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INFORM - N. 193 - 12 ottobre 2002

Franco Narducci (CGIE): L’esperienza migratoria italiana come modello d’intercultura

Il testo che segue è tratto dall’intervento di Narducci al Convegno su Associazionismo e Intercultura (vedi Inform n. 192 "L’Italia dell’associazionismo riunita a Padova"

Gli italiani hanno avuto una parte non indifferente nella storia di molte nazioni: nelle due Americhe soprattutto, ma anche in Australia, in Africa e, naturalmente, in Europa. Hanno superato ostacoli enormi a partire dalla barriera linguistica, vero e proprio scoglio, il cui apprendimento era reso ancor più difficile dalla condizione di analfabetismo in cui versavano molti nostri emigrati. Relegati ai gradini più bassi delle gerarchie professionali e sociali, i nostri connazionali sono stati spesso il bersaglio di campagne xenofobe e persecutorie, in alcuni casi sfociate nel sangue. Ciò nondimeno, hanno avuto sempre una grande capacità di reazione.

L’immigrazione in Europa

La penuria di forza lavoro riscontrabile nella maggioranza degli Stati membri, nonostante i tassi di disoccupazione relativamente alti, ha spinto la Commissione dell’Unione Europea, in questi ultimi anni, ad aperture facilitanti per l’immigrazione proveniente dai Paesi terzi, soprattutto dopo che quasi tutti i suoi membri – il caso emblematico più recente è la Germania – hanno avviato riflessioni approfondite sulle linee portanti delle proprie politiche migratorie. La direttiva proposta da Bruxelles è in linea con il principio della sussidiarietà, consentendo ad ogni Paese membro della UE di stabilire autonomamente il contingente d’immigrati. Le nuove regole comuni, però, mirano a disciplinare l’immigrazione in modo coordinato e coerente.

L’idea di una politica comune per l’immigrazione non è nuova. Fin dalla creazione dei mercati macroregionali con l’abbattimento delle barriere doganali e dell’abolizione dei controlli di confine (Trattato di Schengen), è quasi impossibile per gli Stati membri sorvegliare con costanza i confini interni e controllare efficacemente la libera circolazione delle persone tra gli Stati. Una politica d’immigrazione coordinata a livello dell’intera Unione Europea – la Commissione ne è fermamente convinta – alleggerirebbe quanto meno la pressione che sovrasta i mercati del lavoro.

Il ritardo che sconta l’Unione Europea nel finalizzare una politica unificante in materia d’immigrazione, non deve scoraggiare il tentativo poiché è impellente la necessità di avviare un coordinamento che introduca regole certe per sconfiggere le tensioni sull’intera "materia" dell’immigrazione, sulla questione dei clandestini e dei sans papier, ma anche per ribadire la dignità umana e i diritti più elementari delle persone. Per affermare questa volontà, occorre però rilanciare il dibattito sull’immigrazione, guardando in faccia le verità senza alibi e titubanze di sorta.

Una prima considerazione riguarda i motivi che sono alla base dell’emigrazione. Così come avveniva un secolo fa, le persone non abbandonano i propri Paesi, i propri luoghi, per spirito d’avventura. L’emigrazione è ancora una volta il frutto di condizioni di vita disperate, e la molla che spinge la gente a partire è talmente forte da giustificare qualsiasi prezzo che si dovrà pagare.

La seconda riflessione riguarda la meta prescelta per emigrare. Per decenni gli Stati Uniti d’America e l’America Latina hanno esercitato un’attrazione magnetica su milioni di persone, provenienti soprattutto dall’Europa. Molte nazioni europee – a cui si devono aggiungere anche Australia e Canada – funzionano oggi da calamita, perché hanno compiuto progressi enormi nella scala dei Paesi ricchi e liberi.

La terza notazione riguarda i criteri d’ammissione basati quasi esclusivamente sulle qualifiche professionali, partendo dall’assunto che "l’immigrazione qualificata garantisce sul medio e lungo periodo una migliore integrazione nel mercato del lavoro e nella società". Simili teoremi sono assolutamente fuorvianti poiché le esigenze elementari del mercato del lavoro non sono soddisfatte con i visti rilasciati ad alcune migliaia di informatici. Anche nella società post-industriale dell’informazione e delle tecnologie per far funzionare la società occorrono infatti persone disponibili a svolgere le mansioni che altri non si adattano più a svolgere.

La quarta considerazione concerne gli effetti derivanti dai mutamenti demografici e sociali, con particolare attenzione allo stato assistenziale nei Paesi avanzati, che senza i consumi, i fitti, il prelievo in oneri sociali e fiscali imputabili agli immigrati, rischia di diventare proibitivo. Sicuramente se ne possono contenere gli effetti, ma senza l’immigrazione lo stato sociale di molti Paesi europei dovrà essere selvaggiamente ridotto nello spazio di una generazione.

L’ultima considerazione riguarda i processi d’integrazione e di costruzione della società interculturale. La forza lavoro proveniente dai Paesi terzi non può essere considerata il puro e semplice strumento dei flussi congiunturali, la valvola di sfogo dei Paesi avanzati, perché alla fine si rivelerebbe letale per il sistema stesso. Occorre una politica di stabilità progressiva della popolazione immigrata che costituisce essa stessa parte importante del sistema economico. L’integrazione dunque deve riempirsi di significati concreti, senza alibi, sapendo che è la migliore medicina preventiva per sconfiggere il malessere sociale.

