* INFORM *

INFORM - N. 169 - 11 settembre 2002

Il Messaggero di Sant’Antonio, edizione italiana per l’estero, intervista Giandomenico Picco, consigliere del segretario dell’Onu, Kofi Annan

11 Settembre, un anno dopo

"Politici e governanti di mezza tacca hanno sempre bisogno di nemici, altrimenti non sanno governare. Sono gli uomini di stato che sanno governare senza nemici"

NEW YORK - All’indomani dell’attacco terroristico di un anno fa a New York e a Washington, molti osservatori internazionali dissero che il mondo non sarebbe stato più lo stesso. La guerra in Afghanistan, la recrudescenza della violenza in Israele, il rischio di ulteriori atti terroristici hanno disegnato nel frattempo nuovi scenari internazionali così che la caduta del muro di Berlino sembra ora lontanissima nel tempo. Eppure i sommovimenti politici innescati proprio dalla fine della Guerra Fredda, denunciano come il mondo sia alla ricerca di nuovi equilibri.

Ne abbiamo parlato con Giandomenico Picco, già rappresentante personale del segretario dell’Onu per il dialogo tra le civiltà, e attualmente consigliere per i problemi legati al terrorismo. Picco, friulano d’origine, vive da oltre trent’anni a New York dove guida la GDP Associates. In veste di consulente delle Nazioni Unite ha avuto un ruolo centrale nel far terminare la guerra tra Iran e Iraq, e nella liberazione degli ostaggi occidentali sequestrati in Libano negli anni Ottanta. Per guadagnarsi la fiducia dei rapitori, Picco ha rischiato più volte la vita accettando addirittura di farsi sequestrare.

Dopo i fatti dell’11 settembre 2001, l’Occidente – Stati Uniti in testa – ha puntato l’indice accusatore contro alcuni Paesi mediorientali e asiatici, considerati come nemici. È un atteggiamento giustificato da ragioni oggettive oppure rientra in una strategia politico-militare che ha bisogno di individuare un nemico reale (così come fu l’Urss durante la Guerra Fredda) per ottenere il consenso dell’opinione pubblica e giustificare quindi investimenti in campo bellico?

Per molti governi la necessità di avere un nemico è abbastanza chiara. Abbiamo vissuto durante la guerra fredda con un nemico a disposizione. Politici e governanti di mezza tacca hanno sempre bisogno di nemici altrimenti non sanno governare. Sono gli uomini di stato che sanno governare senza nemici. Giudicare e identificare un nemico è un sistema di gestione del potere, e questo è un fenomeno che si ripete nella storia. Il caso specifico di Paesi inseriti in una lista di nemici, cioè Corea del Nord, Iran, Iraq e, poi, in seconda linea, un altro gruppo di quattro o cinque Paesi, rientra nel clima estremamente pesante in cui oggi vive l’America. Gli Stati Uniti, contrariamente all’Europa, si sentono in guerra. L’11 settembre ha rappresentato una svolta psicologica oltre che politica per questo Paese, e ha creato una mentalità di guerra.

Nel 1999 lei scrisse: "l’Iran sta cercando di costruire una nuova immagine di se stesso, e il presidente Khatami ha lanciato l’idea del dialogo tra civiltà come movimento per il nuovo secolo e in contrapposizione alle teorie di scontro tra civiltà sviluppato invece negli Usa". Le sue osservazioni di allora appaiono ancora oggi profetiche.

Il discorso sull’Iran è importante perché è ancora aperto. Quello che succederà nei rapporti fra Teheran e Washington è un quesito che non ha ancora trovato una risposta precisa. Certamente, da entrambe le parti ci sono fazioni opposte: ci sono coloro che non vogliono un riavvicinamento, e coloro che aspettano che il tempo faccia il suo lavoro. Secondo me questa situazione andrà avanti ancora nei prossimi mesi, e dovremmo sapere, tra adesso e la metà del prossimo anno, da che parte tirerà il vento. Già all’inizio del 2003, molte cose potrebbero cambiare in Iraq, e quella scadenza potrebbe essere molto importante anche per l’Iran.

Esiste il rischio che, continuando a parlare di scontro tra civiltà, l’Occidente fomenti i fondamentalisti islamici, favorendone così l’aggregazione e innescando un’ulteriore radicalizzazione del conflitto ideologico-religioso?

