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INFORM - N. 250 - 31 dicembre 2002

Un libro sul dramma dei desaparecidos argentini di origine italiana. Il commento e le riflessioni dell'autrice Daniela Binello

ROMA - E stato presentato di recente a Roma, presso la sala stampa estera, il libro della giornalista Daniela Binello dal titolo "Il Diritto non cade in prescrizione". Un'interessante opera (alla presentazione del libro hanno partecipato il Premio Nobel per la pace 1980 Perez Esquivel e la presidentessa del Comitato delle nonne di Plaza de Mayo Estela Carlotto) che ripercorre l'estenuante iter del processo che iniziò nei lontani anni 80 con l'arrivo in Italia dei rifugiati argentini e la sottoscrizione delle prime richieste di intervento giudiziario. L'autrice del libro Daniela Binello ha già pubblicato all'inizio del 2002 un reportage, realizzato con il fotografo Riccardo De Luca, che analizza la presenza dei lavoratori immigrati nel Veneto. Un crudo spaccato migratorio, pubblicato dalla "Matteo editore" di Treviso, che è diventato una vera propria mostra itinerante. Le cento foto e le cento storie della pubblicazione, che descrivono la difficile integrazione degli extracomunitari nel nostro Paese, continuano infatti ad essere esposte presso scuole e centri culturali.

Questo secondo libro pubblicato dalla casa editrice Ediesse - ci ha spiegato Daniela Binello rispondendo alla nostra richiesta di ulteriori dettagli sulla tragedia dei desaparecidos - analizza il percorso del lungo processo romano sulla scomparsa, durante la dittatura di Videla (1976- 1983) di otto cittadini argentini di origine italiana. E' infatti innegabile che tra i 30.000 desaparecidos fossero numerosi gli italiani. Uomini e donne, di origini piemontesi, venete, e marchigiane, che avevano scelto l'Argentina per cercare condizioni di vita migliori e non fecero più ritorno alle loro case. In questo periodo la repressione fu scatenata contro ogni tipo di dissenso. Chi aveva la sfortuna di essere iscritto nelle liste di prescrizione veniva sequestrato, incappucciato, portato in centri clandestini, torturati e, quasi sempre ucciso con una iniezione di pentotal. I corpi venivano poi gettati nel Rio della Plata.

Questo processo - ha proseguito la giornalista dopo aver ricordato il dramma dei tanti bambini con la madre uccisa ( sono già trenta i casi accertati) adottati illegalmente, spesso dai militari coinvolti, e che oggi ormai ventenni scoprono l'orrenda verità - ha avuto una gestazione lunghissima ma alla fine, poiché non è stata concessa l'estradizione, ai sette militari imputati la pena è stata comminata in contumacia. La sentenza del 6 settembre 2000 ha infatti dato due ergastoli agli ex generali Suarez Mason e Riveros e 24 anni di carcere agli altri cinque militari. In questi giorni è iniziato l'appello in quanto i due generali, dopo aver nominato dei difensori, hanno ricorso contro la decisione dei giudici. In Argentina non sconteranno comunque alcuna pena. Il Parlamento argentino ha infatti approvato due leggi che, attribuendo gli atti delittuosi al dovere dell'obbedienza militare, annullano di fatto ogni possibilità di processo.

Voglio infine segnalare - ha concluso Daniela Binello dopo aver sottolineato che il pubblico ministero del processo di secondo grado ha chiesto la conferma delle precedenti condanne - l'interessante apporto cinematografico di Marco Bechis. Un insegnate che ha vissuto sulla sua pelle il dramma della persecuzione militare e che ha raccontato con precisione il clima di quegli anni in due film: "Garage Olimpo" e " Icos". (Lorenzo Zita-Inform)


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