* INFORM *

INFORM - N. 154 - 1 agosto 2002

Dal Messaggero di sant’Antonio

Nel 2003 la mostra "Italiani in Canada" al Museo della Civilizzazione di Ottawa. Anna M. Zampieri Pan intervista il curatore Mauro Peressini

VANCOUVER - Finalmente, dopo anni di interviste e colloqui con oriundi italiani di differenti età, una risposta originale, ampia ed articolata, sul problema dell’identità! Me l’ha data Mauro Peressini, dal 1992 curatore del programma per il sud-ovest Europa e America latina al Museo canadese della civilizzazione, che nel significativo motto "Multae culturae una patria" (molteplici culture una sola patria) indica in sintesi l’immagine del Canada.

Ho incontrato Peressini durante una sua recente visita a Vancouver, in previsione della grande mostra "Italiani in Canada" (il titolo è orientativo) che sarà aperta fra un anno ad Ottawa nella sede del prestigioso museo, dove resterà fino al 2004 prima di diventare, si spera, itinerante. Nell’ovest canadese ci si sta preparando da oltre un anno: dopo avere focalizzato e pubblicizzato l’evento tramite le associazioni e i media locali, sono giunte numerose le adesioni da parte di individui attenti a questo genere di programmi, sono stati individuati numerosi artefatti e si sono raccolte testimonianze tramite colloqui ed interviste. Il tutto a cura di un comitato ad hoc (del quale anche la scrivente è parte) presieduto da Raymond Culos, riconosciuto storico della nostra comunità, al quale il Museo della Civilizzazione s’era rivolto inizialmente, e puntualmente assistito da Donatella Geller, dirigente alle attività culturali del Centro italiano. Continuo è il contatto con il curatore in Ottawa. La giovane ricercatrice Laura Quilici è stata incaricata di coordinare parte del progetto, cioè di provvedere una prima selezione e illustrazione del materiale localmente individuato. Ma di come si articolerà la mostra scriverò dettagliatamente in futuro, vorrei qui dare la parola al suo visionario ideatore, Mauro Peressini.

Nato a Montreal nel 1957 da genitori friulani arrivati quattro anni prima da Maiano di Udine, nel corso dei suoi studi di antropologia con specializzazione in etnologia, all’università di Montreal prima e all’università della Calabria poi, Peressini si è vieppiù interessato alle questioni legate a immigrazione e identità, argomenti approfonditi nelle tesi di laurea e dottorato. Ecco il perché dell’ampia argomentazione provocata dalla mia prima domanda. E’ la risposta di un esperto che ha indagato, partendo da se stesso e dalla propria storia personale, motivazioni universali. Costituisce un esempio illuminante per quanti come noi - emigranti, esuli, erranti per le vie del mondo - siano alla ricerca di un senso vero alla propria identita’.

- Come oriundo italiano con una collocazione di leadership culturale nel contesto multiculturale canadese, come definisce la sua identità?

- Qui si sta affrontando una questione complessa, difficile da riassumere in poche parole. Ciò che ciascuno di noi è (la propria identità) nessuno sa veramente, perché siamo fatti di tutte le esperienze sociali - incontri con altri individui, gruppi, istituzioni - vissute dalla nascita in poi. Innanzitutto, dire che io sono "italiano", "canadese" o "italo-canadese" è semplificare molto la realtà. Da una parte l’Italia, come ogni altro paese, è fatta di un’infinità di culture regionali e subregionali. Se dunque debbo parlare della mia origine, dovrei dire non che io sono "italiano", ma che sono "friulano". Ma ciò non basta, è semplificare troppo: dovrei precisare che i miei genitori sono originari di quella particolare zona del Friuli, le colline friulane - ben diverse da montagne, pianure e litorali. Potrei continuare precisando indefinitivamente le mie origini: dire che i miei genitori vengono non dalla città ma dalla campagna e appartengono quindi a quel mondo agricolo friulano fatto di piccoli proprietari terrieri; e aggiungere che mio padre era anche falegname e mio nonno materno lavorava in una distilleria, ciò che ha molto influenzato mia madre nelle sue aspirazioni per i figli. Potrei continuare enumerando ad infinitum le caratteristiche delle mie origini che hanno sicuramente marcato la mia identità.

- Fin qui le sue origini friulane e un’indicazione di percorso per quanti siano alla ricerca di definire la propria identità. Ma lei è nato e vissuto in Canada...

