* INFORM *

INFORM - N. 162 - 3 settembre 2002
B>

Dall’UNESCO: gli indici di natalità destinati al declino

Demografia, previdenza e sicurezza sociale, regimi pensionistici ed emigrazione

PARIGI – "Grandir et vieillir" è il lemma ed il segno del colloquio permanente che seguiamo dai bollettini dell’UNESCO sulla demografia. Si tratta di dati, confronti e indicazioni sull’avvenire planetario delle generazioni; non sono definitivi e di lettura univoca, vi sono giustapposte differenti fonti. Ma una prima constatazione è subito possibile: l’evoluzione demografica non permette più di avallare la paura di essere troppi degli anni ’50 e ’60 del secolo scorso, le campagne selvagge della contraccezione e della sterilizzazione di massa, nulla di più offensivo della dignità della persona (in India sotto Indira Gandhi).

Il tasso delle nascite declina anche in Cina, in India, in Africa, nell’America Latina. In Europa ci sono paesi dove le culle si equivalgono o scendono sotto le bare, come in Italia e Spagna. Aumenta la durata media di vita anche in Cina e in Africa ma è un aumento effimero di popolazione. L’invecchiamento del mondo è in marcia. Questo rovesciamento delle età suscita foschi fantasmi: città deserte, case disabitate, immobili capitali e imprese che si volatilizzano, scuole chiuse, gente che non ha più nulla da fare e da dire.

I sistemi di previdenza, assicurazione e pensionamento - i paesi in via di sviluppo seguono anche qui tendenzialmente quelli del primo mondo industriale - stentano ad adattarsi all’evoluzione demografica producendo vuoti di politica economica e sociale; i conti e i bilanci degli Enti, delle Casse e gli adempimenti di Stato vanno rivoltati ab imis; lo si dice ad ogni pie’ sospinto, ma sono in alto mare le misure concrete sia su scala nazionale che su scala mondiale. C’è un mondialismo della sicurezza sociale, questo davvero inadempiuto. Dalle analisi di Anne-Maire Guillemard, autrice del recentissimo studio "L’Europa continentale a fronte del pensionamento anticipato", apprendiamo che in Europa appena un uomo su due di età tra i 55 e i 59 anni è ancora sul mercato del lavoro, quando trent’anni fa erano l’80 per cento. Né le legislazioni vigenti né gli imprenditori nelle loro decisioni, analizzate paese per paese, prendono le stese misure sui dipendenti privati e pubblici in quiescenza e sul lavoro salariato anziano. Quando i lavoratori stanno diventando anziani se ne prospetta e se ne incoraggia il pensionamento, anche anticipandolo, giudicandoli in deficit di capacità e di formazione al nuovo ed in obsolescenza irrimediabile in confronto del progresso tecnologico e dell’economia del nuovo sapere. Ma ciò accade in alcuni paesi ed in alcuni momenti dello stesso paese e non in altri.

Il deprezzamento dei lavoratori cinquantenni o intorno a questa età è tutt’altro che unanime. In talune imprese, in taluni periodi di tempo, mutamenti di struttura e di dimensione (le grandi fusioni) si rendono opportuni, e con essi si scopre l’optimum dei dipendenti cinquantenni e fin quarantenni, della loro riconversione, nuove forme di contratti, comunque la necessità dell’offerta a restare. Tra risorse umane, l’esistenza di forze-lavoro fresche e giovani e di forze-lavoro antiche di provata disciplina, convenienze dell’impresa, interessi oggettivi della collettività il bilancio è sempre qualcosa in fieri. La più lunga permanenza nell’occupazione è richiesta dai nuovi equilibri della previdenza sociale. Ma un new job a 57 o a 60 anni non è per tutti, non può essere creato per espresso, scaturisce dal mercato. Gioca anche qui la duttilità delle politiche del lavoro con la duttilità del nuovo sapere attuariale della previdenza e sicurezza sociali. Gioca altresì il fenomeno migratorio mondiale.

L’offerta di lavoro dell’emigrazione è offerta di energia giovane. Sono i grandi paesi industriali che stanno invecchiando più rapidamente, subito dopo invecchiano i paesi ex socialisti dell’Est europeo. I paesi dell’Asia e dell’Africa, che non sfuggono al trend reclinante degli indici di natalità come sopra rilevato, offrono ancora per qualche decennio un margine di crescita demografica che non sarà assorbito entro i loro spazi. La loro emigrazione premerà ancora sul continente europeo, il Nord America e l’Australia.

Questa immigrazione farà premio sulla nostra vecchiaia meglio assistita specie dagli immigrati asiatici (badanti, prestazioni infermieristiche) e sulla concorrenza tra manodopera immigrata e classi di età dei nostri giovani sempre più diradate. Questa immigrazione aiuterà a supportare inoltre gli adempimenti pensionistici verso i baby-boomers degli anni dopo il secondo conflitto mondiale. Disciplinarla, regolamentarla, inserirla civilmente, degnamente nel nostro tessuto sociale è opera che si impone. Pensare che potremmo farne a meno o prendere paura perché si mescola ed altera le nostre identità nazionali, questo non è né intelligente né possibile. Assimilarla secondo l’antica ispirazione romana è politica di latinità moderna. (Alberto Marinelli-Inform)


Vai a: