* INFORM *

INFORM - N. 164 - 5 settembre 2002

Su "L’emigrato" l’editoriale di Gianromano Gnesotto

Cosa potrebbero fare gli immigrati?

E’ cambiata la legge sull’immigrazione: nuove regole, nuove procedure, nuova concezione. Che parte ne abbiano avuto i diretti interessati su tutto questo è facile da immaginare: nessuna. Gli immigrati per ora non hanno voce; le loro associazioni e le loro diverse forme di rappresentanza sono afone. Se li può consolare: nemmeno le migliaia di proposte di emendamento al testo legislativo hanno avuto sorte migliore nel Parlamento e al Senato.

Ora però devono essere subito pronti al cambiamento. Perché noi italiani, ed europei, siamo fatti così: per scambiare la moneta nazionale in euro ci siamo presi mesi e mesi di prove, simulazioni ed informazioni; per il cambiamento di vita degli immigrato andiamo per le spicce. E se da tante parti sono venute profonde critiche e perplessità alla legge, qualcuno se l’è cavata anche con un "Vediamo fra cinque anni se ha funzionato o no". Come se in ballo non ci fossero le vite di migliaia di persone.

Visto che ormai tutto è deciso, cosa potrebbero fare gli immigrati?

Anzitutto portare pazienza per il nostro modo supponente di fare e per la nostra limitatezza. Purtroppo siamo sostenuti dall’orientamento di quasi tutti i Paesi europei, per i quali il tema che risulta più interessante è il contrasto all’immigrazione clandestina, mentre poco si parla di integrazione e si fa fatica a combinare il diritto all’asilo con una seria gestione delle frontiere. Ci sono però altre voci che spingono ad un orientamento diverso: il Consiglio d’Europa richiama all’equilibrio tra la politica per l’immigrazione illegale e la politica per l’immigrazione legale; suggerisce che se si vuole combattere la clandestinità è necessario intensificare l’aiuto allo sviluppo.

Gli immigrati potrebbero, poi, conoscere la legge, perché è lo strumento attraverso il quale si può vivere alla meno peggio in Italia e pensare ad un futuro per sé e per la propria famiglia. Il testo legislativo non sarà una lettura né facile né allettante, ma è il modo principale per conoscere i propri diritti e doveri.

Il passo successivo, naturalmente, sarà passare dalla teoria alla pratica, districandosi nella nostra selva burocratica e turandosi il naso di fronte alle insensatezze. Vale il principio di qualche saggio: in democrazia c’è sempre spazio per le correzioni. Potrebbero anche, come alcuni immigrati inferociti hanno proposto, cercare di boicottare la legge. Ma è inutile dire che le leggi non si boicottano, a meno che non si voglia andare incontro ad un’infinità di grane e di guai.

Ma ciò che veramente gli immigrati potrebbero fare è di convincerci che non sono come li vorrebbe la legge Bossi-Fini: persone ridotte a braccia e che nulla hanno da dare oltre il lavoro; disperati a rischio di delinquere; marginali facili a trasgredire le norme comportamentali della comunità. Hanno a disposizione parecchi mezzi: l’associazionismo, che va rafforzato; la collaborazione con gli enti locali nei progetti di integrazione, che nonostante tutto vanno avanti; il rispetto delle semplici norme di buon vicinato; le tante forme di collaborazione.

Noi italiani, intanto, potremmo tirar via le ragnatele dalla memoria: pochi sono coloro che non hanno avuto qualcuno della propria famiglia emigrato all’estero. Lo ricorda spesso il nostro Ministro per gli Italiani nel mondo, Mirko Tremaglia: in nome del cammino della speranza fatto dai nostri connazionali in ogni parte del mondo, non possiamo transigere si tre concetti: umanità, civiltà, solidarietà. Almeno questo lo potremmo fare noi. (Gianromano Gnesotto*-L’Emigrato/Inform)

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* Direttore del mensile dei Missionari Scalabriniani "L’Emigrato" - Via Torta, 14 - 29100 Piacenza


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