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INFORM - N. 160 - 13 agosto 2002

Marcinelle - Indirizzo di saluto di Franco Narducci, Segretario Generale del CGIE

Cari connazionali, ancora una volta siamo qui per commemorare i nostri connazionali scomparsi 46 anni fa a Marcinelle, il luogo dove si tocca con mano uno dei grandi drammi del lavoro e dell’emigrazione italiana nel mondo. Gli italiani che vivono all’estero, che spesso hanno vissuto la solitudine, l’emarginazione e tanti conflitti, non dimenticheranno mai quanto accadde a Marcinelle, una tragedia immane, assurta ad emblema del dramma dell’emigrazione

Il martirologio degli emigrati italiani ha conosciuto tantissime pagine dolorose soprattutto durante la lunga storia dello sfruttamento delle risorse minerarie: dall’esplosione tremenda nelle viscere della terra presso il passo di Calais, nella Francia, dove il 10 marzo del 1906 si verificò il massacro, quasi istantaneo, di 1176 minatori, alle ecatombi nelle miniere della regione del Borinage, fino al sacrificio di Marcinelle di 46 anni fa, che costituisce uno degli episodi più drammatici di queste nostre pagine.

Io credo che abbiamo il dovere di mettere in luce, accanto ai sacrifici del mondo del lavoro odierno, il martirio dei minatori dei tempi passati, perché l’umanità comprenda sempre meglio "di che lacrime grondi e di che sangue è intriso" il cammino percorso dalle nere falangi del sottosuolo. Marcinelle fu una tragedia dolorosa che si aggiunse alle molte vicende sanguinose che hanno costellato l’emigrazione italiana nel mondo, spesso provocate da giudizi precostituiti o da motivazioni dettate dal rancore, se non da autentici sentimenti di odio razziale. Il linciaggio di 11 italiani a New Orleans nel 1891, il massacro di nove operai italiani ad Aigues-Mortes nel 1893 o i tumulti antiitaliani di Zurigo nel 1896, per esempio, pur consumati a distanza di migliaia di chilometri e di tempo, trovano un denominatore comune nelle condizioni disumane in cui versavano i lavoratori italiani, concorrenti alla ricerca di un salario che consentisse loro di fare delle economie anche a costo di una condotta di vita e di lavoro durissima, che di fatto ne facevano la forza lavoro più umile tra le comunità emigrate.

L’Italia che abbiamo ereditato è stata fondata sul sacrificio di tanti lavoratori che nei luoghi più dispersi del mondo si sono trovati fianco a fianco. Uomini e donne di ogni Regione d’Italia chiamati a lottare per la famiglia, per un’esistenza decorosa e per il progresso. I valori del sacrificio italiano nel mondo sono un patrimonio di tutti gli italiani. Per ricordare il sacrificio di quegli uomini e donne, a me pare sia di grande rilievo e interesse recuperare memoria e coscienza di un fenomeno come quello dell’emigrazione di massa, dell’esportazione massiccia di braccia, di forze fisiche e intellettuali, di produttori che l’Italia ha conosciuto, vissuto, sofferto per decine di anni nella seconda metà dell’ottocento e fino agli anni ottanta del secolo scorso.

In un Paese in cui spesso si dimentica questa eredità e si ha difficoltà a riconoscere come coloro che vengono oggi in Italia siano identici ai nostri padri che andavano a costruire un progetto di vita altrove, credo sia importante il richiamo alla nostra storia.

