle già poco visibili. Come a dire che tra chi si batte perché gli italiani all’estero non siano cittadini di seconda categoria, c’è chi considera che ce ne siano alcuni di terza.

Non ho intenzione di schiacciare nessuno, né potrei farlo se pure covassi in seno questa perversione nei confronti dei miei colleghi e delle persone da loro rappresentate.

La legge e il voto maggioritario dell’Assemblea mi danno il pieno diritto di entrare a far parte del Comitato di Presidenza e reitero la mia disposizione a compiere il mio dovere nei termini che la legge stessa ed il buon senso indicano, per cui cortesemente chiedo che mi si lasci lavorare. (Marina Piazzi, CGIE Messico, America Centrale e Caraibi)

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