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INFORM - N. 213 - 8 novembre 2002

Gianni Pittella: reportage dagli Usa

NEW YORK - Sognavo da 44 anni di visitare gli Stati Uniti. Avevo coltivato quasi un mito: la bandiera a stelle e strisce simboleggiava ai miei occhi l'avamposto del progresso, la miscela di luci e colori, capace di esaltare l'umano sino alla sublimazione. Un mondo ove la libertà individuale si coniugava con l'estro dell'intelligenza, della cultura, della ricerca aprendo sempre nuovi orizzonti alla crescita economica e alla ricerca. Un mondo invulnerabile, nel quale migliaia di italiani avevano trovato la loro fortuna.

Non pensavo di coronare il mio sogno, varcando la mitica frontiera dopo ore ed ore di controlli. E di ritrovarmi subito ad attraversare il ponte Lincoln da New Jersey a New York, sul fiume Allison, progettato dall'ingegnere italiano Macario e oggetto delle prime attenzioni dei terroristi, fortunatamente fermati per tempo. E di sentirmi stordito sì dalle luci e i colori della fantasmagorica Manhattan ma anche dal rumore assordante delle migliaia di auto della Polizia. E di incappare in un gentile portiere d'albergo che mi dice: "Mi serve il passaporto ma soprattutto la carta di credito". La chiave è il denaro. Un grande Paese ancora tramortito dallo shock dell'11 Settembre ma che non perde la sua bussola: il business, la crescita, il denaro.

Sono stato meno sorpreso nel toccare con mano i livelli minimi della protezione sociale. Il quadro che mi ha dato il Coordinatore dei Forum della Sinistra, Dr. Gianluca Galletto, che mi ha accompagnato negli incontri e il racconto della D.ssa Gianna Venturini, giornalista da tempo in America, ancorché sconcertante, non ha disvelato un'inattesa verità. Per un'appendicite acuta fu, dall'ospedale, mandata a casa perché non aveva l'assicurazione "privata". Ha rischiato la vita!

Tra la gente si mescolano sentimenti e idee diverse sul ruolo degli USA dopo l'11 Settembre. L'enorme ventre vuoto ove sorgevano le Torri Gemelle in alcuni provoca una reazione di orgoglio protesa a ristabilire una primazia impunemente violata, costi quel che costi. In altri si fa strada un ragionamento che fa perno sull'offensiva politica e culturale, sulle capacità di essere garanti di pace nel mondo, riequilibrio delle diseguaglianze, incontro di civiltà diverse. In tutti è prioritaria la lotta al terrorismo. Molti iniziano a cogliere il progressivo oscurantismo inaugurato da un Presidente che non aveva, sino alla sua elezione, mai visitato l'Europa.

Pochi invece denunciano le contraddizioni di una reazione agli estremisti islamici che non si accompagna ad una decisa iniziativa per prosciugare i giacimenti di odio che ci sono in Medio Oriente. Ma ammettono che il freno imposto a tale iniziativa dalla copiosa influenza finanziaria delle lobbies israeliane, ha un suo peso notevole nel determinare lo stallo americano.

Con la medesima onestà intellettuale devo riconoscere il furore e la grande apertura che si registra nel campo dell'innovazione e della ricerca. Mi ha sinceramente colpito il sentimento di gratificazione di tanti scienziati e ricercatori italiani (i cervelli in fuga) che negli USA hanno raggiunto risultati straordinari e che non pensano affatto a rientri. "Hic manebimus, optime!" mi hanno detto. Forse, è il loro e il mio auspicio, una più costante cooperazione con l'Italia e con l'Europa, è possibile e merita di essere sostenuta e favorita.

Torno dal mio viaggio libero da preconcetti ideologici e da manicheismi deleteri. Non ho visitato né il regno del Male né lo scrigno del Bene. Non si diventa driver del mondo, per grazia ricevuta. Si tratta di capire qual è la direzione di marcia e se alla guida si pretende l'esclusiva. Dipenderà da noi, molto dall'Europa, se i nuovi assetti mondiali, ancora in trambusto dopo la caduta del Muro, potranno essere fondati sul cemento saldo di un sano multipolarismo e di una cooperazione leale, non subalterna e pavida, con la grande potenza americana. (Gianni Pittella, europarlamentare, responsabile DS Italiani nel mondo)

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