L’integrazione deve essere perseguita anche quando gli immigrati vivono questa condizione come un periodo transitorio della loro esistenza e trasferiscono le loro risorse al Paese di origine, progettando di tornarvi. L’esperienza italiana, allorché le rimesse degli emigrati sostennero per anni l’esistenza delle famiglie e l’economia di interi Paesi, ha dimostrato che lo sviluppo ha ricevuto un considerevole sostegno dagli emigrati rientrati per avviare piccole attività produttive.

Politiche per la famiglia e la casa

Vi sono altre domande che entrano in gioco e devono avere risposte adeguate per la costruzione di una società interculturale rispettosa della dignità di ognuno e di tutti. Quali sono, per esempio, le forme di vita familiare, i rapporti socio-economici e la situazione abitativa delle persone immigrate che oggi raggiungono l’età pensionabile in buono stato di salute, e tra i quali è cresciuta in modo consistente la componente dei cittadini immigrati che non pensano più al rientro in patria?

Le leggi in materia d’immigrazione devono essere uno dei mezzi per garantire ai lavoratori esteri un livello di vita dignitoso e non uno strumento che faccia solo gli interessi del mercato del lavoro. Nelle politiche dell’immigrazione, inoltre, deve entrare a pieno titolo la famiglia, giacché il ricongiungimento familiare non può che migliorare l’integrazione. Si devono anche considerare le dinamiche territoriali che muovono la popolazione. Esse rivestono importanza primaria per la pianificazione urbana, per la politica dei trasporti, dell’edilizia abitativa e per progettare nuovi insediamenti urbani. La completezza delle informazioni concernenti la popolazione nel suo insieme sono di fondamentale importanza per affrontare questioni come l’integrazione dei migranti in correlazione con il loro status socio-economico e i cambiamenti sul piano linguistico e culturale.

In un altro contesto si situa, invece, la questione connaturata alla politica del domicilio nei confronti degli immigrati. In questo ambito s’incrociano aspetti di grande rilievo come il sistema delle garanzie, gli ammortizzatori sociali, la famiglia del migrante, colui che richiede asilo politico, ma anche l’immigrazione illegale o a scopo delinquenziale, e di come farvi fronte sul piano normativo.

Il contributo degli italiani all’estero

Le comunità italiane all’estero si sono battute a lungo per ottenere possibilità reali d’integrazione, ed anche negli anni difficili hanno costituito la più ampia barriera di solidarietà internazionale contro la violenza gratuita e contro le venature xenofobe che ancora oggi sono presenti o rifioriscono in molte società europee. Questo patrimonio e questa esperienza dobbiamo metterli al servizio delle altre comunità per far progredire più rapidamente il processo d’integrazione. Non mancano gli esempi al riguardo. Per esempio nella Svizzera di lingua tedesca, dove la risposta ai problemi di apprendimento e d’inserimento nelle scuole locali dei figli degli immigrati italiani fu la costituzione di una vasta rete di Comitati Genitori che studiarono soluzioni dialogando con gli insegnanti, si batterono per la creazione di corsi di sostegno (pre e doposcuola), e responsabilizzarono i genitori su questi fondamentali aspetti dell’istruzione dei loro figli. Ebbene, le autorità svizzere portano ora ad esempio questo modello alle altre comunità immigrate.

L’integrazione, quando diventa assimilazione, tende a spegnere la voce, ad annullare l’identità, una tendenza che abbiamo sempre combattuto affermando il diritto alle nostre origini culturali. L’integrazione pone alle nuove generazioni un interrogativo forte: a quale ambito valoriale si deve attribuire il nome di nazione, di appartenenza, di identità, e che significato si deve dare oggi a queste parole? Ebbene io credo che si debba riconoscere ad ogni persona emigrata l’appartenenza a più di una comunità, e che essa non è esclusiva di un’altra. Per gli italiani emigrati questa duplice appartenenza è oggi una realtà in molte parti del mondo.

Vi è però tra le giovani generazioni un fenomeno nuovo e inatteso: il desiderio di rientrare in possesso della propria italianità attraverso il recupero della lingua italiana, ma anche l’interesse a riottenere la cittadinanza italiana. L’Italia deve saper scoprire e analizzare i tratti più genuini e caratteristici di questa tendenza che affiora nella diaspora centenaria, orgogliosa delle proprie radici italiane, e valorizzare il "mondo italiano" all’estero, saldamente ancorato a precise matrici culturali.

Ecco uno dei tanti campi su cui dobbiamo indagare, magari con poca retorica e più strumenti di analisi: ci sono le condizioni, c’è la volontà per questo ascolto sensibile? Se ci fosse realmente, esso potrebbe dare qualche utile risposta al dibattito che si è aperto ovunque in Europa a proposito delle società multi-e-interculturali.

Riflessione e conoscenza dell’esperienza del passato sono senz’altro fondamentali, quasi una pre-condizione per affrontare in termini di saggezza, giustizia e civiltà, il problema che oggi ci pone nell’altra, e opposta condizione, di continente verso cui si rivolgono flussi notevoli e crescenti di lavoratori, di emigranti provenienti da Paesi europei, e soprattutto di quelli che spesso definiamo, con senso di fastidio, extracomunitari. Franco Narducci, Segretario Generale del CGIE)

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