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INFORM - N. 157 - 7 agosto 2002

8 AGOSTO: GIORNATA NAZIONALE DEL SACRIFICIO E DEL LAVORO ITALIANO NEL MONDO

Bruno Zoratto: Il perché di una "Giornata"

ROMA - Che senso ha, dopo secoli di emigrazione, onorare il sacrificio sul lavoro di milioni e milioni di italiani oltre confine, dimenticati e disconosciuti, ricordandolo con una "Giornata nazionale" dedicata al "sacrificio e al lavoro italiano nel mondo", giornata che il governo di centro-destra ha indetto su chiara proposta di Mirko Tremaglia, Ministro per gli Italiani nel mondo, l’8 agosto in pellegrinaggio a Marcinelle?

L’iniziativa voluta non a caso dal "Deputato degli emigranti", che oggi è anche Ministro per gli Italiani nel mondo, vuole essere un atto di riconoscenza di tutta la Nazione ai propri figli emigrati che hanno vissuto il calvario dell’emigrazione, a coloro che sono stati costretti a cercare altrove quel pezzo di pane che non hanno potuto purtroppo trovare nella loro terra natia.

Mai sino ad oggi un governo della Repubblica aveva ritenuto necessario ricordare questo lungo e doloroso "cammino della speranza" che milioni di italiani hanno percorso in tutte le contrade del mondo, scrivendo in silenzio la loro storia di sangue e sacrifici. Mai a nessuno nei governi di centro-sinistra era venuto in mente di realizzare una simile e significativa iniziativa, per ricordare, per non dimenticare, per fare memoria storica di una questione nazionale, qual è l’emigrazione.

Ricordare certamente - ripetiamolo - per non dimenticare, per capire che la nostra gente in giro per il mondo non può essere confusa con altri, anche perché ha sempre agito nella assoluta legalità, nel rispetto delle leggi: quando si parla di immigrazione, quindi, non bisogna fare inutile forzature di comodo, perché gli italiani all’estero sono i primi a riconoscere i sacrosanti diritti di chi lavora e a comprendere che la "solidarietà" in ogni paese del mondo va sempre coniugata con la "sicurezza", se si vuole vivere in pace ed evitare spiacevoli conseguenze che giustifichino scomposti comportamenti xenofobi.

Ma perché la "Giornata nazionale del sacrificio e del lavoro italiano nel mondo" voluta e ideata dal "Ragazzo di Salò" è stata indetta proprio per l’8 agosto?

Perché 46 anni or sono a Marcinelle, in Belgio, nella miniera maledetta del Bois du Cazier, alle ore 8.10, una esplosione provocò un inferno, in cui perirono 274 minatori di svariate nazionalità. Solo in 13 riuscirono a salvarsi e il tributo di sangue italiano in quella tragedia fu immenso, con ben 136 morti provenienti da 13 regioni italiane, precisamente: Abruzzo, Friuli-Venezia Giulia, Calabria, Campania, Veneto, Emilia Romagna, Marche, Molise, Puglia, Sicilia, Toscana, Trentino-Alto Adige, Lombardia.

Quella tragedia è stata l’apice di una stagione dove i sacrosanti diritti sociali erano vergognosamente negati e calpestati con accordi bilaterali.

Quei fatti hanno caratterizzato, in termini politici, la drammaticità di una storia quasi sempre dimenticata ed ignorata della nostra emigrazione, che la partitocrazia italiana per oltre un quarantennio ha sempre oscurato e censurato, evitando (ad esempio) che nelle scuole si facesse una doverosa e necessaria "informazione di ritorno" su quei tanti drammi subiti dai nostri connazionali emigrati.

Ricordiamo quindi quelle pagine di storia vissuta sulla pelle dei più deboli e dei più sprovveduti, attraversando i controlli di Ellis Island a Manhattan, che nel secolo scorso era il quartiere generale degli arrivi negli USA. Oggi, grazie ad Internet (www.ellisisland.com) si può persino ricostruire le tante storie di coloro che passarono sulla "isola della quarantena"; si può rintracciare ad esempio anche il parente lontano, emigrato agli inizi del secolo, apprendere da che porto è salpato, con quale nave è giunto e quanto dollari in tasca aveva.

L’8 di agosto, che da quasi mezzo secolo è una giornata di lutto nei cuori di tutti gli italiani nel mondo, deve servire a guardare avanti, e a ricordare le tante tragedie della nostra gente emigrata, tragedie talvolta volutamente ignorate e che noi tentiamo di ricordare con dei significativi esempi.

Nel 1907 a Black Diamond in California, in un’altra miniera maledetta, a seguito di una esplosione, ci furono molti sepolti vivi americani e di altre nazionalità. Quattro furono gli italiani periti. Le famiglie degli americani, allora, ebbero 1.200 dollari di risarcimento, gli italiani solo 150, che vennero accettati in silenzio dai nostri connazionali. Un atto discriminatorio ignobile ed evidente che i nostri connazionali subirono, nell’omertà della miseria di quei duri tempi.

Chi sa che nel 1917 a Trinidad, nel Colorado, in America, alcuni minatori italiani vennero fucilati con i loro familiari solo per aver giustamente rivendicato condizioni più umane per il loro quotidiano lavoro?

Oppure a New Orleans, sempre negli Usa, nell’ottobre del 1891, quando alcuni italiani furono accusati dell’omicidio del capo della polizia e in seguito assolti. I "festeggiamenti" organizzati dalla comunità italiana per celebrare la sentenza, cioè la fine di un incubo, furono strumentalizzati dagli americani (si accusavano gli italiani di aver issato il Tricolore della nostra Patria più in alto della bandiera americana) e il 14 marzo 1891 una folla inferocita irruppe nella prigione, impiccando due italiani e uccidendone altri nove a colpi di fucile. L’avvocato Parkerson, che aveva guidato il linciaggio, ebbe poi a dichiarare: "Quelli là non erano altro che dei rettili".