Poiché riflessione e conoscenza dell’esperienza del passato sono senz’altro fondamentali, quasi una precondizione, per affrontare in termini di saggezza, di giustizia, di civiltà, il problema che oggi ci pone in larga misura dall’altra e opposta condizione di nazione verso cui si rivolgono flussi notevoli e crescenti di lavoratori, di emigranti provenienti da Paesi europei e soprattutto da quelli che spesso definiamo con senso di fastidio extracomunitari. A nessuno può sfuggire le difficoltà che stiamo attraversando: dal ritorno delle minacce di guerra con il sempre più probabile attacco all’Irak, fino alla crisi morale del capitalismo americano che da mesi sta sconvolgendo i mercati azionari in ogni parte del mondo. Dobbiamo sperare e lottare per tempi migliori e per il ritorno ad una pacatezza autentica contro lo stile di chi promuove inquietudini, poiché mai come oggi l’immigrazione mette in discussione i fondamenti stessi della società e della convivenza. Abbiamo il dovere di costruire dall’emigrazione un progetto nuovo dell’immigrazione, sapendo che bisogna tenere insieme le due cose e che l’estremismo è una scorciatoia rispetto alla democrazia delle politica. Sapendo che guardando alla nostra storia possiamo realizzare una politica europea che interpreti le evoluzioni del mercato del lavoro e che metta in luce i diritti e i doveri dei lavoratori immigrati in Europa. Con questa politica possiamo rimettere in gioco i concetti di socialità e di solidarismo, così faticosamente costruiti dalla seconda metà dell’800, pur tra le immani catastrofi dei totalitarismi, delle guerre e della divisione del mondo in due blocchi, e che oggi attraversano una fase di oggettivo indebolimento.

In questo momento storico in cui i fenomeni dell’immigrazione, dell’intolleranza e del razzismo spesso sono vissuti senza il necessario equilibrio da istituzioni e cittadini, va riaffermato più che mai l’insegnamento derivato dalla sciagura di Marcinelle, i valori della dignità dell’uomo, dell’amore per la famiglia e del coraggio ad essa connaturati.

Marcinelle e le altre grandi sciagure del lavoro hanno però imposto anche la riflessione sui nodi critici dei sistemi di prevenzione, che bisogna oggi rilanciare con forza in un’area critica in cui si riflettono negativamente in termini di salute per i lavoratori, fenomeni di delocalizzazione e trasformazione dei rischi lavorativi vecchi e nuovi. Il fenomeno infortunistico ha una varietà di espressione e di intensità che in molti Paesi desta grandi preoccupazioni in rapporto a diversi fattori riconducibili ai sistemi di organizzazione del lavoro, all’efficacia dei sistemi di prevenzione aziendale, al grado di maturità della cultura dirigenziale, al grado di ritardo o di resistenza nell’applicazione della normativa europea in materia di sicurezza. Ma anche in rapporto all’azione del Governo e delle istituzioni. Nel nostro mondo ipertecnologico sono ancora numerosi i casi di morte sul lavoro. Gli organismi nazionali dovrebbero procedere rapidamente ad una mappatura dei siti di lavori a rischio e si dovrebbe creare con urgenza un coordinamento europeo molto efficace. Anche se l’emigrazione italiana odierna è costituita soprattutto da un flusso di lavoro intellettuale e da tecnici, sono più che frequenti i casi di italiani che lavorano all’estero in situazioni di forte rischio si dovrebbero concertare misure di maggior sicurezza, con le società o i Governi che occupano forza lavoro italiana e di altri Paesi.

Il ricordo della tragedia di Marcinelle deve restare vivo e dev’essere tramandato alle giovani generazioni, perchè è una storia che ci appartiene, che richiama quanto è accaduto, è parte della storia del nostro popolo dalle speranze alle aspirazioni troncate dalla morte. È la storia della nostra emigrazione depositata nelle biblioteche e che ancora di più dovrebbe entrare di diritto, per essere conosciuta, nelle scuole italiane.

La mattina della tragedia racconta la signora Libera Valentino di Ferrazzano, un comune del Molise – che a Marcinelle quel maledetto 8 agosto 1956 perse il marito di 26 anni appena e padre di tre figli, partito per il Belgio il 28 ottobre dell’anno prima – mi mancava il respiro, avevo la sensazione che mi uscisse l’anima. Ero certa che mi sarebbe accaduto qualcosa. E infatti la sera ho sentito la notizia della tragedia a casa di vicini.

Ebbene non possiamo dimenticare lo strazio susseguito alla tragedia, visto che la succitata Signora poté recuperare il corpo del marito soltanto dopo 40 giorni e che lo Stato italiano liquidò il caso con un risarcimento di 500 mila lire. (Franco Narducci)

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