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INFORM - N. 250 - 31 dicembre 2002

Liberalizzazione nefasta in America Latina

ROMA - L’FMI, il famigerato Fondo Monetario Internazionale al centro dell’attenzione mondiale, nel suo rapporto di settembre sulle prospettive economiche del pianeta si è indirizzato precipuamente all’America Latina. Ha valutato a meno 0,6 per cento la contrazione nel 2002 del PIB (prodotto interno lordo, un segnale brutale e allarmante. Il crollo dell’Argentina ne è il segno più eloquente, ma tutto il continente latino-americano è nelle morse della liberalizzazione (e suoi guasti) lanciata all’inizio degli anni ’90 dai Chicago-boys, i giovani economisti di scuola statunitense a cui gran parte dei governi si sono ispirati. I capitali sono affluiti abbondantemente in questi ultimi lustri ma non vi ha corrisposto una eguale crescita in termini produttivistici, per una serie di motivi economici e non economici. E’ mancata l’intrapresa, sia la pubblica che la privata, nella misura che si attendeva, spesso nell’illusione ideologizzata di tutte le libertà. L’enfasi e l’immaginazione sono tentazioni e difetti latini.

Guillermo Calvo, specialista di questioni macroeconomiche del BID, la Banca Interamericana per lo Sviluppo, l’altra grande istituzione internazionale sotto accusa, ha cercato di spiegare nelle dichiarazioni da lui rese davanti al Congresso nordamericano (di cui i rapporti del FMI si avvalgono ampiamente) come il degrado della liberalizzazione e della privatizzazione, di giuste ed oneste intenzioni in partenza, sia iniziato già dalla crisi russa del 1998, con il ritiro della fiducia dei titoli obbligazionari, dei crediti privati e degli investimenti diretti dall’estero (gli IDE) ma, nell’intimo dei fenomeni, da una caduta di fiducia in se stessi e nelle proprie classi dirigenti dentro i singoli Paesi coinvolti dalle crisi: gli ex sovietici in testa, quindi l’Asia del Sud-Est, infine l’America Latina.

Il mondo è diventato davvero più piccolo, assoggettato agli imperativi della solidarietà come agli effetti negativi della mancanza di solidarietà.

I Paesi del Sud-Est asiatico, per austerità e capacità di sacrificio delle loro popolazioni, ed il Messico per il suo ingresso nell’ALENA (l’Accordo USA-Canada-Messico) sono riusciti a drenare la crisi ed a frenarsi sul piano inclinato della disoccupazione a due-tre cifre. I Paesi latino-americani invece sono apparsi troppo indebitati e nello stesso tempo poco reattivi perché l’FMI e gli investimenti diretti esterni (gli IDE) si sentissero di intervenire con ulteriori aperture di credito. Il caso limite è quello dell’Argentina che ha continuato ad attendere un rinnovato sostegno del FMI, mentre la sua classe media, simbolo un tempo di equilibrio e di capacità di risparmio come di intraprendenza, andava proletarizzandosi in una povertà generalizzata, salvando soltanto minoranze di più fortunati che riuscivano a trasferire redditi e ricchezze all’estero.

Il Brasile sotto la presidenza di Fernando Enrique Cardoso, il predecessore di Luis Inacio Lula da Silva, vincitore delle elezioni di ottobre, è riuscito a mettere sotto un certo controllo la iperinflazione. Lula durante la campagna elettorale si era impegnato a rispettare gli accordi con il FMI, cioè a proseguire con il rigore di bilancio sulle spese dello Stato, ma nello stesso tempo "di combattere la fame e la miseria che escludono 50 milioni di brasiliani dai benefici della crescita". Le due mete sono conciliabili? Gli stessi interrogativi si pongono in Venezuela, in Colombia, in Ecuador, in Perù, in Argentina; il FMI non sembra incline a concedere altri prestiti, con l’eccezione del Brasile che è pur sempre il gigante latino-americano, con i suoi 170 milioni di abitanti ed il peso all’ONU e nella politica internazionale.

L’Argentina nel passato ed anche ora propone, sponsorizza, preferisce associazioni, gruppi e blocchi regionali, il Mercosur, il Caricom, il Mercato Comune Centro-Americano (pur di non suo diretto interesse), i Paesi Andini. Troppe e velleitarie sono giudicate queste "anfizinie" dagli Stati Uniti che ora, più insistentemente, chiedono l’allargamento dell’ALENA fino alla creazione di una zona di libero scambio dalla Terra del Fuoco all’Alaska. L’Argentina reagisce schizofrenicamente, declina, rifugge ma ha bisogno del dollaro. Il Brasile ugualmente gradisce le aperture nordamericane a Lula, ma il 7 novembre scorso ha firmato con l’Unione Europea l’accordo per la liberalizzazione dei prodotti tessili. E ne cercherà altri simili con l’Europa in altri settori. E’ un fatto che l’America Latina è nel cuore della cultura e delle affinità con l’Europa, si sente vicina all’Europa, specie all’Europa Latina, alla Spagna, al Portogallo, all’Italia, alla Francia, che sono pur sempre le Patrie di origine. (Alberto Marinelli-Inform)


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