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INFORM - N. 227 - 27 novembre 2002

Seminario di Berlino - Su "Voto degli Italiani all’estero, doppia cittadinanza e rappresentanza" l’intervento di Tommaso Conte (CGIE)

BERLINO - "Una breve premessa di carattere sociologico" ha definito Tommaso Conte (Comitato di Presidenza del CGIE/Comites di Stoccarda) il suo intervento al Seminario indetto a Berlino sabato 23 novembre dall’Ambasciata d’Italia. Un quadro non certo esaltante della comunità italiana in Germania quello da lui descritto. Dei circa settecentoventimila italiani di Germania, quasi la metà si sta inserendo - ha detto Conte, usando di proposito il termine "inserendo", perché, purtroppo, a suo giudizio la parola "integrazione" ha assunto un carattere non positivo. La rotazione dall’Italia alla Germania e viceversa è continua. Ogni anno circa quarantacinquemila italiani vengono in Germania e poco più, poco meno, altrettanti tornano in Italia. Moltissimi sono gli stessi che, nel giro di otto o dieci anni non ce la fanno a restare in Germania o in Italia. Non può essere altrimenti. Infatti, nel caso fossero sempre diversi, nel giro di dieci anni avremmo quattrocentocinquantamila italiani di recente presenza in Germania. Il che non collima con i quasi trecentomila presenti da più di venti anni.

La nostra popolazione in Germania - ha proseguito Conte - invecchia con forte velocità. Quanti pensavano di rientrare dopo la pensione, restano: vantaggi del sistema d’assistenza, presenza dei figli, abitudini positive contratte. I giovani aumentano; presentano bassa scolarizzazione, scarso interesse a posti di lavoro prestigiosi, non valorizzano la loro doppia esperienza, fuggono in avanti dichiarandosi cittadini europei per non ammettere di essere in parte italiani ed in parte tedeschi. La parte imprenditoriale della presenza italiana è molto ridotta e troppo concentrata nel settore gastronomico, ove pochi emergono con un nome di qualità.

Gli italiani, in quanto società civile, dopo la prima generazione, hanno perso molto il senso d’appartenenza associativa. I problemi tipici della prima generazione erano evidenti e motivavano al mobilitarsi e ad associarsi. Ora la situazione è molto complessa: in genere riesce difficile, all’italiano medio di Germania, articolarla e capire dove, come e con chi confrontarsi. Ciò ha causato un dissanguamento dell’associazionismo tipico di stampo italiano. C’è un disagio diffuso che non è affrontato, ma vissuto con rassegnazione. È il pericolo più grave che stiamo correndo socialmente e culturalmente. La televisione italiana, tramite l’antenna parabolica devia, illude sull’identità e genera un senso di appartenenza fittizio, immaginato. Non si è parte della vita sociale, civile e politica d’Italia, ma si crede di esserlo per connessione d’immagine.

La durezza del vissuto in Germania appare in tutta la sua amarezza quando capitano problemi: disoccupazione, figlio che è scarsissimo a scuola, droga in famiglia, problema della casa, divorzio con tutti i problemi di carattere economico, giuridico ed educativo (se ci sono figli), che conseguono. Il formarsi di famiglie miste, specialmente italo-turche, è traumatico per i genitori. Manca completamente una formazione all’interculturalità ed al successo scolastico. Si gioca troppo in contropiede con l’assistenza nel momento del bisogno specifico. Manca la visione prospettica. La donna-ragazza, in genere, è la più sensibile ed attiva in tutta questa situazione. Dimostra di saperla leggere meglio, è più attiva nell’affrontarla, risultando più realistica dell’uomo.

Il legame con la società associativa tedesca, specialmente in campo sportivo, ha una certa consistenza, soprattutto tra i giovani. Manca il senso dell’impegno civile-politico sia verso il mondo tedesco sia sul versante italiano. Si paga lo scotto di una politica tedesca che non ha mai sviluppato programmi di formazione scolastica multiculturale e d’inserimento attivo, ma si paga anche il disinteresse dello Stato italiano.

Il voto per gli italiani all’estero arriva, purtroppo, con una generazione di ritardo. La precedente generazione ne avrebbe avuto bisogno, si sarebbe molto di più entusiasmata, avrebbe partecipato ed aiutato la nuova generazione a coscientizzarsi. Ora si vive come in una "morta gora". È giusto sistemare l’anagrafe consolare, ma Conte teme che ciò non aumenterà di molto, il numero degli italiani che faranno uso del loro diritto di voto.

Il voto e la rappresentanza parlamentare sono un fatto straordinario, che ha cambiato e cambierà molte cose! È necessario allora, creare una coscienza di partecipazione civile e politica, entro una visione ed un vissuto biculturale. L’Italiano di Germania va aiutato a capire i problemi nei quali si trova, quì in Germania, e motivato perché diventi attivo cittadino in Germania.

Estremamente utile è la doppia cittadinanza. Bisogna pubblicizzarla, aiutare ad ottenerla. La nostra nuova generazione ne ha estremo bisogno. La doppia cittadinanza per i nostri giovani e meno giovani sigilla giuridicamente ciò che si è socialmente e culturalmente: in parte italiani, ma anche tedeschi, per tanti aspetti. Chi impara a votare per il suo comune, per la sua regione, per la Repubblica Federale di Germania, matura un senso di responsabilità civica molto utile anche per utilizzare con senso critico il voto in quanto italiano all’estero.

C’è ancora una mentalità troppo assistenzialista sia nei vari Comitati di Assistenza, che nel modo di affrontare i fatti da parte dei vari ComitesOMITES o da parte degli Istituti di Cultura. Mancano completamente iniziative di formazione interculturale, scambi con l’Italia ed altri Paesi dell’Unione Europea, organizzati per giovani. Mancano incentivi che favoriscano una forma di associazionismo di nuova marca. Il vecchio associazionismo languisce. Senza la partecipazione di base abbiamo Comites e rappresentanti al CGIE sempre con le solite facce. Si sta diffondendo una tendenza oligarchica. Le solite facce si danno veramente da fare, ma è pericoloso per la crescita del senso democratico che siano sempre le stesse. La mancanza di passaggio, anche generazionale, è la dimostrazione della povertà partecipativa nella quale ci troviamo. Occorre fare uscire la diaspora - ha concluso Conte - dall’invisibilità che la caratterizza. (Inform)


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