- .... Perciò non solo le origini contano. La cultura umana di ciascuno di noi - gusti, valori, conoscenze, preferenze eccetera - non cessa mai di modificarsi. Io sono stato perciò influenzato dalle persone incontrate dalla nascita in poi e dalle esperienze vissute. Dovrei dunque dire, prima ancora, che io sono nato a Montreal, ho frequentato una scuola francofona, ho trascorso parte della mia vita giocando con bambini dei quartieri popolari, in seguito ho avuto amici di molte nazionalità (italiani, cileni, portoghesi, brasiliani, arabi, ecc.), ho sposato una francese "di Francia" nata a La Rochelle dove trascorro quasi tutte le mie vacanze, ecc. ecc. Risultato: mangio spesso cibi italiani, ma anche brasiliani, cinesi e giapponesi, ecc. Amo ascoltare musica italiana, ma anche la radio algerina o alcuni cantanti francesi e così via. La mia vera identità (idem per la maggioranza di noi) è dunque questo ed altro ancora. E’ perciò difficile definirla semplicemente con un aggettivo ("italiana", "canadese" o "italo-canadese"). Allorché si utilizzano tali espressioni per definirsi, si dovrà sempre tenere presente trattarsi di costruzioni utili, ma alquanto semplificative di ciò che siamo.

- Qual è il suo rapporto con l’Italia?

- Con l’Italia in generale, ho piuttosto un rapporto "intellettuale" fatto dei miei studi, delle mie ricerche e del mio lavoro: seguo quanto succede, quanto si pubblica, ecc. Debbo anche dire che, dal momento che mia figlia - 10 anni - è nell’età in cui può far tesoro dei viaggi, spero di farle vedere e conoscere questo paese, come già conosce la Francia, paese materno. Mantengo anche rapporti affettivi e amicizie in Italia: con colleghi e amici universitari, ma anche con le persone incontrate in Calabria durante le mie ricerche di dottorato.

- Com’è nata in lei l’idea della mostra dedicata agli italiani in Canada, in programma per il 2003 al Museo della Civilizzazione?

- L’idea della mostra è nata da una insoddisfazione. A lungo (prima della seconda guerra mondiale e durante gli anni cinquanta, sessanta e settanta) gli italiani in Canada sono stati visti, dagli anglocanadesi e dai francocanadesi, come persone appartenenti ad un mondo contadino superato nei confronti del Canada e dell’America "moderni". Di fronte a tale svalorizzazione degli italiani in Canada, la reazione di molti italo-canadesi (specialmente di quanti hanno conosciuto una certa mobilità sociale: uomini d’affari, intellettuali, artisti, ecc.) è stata quella di affermare: "Ma no! Noi, gli Italo-Canadesi, non siamo più come quelli, non siamo più dei contadini! Smettiamola di parlare delle nostre origini rurali! Mettiamo in mostra piuttosto gli italo-canadesi affermatisi negli affari, nelle scienze, nelle arti, eccetera". Sono molto insoddisfatto di questa reazione, perché sottintende che dovremmo vergognarci delle nostre origini rurali e paesane. Tale reazione significa che ciò che i nostri genitori e nonni sono stati - e il 90% proviene dal mondo contadino - non può contribuire alla nostra fierezza di essere italo-canadesi. Tale reazione dice che non dovremmo essere fieri di quanto i nostri genitori e nonni hanno costruito in Canada, pur non essendo in maggioranza diventati uomini d’affari, intellettuali e artisti. Perché? Chi ha stabilito che le origini rurali della maggior parte degli italo-canadesi non abbiano valore?

- Non lo so chi l’abbia stabilito, mi interessa seguire il suo ragionamento....

- .... Di conseguenza, ho deciso di reagire esattamente all’inverso: piuttosto di evitare di parlare delle origini rurali della stragrande maggioranza degli italo-canadesi, mi son detto che avrei dovuto orientare la mostra soprattutto sulle origini rurali per dimostrare che quanti le svalorizzano lo fanno per ignoranza: per ignoranza dell’immensa ricchezza di conoscenze, di saper-fare, di valori, ecc. che gli immigrati italo-canadesi hanno apportato dalle loro campagne friulane, venete, molisane, calabresi, siciliane, e così via. Per ignoranza inoltre della grande influenza che queste culture popolari di origine rurale hanno, ancor oggi, sul mondo moderno e sul Canada contemporaneo: guardiamo al successo della gastronomia italiana esploso dagli anni ottanta, osserviamo come "i Canadesi" imitano oggi gli italiani nel realizzare i loro giardini, come "i Canadesi" apprezzano la socievolezza degli italiani, il loro spirito di festa, l’ambiente dei loro caffè, eccetera.

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La mostra si propone quindi di ridonare valore alla generazione degli immigrati italo-canadesi e a quanto essi hanno portato in Canada dai loro villaggi di origine. (Anna M: Zampieri Pan-Messaggero di sant’Antonio/Inform)


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