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INFORM - N. 172 - 16 settembre 2002

Gianni Pittella (Ds): Non deve scendere il silenzio sull’America Latina

ROMA - Le gravi notizie che continuano ad arrivare dall’Argentina e dal resto della America Latina obbligano tutti a deporre ogni residuo di retorica inconcludente e a compiere responsabilmente atti politici concreti. In particolare la condizione di tante famiglie di origine italiana si va facendo sempre più difficile e preoccupante ed il governo italiano non pare in grado di andare oltre la vuota retorica con sgradevoli venature nazionalistiche, assolutamente fuori luogo.

Ciò che un governo serio e responsabile dovrebbe fare in momenti tanto drammatici, quali quelli attraversati da un paese amico come l’Argentina, carico di legami culturali ed economici con la nostra penisola, dovrebbe innanzitutto essere un impegno deciso in ambito di G7 e di comunità finanziaria internazionale, per garantire quegli aiuti che (come nei recenti casi di Brasile ed Uruguay) possano consentire l’uscita da una crisi economica devastante.

È a questo livello che vanno affrontati i problemi. La retorica nazionalistica, invece, non solo è perfettamente inutile ma è anche pericolosa perché rischia di spaccare comunità che ormai si sono ampiamente e positivamente fuse ed integrate. Dividerle sulla base della provenienza nazionale o, ancora più irresponsabilmente, "regionale" è una operazione indegna.

Naturalmente, sempre restando al caso argentino, sono evidenti le responsabilità della classe politica nazionale ed, in particolare, del "decennio Menem" con le scelte politiche ed economiche, di svendita del paese e di gonfiamento a dismisura della spesa clientelare, che in quel periodo si fecero e i cui effetti ora gravano su tutta la popolazione in termini di complessivo e drastico impoverimento.

Il resto dell’America Latina non vive giorni migliori. Dal Venezuela, con la sua grave crisi sociale e politica – acutizzata dal populismo radicale del Presidente Chavez e dal miraggio di scorciatoie autoritarie, inaccettabili per definizione -; al Perù, che ancora paga la pesante eredità "fujimorista", all’Uruguay; che da presunta oasi di relativo benessere si è visto precipitare nella crisi economica e finanziaria; alla Colombia, paese ricchissimo ma sprofondato in una condizione di violenza insopportabile; allo stesso Cile dove, pur in presenza di un governo serio e che ha saputo garantire nel modo migliore la transizione alla democrazia, iniziano ad affacciarsi i fantasmi della crisi e della disoccupazione.

Un discorso a parte non può che essere fatto per il Brasile. Le prossime elezioni di ottobre determineranno le condizioni, al di là del risultato (ed io auspico che il risultato sia favorevole all’alternanza e quindi ad un governo diretto da Lula), per un rafforzamento della leadership del Brasile nell’area Sudamericana. Da questo punto di vista il Mercosur, ed altre forme di regionalizzazione come il Patto Andino, rappresentano una esperienza positiva da incentivare. Sia nel rapporto con l’Unione europea (e a questo riguardo il ritardo europeo è evidente: in diplomazia, perché nel recente vertice Euro-latinoamericano di Madrid si sono sprecate parole e promesse ma con pochi impegni; ed in economia, perché il nodo fondamentale dell’apertura dei mercati ai prodotti agricoli d’oltreoceano rimane insormontabile), sia con gli Stati Uniti del Presidente Bush, che concepiscono l’Alca, l’Area di libero scambio delle Americhe - dall’Alaska alla Terra del fuoco - non come una opportunità per tutti bensì a senso unico. In questo contesto il ruolo guida del Brasile ed il rapporto rinnovato dell’America latina con l’Europa potrebbero essere le grandi novità e la grande speranza per tutto il sub continente.

Tornando, per concludere, alla condizione di tanti nostri connazionali, declino economico, instabilità politica, disoccupazione, separatezza tra Paese legale e Paese reale, sono i dati unificanti una regione del mondo dove vivono più di un milione di italiani.

Il dramma dell’America Latina non si risolve con pannicelli caldi come quelli annunciati e nemmeno attivati, dal Governo Italiano, né i nostri connazionali possono essere irretiti da una folla di promesse sinora inevase e da una "campagna" per il rientro, che è francamente assai riduttiva.

Occorre sciogliere i nodi politici veri e vanno chiamati in campo attori politici internazionali sinora silenti.

La strada maestra è incoraggiare, anche con un più deciso ruolo dell’Unione Europea che della bontà di tale strada è testimonianza vivente, un’intesa regionale autonoma, un processo di confederazione o federazione di Stati che affronti congiuntamente i propri affari economici e commerciali, e si disponga unitariamente alla interlocuzione con USA e con gli altri attori internazionali. (Gianni Pittella, europarlamentare, responsabile nazionale Ds per gli Italiani nel mondo)

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