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INFORM - N. 169 - 11 settembre 2002

11 Settembre – Su "Il Foglio" un intervento del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi

"O le cose cambiano o si dovrà agire, anche militarmente, prima che sia troppo tardi"

Signor direttore, questa è la settimana in cui si ricorda con legittima emozione quel crimine contro l’umanità che furono gli attentati dell’11 settembre scorso a New York e a Washington. Sarà bene cercare di unire l’elaborazione del lutto, che non è un lutto solo americano, a un ragionamento a ciglio asciutto sullo stato della sicurezza globale nel mondo, un anno dopo. E sarà bene riflettere su quali siano i doveri e gli interessi italiani nel nuovo scenario politico internazionale.

La reazione delle democrazie occidentali alla tremenda sfida lanciata dal terrorismo e dal fanatismo islamista, che è il primo nemico anche della civiltà islamica, è stata saggia ed efficace nonostante errori e tragedie impliciti in ogni azione politico- militare. Il regime fondamentalista che proteggeva la rete del terrore è stato abbattuto e, nonostante i pericoli incombenti, per la prima volta in molti decenni l’Afghanistan liberato può cercare di lavorare per la pacificazione. Si è costruita, non senza prevedibili difficoltà e dissensi che si riflettono sulle tensioni del presente, una coalizione mondiale che comprende per l’essenziale, oltre agli Stati Uniti d’America e alla tradizionale alleanza atlantica, i grandi nuovi soggetti della diplomazia internazionale emersi dopo la fine della guerra fredda. Si è rinsaldato un rapporto positivo con la Federazione russa e, in diverso ambito e con diverse caratteristiche, con la Cina. E’ grandemente avanzata la collaborazione dell’intelligence per la bonifica delle centrali che organizzano la rivolta armata contro l’ordine e la pace mondiale, e per la prevenzione dei loro atti sciagurati. Perfino nel teatro tormentato del Medio Oriente, alla messa in scena quotidiana del dramma terrorista sembra ora seguire un periodo di difficilissimi negoziati per interrompere almeno la spirale della violenza. La stretta repressiva destinata a contrastare l’azione terrorista non ha travolto i principi dello stato di diritto e gli spazi sociali aperti alla discussione critica e al dissenso che sono tutt’uno con il funzionamento delle democrazie e delle società aperte anche in periodo di guerra. Si è sviluppato il dialogo interreligioso, con i due convegni di Assisi promossi da Giovanni Paolo II, e si è fatta strada nelle menti e nei cuori di credenti e laici l’idea di una pace nella giustizia.

In questo quadro l’Italia ha fatto la sua parte, senza esitazioni e senza fanatismi, quale soggetto fondatore e parte integrante dell’Unione europea, senza dimenticare i suoi doveri storici di alleato leale e rispettato degli Stati Uniti d’America. Siamo orgogliosi di aver contribuito in modo significativo alla prima fase della lotta al terrorismo internazionale e di aver manifestato, anche con una campagna di chiarificazione civile e culturale, la totale indisponibilità del nostro paese a una logica di resa e di divisione tra le democrazie impegnate nel combattimento per la stabilità, la sicurezza e la pace. Ma non stiamo parlando di una storia finita, purtroppo. E siamo di fronte alla necessità di riflettere e di decidere su nuove, imminenti scelte strategiche, e di farlo con tutto il senso di responsabilità necessario, in sintonia con l’Europa, che, come ha ricordato il capo dello Stato, insieme agli Stati Uniti deve essere "la principale fonte di sicurezza e di stabilità nel mondo".

Il regime politico che governa l’Iraq sta violando sistematicamente da cinque anni i suoi obblighi verso le Nazioni Unite. E si tratta di obblighi decisivi al fine di rassicurare tutti sul pericolo costituito da una politica di riarmo non convenzionale, con la produzione di armi di sterminio di massa chimiche e batteriologiche, all’ombra dei sospetti e degli indizi sul vecchio e mai dismesso programma iracheno di proliferazione nucleare. Questo oltraggio ripetuto e insistente alle Nazioni Unite e al mondo è oggi uno dei principali problemi. O le cose cambiano oppure sarà necessario agire concretamente, con tutti i mezzi diplomatici e politici possibili, e senza escludere l’opzione militare, per tutelare la sicurezza globale da un effettivo pericolo. Come ha recentemente affermato il capo della diplomazia americana nel commentare il discorso di George W. Bush all’accademia di West Point, "la scelta della prevenzione va usata in modo cauto e giudizioso", ricordandosi sempre che si è membri responsabili di una comunità internazionale. Ma in particolare dopo l’11 settembre il principio di precauzione ha assunto sulla scena internazionale due facce: si può essere incauti per troppa fretta, ma anche se si passa all’azione necessaria tardi, troppo tardi.

Questa, direttore, è la posizione che porteremo alle Nazioni Unite a nome del nostro paese, del suo interesse nazionale, del suo bisogno di sicurezza in un mondo interdipendente, e anche in nome di un principio che non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo mai: quando l’attacco terrorista e l’insidia alla pace sono portati da reti o regimi che mirano a distruggere il nostro modo di vita e le nostre democrazie liberali, le democrazie hanno non solo il diritto ma anche il dovere di difendersi. (Silvio Berlusconi)

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