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INFORM - N. 194 - 14 ottobre 2002

Dalla partecipazione spontanea alla solidarietà organizzata: com’è cambiato il modo di stare insieme degli italiani all’estero?

Il testo che segue è tratto dall’intervento di Gianni Tosini "Generazioni a confronto: associazionismo e terza età" al Convegno su Associazionismo e Intercultura (vedi Inform n. 192 "L’Italia dell’associazionismo riunita a Padova"

L’associazionismo della terza età è un argomento sempre più d’attualità nel mondo dei nostri emigrati. Nel modo di discutere e parlare di "questioni di emigrazione" è mia abitudine riferirmi ad un preciso punto di riferimento che oggi ho individuato nella prima conferenza dell’emigrazione. Nel 1975 io stesso mi trovavo ancora all’estero e seppure, sul piano professionale, seguissi i problemi connessi con le pensioni e la sicurezza sociale, ebbi il privilegio di fondare, con amici disponibili, associazioni e iniziative ad esse legate. L’associazionismo aveva – e ha tuttora – valore fondamentale per i singoli emigrati, per le comunità italiane, sia per lo "stare insieme" dei singoli soci sia per il mantenimento dei legami con la madre patria, nonché quale veicolo di contatto e partecipazione alla vita del Paese che li ospita. Il tutto avviene nell’essere italiani e nel guardare sempre all’Italia come la terra di provenienza e come prima patria. Associazioni "miste", come ad esempio l’amicale Italo-Francese o Franco-Italiana, pur nello spirito di estrema amicizia fra i due popoli guardano principalmente all’integrazione dei lavoratori in Francia partendo però dall’idea del multiculturalismo, chiave indispensabile per una pacifica convivenza.

Ma ritorniamo al 1975. Era in quel periodo che, finiti gli esodi di massa e i numerosissimi rientri, l’associazionismo italiano nel mondo ebbe il massimo sviluppo e consolidamento. Le associazioni nate spontaneamente, e quindi quelle regionali, sportive, culturali e combattentistiche erano quelle più vive e numericamente più importanti nel contesto delle comunità. Accanto a queste, operavano allora associazioni di natura politica di emanazione "romana". Per motivi che non sto qui ad analizzare, solo queste ultime – e con non poco risentimento da parte dell’associazionismo spontaneo – parteciparono alla Conferenza romana. La partecipazione dei delegati di questi organismi (un terzo dei partecipanti fu assegnato ai partiti politici, un terzo alle associazioni nazionali, e un terzo ai sindacati), facilitò notevolmente il lavoro "politico". E furono coinvolti parlamento e istituzioni nonché il popolo italiano. Così, in quell’occasione, si gettarono le basi della futura politica italiana per i residenti all’estero, e se oggi si contano altre 35 convenzioni di sicurezza sociale (contro le poche di allora), i Comites, il Cgie, le leggi sull’editoria, il voto per gli italiani all’estero, e soprattutto le nuove leggi regionali per l’emigrazione. La realizzazione avvenne in seguito, grazie soprattutto alle spinte delle istituzioni e di tutte le associazioni che fortunatamente trovarono l’impegno di uomini politici che si adoperarono a favore degli italiani all’estero.

Alla Conferenza seguirono incontri intercontinentali (e qui le associazioni spontanee locali giocarono un ruolo importante) gestiti dalle forze politiche italiane e dalle organizzazioni nazionali, e questa gestione portò a scontri ideologici. Fu a Melbourne, in Australia, che in occasione della Conferenza sul multiculturalismo, si ebbe in fase organizzativa il massimo diverbio. La conferenza ebbe luogo e i tre giorni di dibattito portarono alla consapevolezza che la palese conflittualità era contro l’interesse di tutti, in particolare delle comunità italiane che all’estero cominciavano ad essere seguite anche dalla politica locale. Negli anni che seguirono, pur nell’autonomia delle singole organizzazioni politiche, vi fu una vera pace sociale che portò in Italia a programmi condivisi. E così, anche all’estero, i Paesi di accoglienza apprezzarono sempre di più il lavoro e il progresso portati dai nostri connazionali.

Tenendo presente che per capire e operare a favore degli italiani che vivono nel mondo, occorre seguire lo stato economico e sociale del Paese d’accoglienza, pertanto è superfluo ribadire che quello che avviene nei Paesi del Sud America va visto in forma diversa da quella di Europa o mondo anglofono. Partendo da questa convinzione con l’organizzazione con la quale operavo e con i colleghi all’estero, in via sperimentale abbiamo iniziato a creare associazioni della terza età. Mi sembrava importante il riferimento alla prima Conferenza dell’emigrazione in quanto nel mio ultimo peregrinare per il mondo, ho notato che la maggioranza degli attivi dirigenti delle varie associazioni sono ancora (o in parte) quelli della prima Conferenza.

Questo senza nulla togliere a quelle associazioni che al loro interno guardano giustamente ai giovani, e ad essi hanno dato un vitale spazio per le loro attività, giovani che sempre meno guardano al "Paese d’origine dei loro genitori", privilegiando la ricchezza della nazione Italia. Anche i giovani che compongono il meraviglioso connubio "nonni-nipoti" possono dare forza e vitalità alle associazioni della terza età.

Veniamo alle associazioni "sperimentali" che da alcuni anni operano all’estero (Belgio, Francia, Svizzera, Uruguay, Gran Bretagna, ecc.), esse hanno sì lo scopo principale di creare e organizzare incontri fra i soci ma nel contempo si propongono di dare un vero servizio ai soci stessi. Tutto questo senza inventare nulla di nuovo, ma utilizzando le altre organizzazioni già esistenti e operanti sul territorio e soprattutto collaborando con le Missioni Cattoliche, con i patronati, con i sindacati del posto e con quelli italiani, e con altre associazioni già esistenti, con le autorità locali e ovviamente, in primis, con le autorità consolari. Lo spirito delle associazioni è quello di lavorare insieme utilizzando per il bene comune le singole professionalità.

La solidarietà fra i soci, in particolare per quelli più anziani e bisognosi, è il principale scopo previsto dagli statuti. In uno dei circoli, ad esempio, è stato istituito il servizio auto per accompagnare i soci alle visite mediche, ospedaliere o presso uffici pubblici. Non è sempre possibile per un anziano avere questo tipo di assistenza dai familiari, specialmente durante l’orario di lavoro.

In forma sempre sperimentale sono state attuate, dai vari circoli, iniziative che hanno portato al turismo sociale e quindi all’organizzazione di vere e proprie vacanze comuni o di gite in altre città o Paesi (privilegiando l’Italia). È così che i primi gemellaggi tra circoli di città e Paesi diversi hanno preso piede, e oggi gli scambi di visite reciproche sono inserite già nei programmi annuali.

Finita la fase sperimentale, sono convinto che si passerà ad un’organizzazione stabile che necessariamente dovrà prevedere un organismo di coordinamento nazionale e internazionale che segua le varie iniziative e che aiuti a crescere (anche finanziariamente, nell’ambito della solidarietà), i vari enti e ad organizzarne altri. Gli anziani della terza età attendono. (Gianni Tosini-Inform)


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