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INFORM - N. 1 - 2 gennaio 2003

Il messaggio di Giovanni Paolo II per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace. "Pacem in Terris": un impegno permanente

ROMA - In occasione della XXXVI Giornata Mondiale della Pace, Giovanni Paolo II ha voluto ricordare e commentare nel suo messaggio i contenuti dell’enciclica "Pacem in terris": la lettera che Papa Giovanni XXIII pubblicò nel lontano aprile del 1963 per ricordare a tutti gli uomini di buona volontà che la pace in terra poteva essere instaurata solo nel pieno rispetto dell’ordine stabilito da Dio. Nell’epoca i cui Giovanni XXIII diffondeva queste parole, ricorda il Papa, il mondo stava vivendo un momento di profonda divisione ideologica - solo alcuni anni prima della pubblicazione era stato eretto quel muro che per decenni ha diviso in due la città di Berlino - che aveva portato all’acuirsi del confronto militare e politico tra le due superpotenze dell’era atomica. "La strada verso un mondo di pace, di giustizia e di libertà sembrava bloccata. Molti ritenevano che l'umanità fosse condannata a vivere per tanto tempo ancora in quelle precarie condizioni di ‘guerra fredda’".

Giovanni XXIII non condivideva però questa convinzione e con la sua enciclica, al fine di scuotere le coscienze del mondo, identificò in quattro valori fondamentali - verità, giustizia, amore e libertà - le condizioni essenziali per l’affermazione della pace. Ma il "Papa buono", così veniva chiamato, riuscì ad intravedere, nonostante la drammaticità del momento, anche l’inizio di quella rivoluzione spirituale che qualche decennio dopo avrebbe portato alla caduta del muro di Berlino ed alla fine del comunismo e della guerra fredda. Una crescente consapevolezza dei diritti umani e spirituali che portò alla nascita dei primi movimenti per la difesa della dignità dell’uomo e dei suoi inalienabili diritti che contribuirono in maniera determinante al crollo dei regimi totalitari.

Giovanni Paolo II afferma che non bisogna dimenticare un altro aspetto profetico dell’enciclica e cioè la necessità che si attivasse al più presto un’autorità pubblica internazionale, stabilita con il consenso delle Nazioni, capace di promuovere il "bene comune universale". Il futuro Beato identificò questo organismo, capace di promuovere la pace attraverso la tutela dei diritti umani, nella struttura delle Nazioni Unite. Un’intuizione positiva che, secondo Giovanni Paolo II, non si è però ancora del tutto realizzata. A tutt’oggi infatti, nell’ambito dell’ONU, si registrano preoccupanti esitazioni sia per quanto concerne la difesa dei diritti umani fondamentali, sia per quanto riguarda la tutela delle nuove prerogative promosse dalle società tecnologicamente avanzate, come ad esempio il diritto alla casa e all’autodeterminazione che vengono sistematicamente negati nei Paesi sottosviluppati. Un nuovo ordine internazionale a misura d’uomo, quello intuito ed invocato da Papa Giovanni, che, a quarant’anni dalla pubblicazione della "Pacem in terris", si è in parte realizzato con una lievitazione delle democrazie e delle società libere.

In questo nuovo contesto mondiale dominato dal disordine sarebbe comunque opportuna, secondo Giovanni Paolo II, "una nuova riorganizzazione dell’intera famiglia umana" che, nel rispetto dei diritti fondamentali, assicuri la pace e l’armonia dei popoli e promuova il progresso integrale. Ma anche nel rinnovato ambito internazionale nessuna attività umana, soprattutto per quanto concerne il contesto politico, potrà porsi al di fuori della sfera dei valori etici. Un primato della morale, già ribadito dall’enciclica "Pacem in terris", che sarebbe quanto mai auspicabile nella gestione della drammatica situazione della Terra Santa. Un luogo dove gli interessi politici non sono trasparenti ed hanno il sopravvento sulle fondamentali ragioni etiche. "Finché coloro che occupano posizioni di responsabilità - sottolinea il Papa - non accetteranno di porre coraggiosamente in questione il loro modo di gestire il potere e di procurare il benessere dei loro popoli, sarà difficile immaginare che si possa davvero progredire verso la pace". Nell’ambito delle controverse internazionali appare inoltre inscindibile il legame che unisce l’impegno per la pace al rispetto per la verità. Un’intesa leale e costruttiva rappresenta infatti, soprattutto se viene assunta verso i Paesi più poveri che devono sperare in un futuro migliore, la premessa essenziale per la realizzazione di una pace durevole. Un accordo che, nella maggior parte dei casi, nasce dai semplici "gesti di pace" che le persone coltivano nei loro animi e che la religione può e deve suscitare e consolidare.

"Giovanni XXIII era persona che non temeva il futuro - conclude Giovanni Paolo II sottolineando la necessità di valorizzare l’eredità spirituale del grande Pontefice in occasione delle celebrazioni per la Giornata della Pace .- Lo aiutava in questo atteggiamento di ottimismo quella convinta confidenza in Dio e nell'uomo che gli veniva dal profondo clima di fede in cui era cresciuto. Forte di questo abbandono alla Provvidenza, persino in un contesto che sembrava di permanente conflitto, non esitò a proporre ai leader del suo tempo una visione nuova del mondo. All'inizio di un nuovo anno è questo l'augurio che mi sale spontaneo dal profondo del cuore: che nell'animo di tutti possa sbocciare uno slancio di rinnovata adesione alla nobile missione che l’enciclica ‘Pacem in terris’ proponeva quarant'anni fa a tutti gli uomini e le donne di buona volontà". (Lorenzo Zita-Inform)


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