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INFORM - N. 142 - 17 luglio 2002

"Veneti nel Mondo"

L’Argentina vista da De Poli, tra preoccupazioni e speranze

Intervistato da Riccardo Masini, il presidente dell’Unaie, della fondazione Cassamarca e dell’Unione Latini nel Mondo, parla del suo recente viaggio nel Paese sudamericano

 

TREVISO - L’Argentina e la sua grave crisi: l’argomento non occupa più le prime pagine dei giornali, ma, nonostante se ne parli sempre meno, continuano a giungerci notizie di una situazione preoccupante, lungi dall’essere normalizzata. Si racconta di rassegnazione al fallimento, di palazzi chiusi e in svendita, di un disastro economico e sociale che ha le sue più vistose conseguenze nell’immagine di una capitale, Buenos Aires, nella quale aumenta il numero delle persone costrette a rovistare tra le immondizie o a chiedere l’elemosina per sfamarsi.

Una testimonianza delle reali condizioni del Paese sudamericano l’abbiamo raccolta dall’on. Dino De Poli (nella foto) che, in veste di presidente dell’Unaie (Unione nazionale associazioni immigrati ed emigrati), della fondazione Cassamarca e di promotore di molteplici iniziative culturali e sociali in campo migratorio, si è recato lo scorso mese in Argentina, dove ha avuto modo di "toccare con mano" questa realtà, vivendo da vicino soprattutto i diversi problemi della comunità italiana che lì vive.

On. De Poli, per i media e l’opinione pubblica italiana, l’Argentina non fa più notizia. E’ cambiato qualcosa rispetto a qualche mese fa, oppure è una disattenzione immotivata?

La situazione argentina resta molto difficile. L’inflazione sta erodendo i salari, la classe media è stata mortificata dalle imposizioni restrittive sui depositi bancari. Ciononostante, Bariloche ha celebrato con grande solennità, partecipazione e consenso popolare il centenario della sua nascita e, malgrado la crisi, ho trovato una Buenos Aires vivace e animata.

Quali stati d’animo ha colto nelle persone che ha incontrato, sia nelle occasioni ufficiali sia in quelle informali?

A Bariloche ho avuto incontri a tutti i livelli e a Buenos Aires c’è stato quello con il Console italiano delle Università per discutere il prosieguo del progetto argentino di Cattedra Aperta sull’Umanesimo Latino. In questi e altri momenti mi ha colpito il permanente attaccamento all’Italia dei nostri emigrati e l’attenzione che hanno soprattutto i giovani per il nostro Paese.

Una realtà, quella argentina, lontana geograficamente ma per molti versi a noi vicina. Eppure difficile da comprendere sino in fondo.

Gli argentini sono speciali anche negli stati d’animo: ciclicamente succede che si addormentino ricchi e si sveglino poveri. La crisi di quel Paese non è spiegabile con i nostri criteri, giacché si tratta di una terra ricca ma che non riesce ad amministrarsi.

Quali ritiene siano le cause della ciclicità di queste crisi e come uscirne?

Io ho suggerito che l’Argentina non ripieghi sulle sue questioni sociali e sul nazionalismo, poiché questa impostazione la isolerebbe pericolosamente. Al contrario, deve aprirsi ad ogni tipo di relazioni internazionali, potendo così beneficiare anche della solidarietà dei popoli amici.

Lo sconquasso economico ha colpito tanti piccoli risparmiatori che hanno perso il frutto di anni di sacrifici. Lei, quale esperto del settore bancario, come giudica la situazione?

Tira brutta aria nei confronti delle banche, conseguentemente alla chiusura dei depositi da loro attuata. Si è trattato, però, di provvedimenti governativi ai quali gli istituti di credito non hanno potuto sottrarsi e che sono a dir poco spiacevoli per i piccoli risparmiatori. Ma occorre immaginare che se le banche fossero rimaste aperte ci sarebbe stato l’assalto dei risparmiatori per ritornare in possesso del proprio danaro e nessun istituto al mondo sarebbe in grado di rispondere alla richiesta di tutti i depositanti. Le banche vivono sui depositi che vengono effettuati, ma quelle risorse vengono riutilizzate per altre operazioni - di credito, investimento, ecc. – e ciò rende impossibile l’eventuale contemporanea richiesta di restituzione da parte di tutti. Questo succede in ogni parte del mondo.

Accertato che sono i ceti medio-bassi quelli a patire maggiormente gli effetti della crisi, come se la passano i nostri corregionali argentini?

I sentimenti si mescolano, ma c’è volontà di superare l’attuale situazione di difficoltà. Molti giovani, d’altro canto, stanno facendo di tutto per vedersi riconosciuta la cittadinanza italiana, non solo per venire da noi, ma anche per entrare in Spagna, dove le condizioni per ottenere il passaporto sono molto più restrittive delle nostre.

E’ stato anche al Circolo "La Trevisana" di Buenos Aires: come lo ha trovato?

Rispetto alla mia precedente visita di alcuni anni fa, è diventata una struttura più accogliente e gradevole. Stando lì mi è sembrato di essere in piazza da noi. Mi hanno fatto calcare con il piede il patio, che hanno costruito con il contributo di Fondazione Cassamarca. Insomma, mi sono sentito come a casa mia.

Cosa le ha lasciato questa visita in terra sudamericana e quali progetti intende promuovere a favore della comunità italo-argentina?

Ho vissuto un’esperienza ricca di incontri con i rappresentanti delle associazioni italiane e ho avuto modo di conoscere quante e quali angustie condizionino questa gente, ma mi sono incontrato anche con i rappresentanti delle università argentine per dare continuità e nuovo slancio ai progetti dell’Umanesimo Latino. Nella vita, infatti, non bisogna mai fermarsi ma guardare sempre avanti e costruire il futuro con i giovani. E’ nostra intenzione partecipare al progetto della Regione Veneto per l’invio di medicinali e generi di prima necessità ai nostri connazionali che vivono in questo Paese e Dio sa di quanto ne abbiano bisogno. Ma, al di là di questo, ribadisco che in Argentina continueremo come sempre nell’azione di promozione culturale. (Riccardo Masini-Veneti nel Mondo/Inform)


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