Episodi di intolleranza feroce nei confronti di lavoratori italiani si verificarono anche nella vicinissima Francia, dove il bisogno e la conseguente predisposizione degli emigrati italiani a lavorare per salari più bassi determinava il forte e duro risentimento degli operai francesi. Il 15 febbraio 1882, un capocantiere, seguito dai suoi uomini, percorse la tratta dei lavori per la costruzione della linea ferroviaria tra Alès e Orange malmenando gli sterratori italiani. Nel pomeriggio il gruppo dei francesi penetrò nel villaggio di Celas, dove alloggiavano una trentina di italiani, e li aggredirono a colpi di bastone.

Il 17 agosto 1893 ad Aigues-Mortes, sempre in Francia, una rissa tra lavoratori francesi e italiani nelle saline della Camargue degenerò in una caccia ai nostri connazionali, condotta al grido di "Morte agli italiani", che terminò drammaticamente con il linciaggio di nove italiani.

Il 30 novembre 1909 nella città mineraria di Cherry nell’Illinois (USA) un incendio con conseguente esplosione provocò la morte immediata di 40 minatori italiani.

Il 25 marzo 1911, a New York, un incendio scoppiato all’interno di una grande fabbrica tessile (la Triangle Shirtwaist Company) provocò la tragica morte di 146 donne dipendenti, che erano chiuse a chiave all’interno dell’edificio. Quasi tutte erano italiane.

Il 30 agosto 1965 a Mattmark, in Svizzera, una massa di ghiaccio si staccò dall’Allalin e investì un cantiere di lavoro per la costruzione di una diga. L’incidente provocò 88 morti, 56 dei quali erano emigrati italiani.

Forse nessuno lo sa (neanche "La Repubblica", che ha riservato due servizi per ricordare il centenario della Transiberiana), ma quanti furono gli italiani dei Friuli, del Veneto e del Trentino che perirono assiderati costruendo, oltre cent’anni or sono, la ferrovia più lunga del mondo, la famosa Transiberiana, che, attraversando tutta la Russia, congiunge l’Europa con l’Estremo Oriente?

Chi ricorda Padre Giovanni Stella, che nel 1866, dopo aver ottenuto dal sultano Hailù un appezzamento di terreno nello Sciotel (Etiopia) impiantò un’azienda agricola, la "Italo-Africana", che ben presto divenne un fiore all’occhiello della nostra locale comunità, dando lustro e lavoro a trenta italiani? Sella morì il 20 ottobre del 1869 in piena miseria e dimenticato da tutti.

Si potrebbe continuare ancora per molto.

In questo contesto, però, va logicamente ricordata anche un’altra tipologia di emigrazione, che ha caratterizzato il primo flusso emigratorio italiano oltreoceano.

Pochi sanno che Valparaiso in Cile è una città fondata dal capitano genovese Pastene; nella Giunta rivoluzionaria centrale, che proclamò l’indipendenza dell’America spagnola dalla madre patria, composta di nove membri, tre erano figli di italiani: Belgrano, forse la più bella figura della storia dell’indipendenza argentina, Castelli e Beruto. Un ligure, un veneziano e un piemontese: tre membri, dunque, italiani e di origine certamente borghese.

Quella nostra prima emigrazione nell’America latina era soprattutto composta di professionisti, di commercianti, di naviganti, di sacerdoti. E quelli in realtà sono stati i precursori della nostra emigrazione in America. Dopo di loro è giunto il flusso grande e sommergente della nostra emigrazione agricola di tutte le parti d’Italia, con i tanti, troppi drammi, che la giornata dell’8 agosto vuole in silenzio ricordare, senza dimenticare nessuno.

Una giornata carica di significato perché obbliga tutti a ricordare il progresso e la civiltà che gli italiani nel mondo hanno saputo scrivere con il loro lavoro, come si legge in un recente comunicato del CTIM; perché deve servire a riaffermare anche quella giustizia sociale che a tanti connazionali emigrati è stata per troppo tempo negata.

La miniera maledetta del Bois du Cazier di Marcinelle rimane come monito per un domani migliore, un futuro giù giusto di quello che milioni di italiani hanno dovuto conoscere e subire negli anni passati.

Avendo con l’approvazione della legge sull’esercizio del voto all’estero giustamente messo fine ad una assurda discriminazione durata 46 anni, realizzando la "unità degli italiani" in Patria con i fratelli oltreconfine, una nuova era sta ora iniziando. Quindi, giusto per usare le parole del "Deputato degli emigranti" Mirko Tremaglia, non sono possibili e non sono tollerabili altre discriminazioni.

L’8 agosto deve essere un momento di riflessione per tutti, per porre fine ad ogni forma di vergognoso sfruttamento e di sottomissione, nel rispetto assoluto delle leggi, della giustizia sociale e della politica dei diritti negati, da sempre rivendicata dentro e fuori dal Parlamento dal CTIM in ogni contrada del mondo, assieme alle storiche associazioni nazionali della nostra emigrazione per ogni lavoratore.

La Via Crucis subita dagli italiani nel mondo non si ripeta per nessuno, per il bene dell’Italia e della sua gente, che, ripetiamo, deve ricordare. Per non dimenticare.

Il calvario degli italiani nel mondo rimanga da monito per tutti, anche nei momenti più difficili della nostra Patria che, come Nazione antica di civiltà e progresso, non può permettere che ad altri venga fatto quello che oggi in silenzio, onorando gli italiani nel mondo, l’Italia nuova vuole ricordare per mai più dimenticare. (Bruno Zoratto-/Inform)


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