Devo dire che l’Occidente non sta giocando sulla diversità delle civiltà e delle popolazioni. Penso anzi che l’Occidente abbia fatto un lavoro eccellente per disinnescare la bomba dello scontro tra civiltà. Se c’è uno che gioca a favore di questo scontro è Bin Laden. Togliamo lo scontro tra civiltà e Bin Laden è finito. I Paesi non sono mai andati in guerra per motivi culturali, ma per ragioni di interesse, per l’egoismo dei loro capi. Lo scontro tra civiltà esiste per chi non conosce la storia: in realtà le guerre non si sono mai fatte per motivi culturali.

Qualche anno fa, il politologo americano Fukuyama preconizzò la fine della storia. L’alba del terzo millennio pare aver smentito clamorosamente questa teoria.

Quando fu presentata negli anni Novanta, questa teoria, come quella di Huntington sullo scontro tra civiltà, aveva il vantaggio di offrire un’alternativa a chi si sentiva orfano di un nemico. Il nemico era necessario perché non eravamo abituati a viverne senza. Per quanto riguarda la storia, sono molto reticente a parlare perché mi chiedo se in effetti la storia esista. Sono più convinto che esistano le biografie, cioè il racconto delle decisioni che prendono gli individui, uno alla volta, e le cui conseguenze, insieme, fanno succedere gli avvenimenti. La storia, a volte, è un riassunto fatto male per chi non era presente e non era certo protagonista di vicende che sono accadute.

L’Occidente ha applaudito al recente summit di Pratica di Mare, in Italia, che ha visto l’ingresso della Russia nell’alveo politico-militare della Nato. Adesso quali nemici restano al Patto Atlantico e come cambierà il suo ruolo sullo scenario internazionale?

Lei ha ragione a dire che l’ingresso della Russia nel Consiglio della Nato cambia la fisionomia dell’alleanza militare, e questo è uno dei grossi mutamenti a cui stiamo assistendo, e che sarà seguito, a mio avviso, da altri cambiamenti come quelli di raggruppamenti meno famosi, ma che pure esistono, per esempio il Gruppo di Shanghai: Stati Uniti, Cina e Russia. Raggruppamenti cioè che vedono cooperare sempre di più i grossi Paesi che fino all’altro ieri parevano nemici. Non mi stupirei se fra due o tre anni il G8 si allargasse alla Cina così da diventare il G9. L’obiettivo di questi gruppi di Paesi non è quello delle alleanze ma piuttosto degli allineamenti.

Qual è la differenza?

Le alleanze al 100% fra Paesi amici era un accordo su tutto, su ogni argomento e ogni giorno. Gli allineamenti sono alleanze tattiche: argomento per argomento. I vari Paesi fanno accordi su temi specifici e uno alla volta. L’Alleanza Atlantica forse diventerà sempre di più un organismo di allineamenti e forse sempre meno un’alleanza così com’è stata intesa finora.

Creare le condizioni per uno sviluppo equo e solidale di tutti i Paesi del mondo, soprattutto di quelli economicamente e socialmente più arretrati, potrebbe togliere benzina dal fuoco di futuri conflitti. Ma per l’Occidente questo significa una riduzione del proprio benessere: business ed etica, infatti, si conciliano male quando meno di un quinto della popolazione mondiale utilizza più dei due terzi delle risorse disponibili. È solo un’utopia quella di una finanza etica? E cosa accadrà quando, in Paesi come Cina e India (due miliardi di abitanti), aumenterà la richiesta di risorse energetiche e di beni di consumo?

Lei ha sollevato due grossi temi. Il primo è un problema di equità nella distribuzione di risorse che non sempre la natura offre. E la distribuzione equa di queste risorse è certamente l’obiettivo che si deve perseguire. Ma non dobbiamo dimenticare che questa va di pari passo con un altro fattore che si chiama "corruzione". Non si può parlare di equa distribuzione delle risorse o di annullamento del debito pubblico internazionale se non si parla anche di corruzione che è l’altra faccia della medaglia in questi Paesi.

Per quanto riguarda le risorse energetiche della Cina e dell’India, sono problemi già affrontati a livello operativo. La Cina si sta preparando in vari modi a far fronte al proprio fabbisogno energetico: negli ultimi 4-5 anni ha importato 1 milione di barili di petrolio al giorno e ne importerà ancora di più in futuro. Alternative sono già sul tappeto e la Cina non si lascerà prendere in contropiede da questo problema: non dimentichiamo che da molto tempo ha acquisito addirittura dei campi petroliferi in Kazakhistan. Per l’India il discorso è diverso perché deve pensare al suo fabbisogno energetico considerando anche il turbolento contesto geopolitico in cui è inserita. Il problema è: come portare in India il gas dal Golfo Persico o dall’Asia centrale? Fino ad oggi questo nodo non è ancora stato sciolto. (Intervista a cura di Alessandro Bettero-Messaggero di sant’Antonio/Inform)


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