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INFORM - N. 211 - 6 novembre 2002

A colloquio con l'Amministratore Delegato dell'Eca Italia Renato de Chaurand

Auspicata l'adozione di un fisco più equo e di una previdenza complementare per i lavoratori italiani all'estero

ROMA - Nell'era della globalizzazione sono sempre più numerose le aziende italiane che spostano il loro raggio d'azione verso l'estero. Una tendenza all'internazionalizzazione - caratterizzata solitamente dalla mobilità di personale altamente specializzato e qualificato- che spesso si scontra sia con i vincoli del fisco, sia con le rigide regole della previdenza italiana. Una situazione complessa che grava sul lavoratore all'estero - a volte il personale che opera nel mondo per conto di aziende italiane è costretto a versare le imposte in Italia e nel Paese d'accoglienza - e che impedisce all'occupato di abbandonare il sistema previdenziale italiano e di scegliere forme di sicurezza sociali più idonee e favorevoli al contesto lavorativo d'accoglienza. Questo è almeno quanto emerso dal Convegno sulle alternative al distacco dei lavoratori all'estero che si è recentemente svolto presso la sede centrale del CNEL

Per fare il punto sulla situazione legislativa - dal giugno 2001 è fermo alla Camera dei Deputati uno specifico progetto di legge finalizzato alla disciplina del lavoro all'estero - abbiamo incontrato a Roma, in questa occasione, l'amministratore delegato dell'ECA Italia Renato de Chaurand. Un'organizzazione internazionale di consulenza aziendale, la Employment Condition Abroad, che raccoglie ed elabora informazioni per la gestione del personale all'estero e che da alcuni anni organizza sulla materia specifici seminari di aggiornamento ed approfondimento. "Abbiamo iniziato ad organizzare questi convegni quattro anni fa - ha precisato Renato de Chaurand ricordando la natura divulgativa dei congressi posti in essere dall'ECA - per tenere le aziende informate sulle novità e le prospettive legislative della materia. Oggi le imprese sono molto attente a questi temi anche perché il sistema italiano, a differenza di quanto succede in Inghilterra, Francia, Germania e Spagna, prevede norme che regolano in modo molto stringente le attività delle aziende all'estero".

Una riflessione che trova conferma nella fitta serie di norme che regolamentano la materia. Al momento infatti, contrariamente a quanto avviene nel resto dell'Europa, l'azienda italiana che decide di svolgere attività all'estero deve ottenere dalle autorità competenti un'autorizzazione preventiva. Da alcuni anni inoltre, dopo l'abrogazione dell'esenzione tributaria per le attività da lavoro dipendente svolte all'estero, la situazione si è ulteriormente complicata. L'attuale normativa prevede infatti, per l'occupato nel mondo con domicilio fiscale in Italia, il pagamento delle imposte anche nel nostro Paese. Una disposizione che pone il lavoratore all'estero nella scomoda condizione di dover pagare la retribuzione sia al sistema fiscale del Paese d'accoglienza, sia a quello italiano. Una seria problematica che a tutt'oggi, secondo l’ECA, riguarda circa 80.000 lavoratori alle dipendenze di aziende italiane all'estero.

"In questo contesto bisogna ricordare anche il sacrificio delle aziende che, al fine di salvaguardare il potere di acquisto dei loro dipendenti, si sono accollate il rimborso degli oneri fiscali. Noi speravamo - rileva Renato de Chaurand dopo aver sottolineato ancora una volta la necessità di superare al più presto la doppia pressione fiscale - che nella legge delega per la riforma fiscale vi fosse già una previsione mirata sui lavoratori all'estero. Questo però non è avvenuto anche se resta la possibilità che il Governo, sensibilizzato dal grido di dolore delle aziende e dei lavoratori nel mondo, possa decidere di affrontare in tempi brevi la complessa materia. Per queste motivazioni abbiamo sollecitato - continua il rappresentante dell'ECA ricordando che la problematica non riguarda solo gli 80.000 dipendenti di aziende italiane che operano all'estero, ma anche i 500.000 italiani che lavorano nel mondo alle dipendenze di aziende estere - l'intervento del Ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Tremaglia".

Ma dall'ECA viene auspicata anche una maggiore libertà di scelta del lavoratore nell'ambito previdenziale. "A tutt'oggi infatti al nostro personale nel mondo non è stata ancora data la possibilità di sostituire, come avviene in altri Paesi dell'occidente, la copertura previdenziale italiana con forme pensionistiche complementari". Un diverso sistema di tutela previdenziale, più flessibile ed adattabile al variegato contesto migratorio, che potrebbe operare previa autorizzazione e sotto il diretto controllo del Ministero del Lavoro. "L'adozione di un sistema pensionistico complementare - conclude de Chaurand - darebbe nuova competitività alle aziende e fornirebbe risposte più adeguate alle variegate esigenze pensionistiche, come ad esempio la necessità di anticipare il pensionamento per motivi usuranti ed il mancato raggiungimento dei 20 anni minimi di contribuzione, che caratterizzano il lavoro all'estero". (Lorenzo Zita-Inform)


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