* INFORM *
INFORM - N. 139 - 13 luglio 2002
Presentate al CGIE le proposte della Provincia di Trento sul riconoscimento della cittadinanza
ROMA –I problemi legati al riconoscimento della cittadinanza costituiscono una vera e propria emergenza, come emerso anche in occasione dell’Assemblea plenaria del CGIE. E questo ha spinto la Provincia autonoma di Trento a dare un proprio contributo con la presentazione alcune proposte al ministro per gli Italiani nel mondo Mirko Tremaglia ed al segretario generale del CGIE Franco Narducci.
Questi i suggerimenti della Provincia di Trento:
- Delega ai Comuni perché possano ricevere domande di riconoscimento da parte di cittadini stranieri di origine italiana i quali non abbiano residenza in Italia, ma vi si trovino anche solo per ragioni turistiche. Attualmente la domanda di riconoscimento può essere presentata solo là dove si ha la residenza legale. La delega nel senso richiesto consentirebbe di "diluire" sui Comuni italiani un’attività che attualmente fa capo quasi esclusivamente ai Consolati, dal momento che ai Comuni possono accedere solo i pochi cittadini di origine italiana, ma extracomunitari a tutti gli effetti, i quali si trovino in Italia con regolare permesso di soggiorno e quindi abbiano stabilito qui la residenza.
- Si potrebbe anche ipotizzare per gli oriundi italiani all’estero uno speciale permesso di soggiorno finalizzato al conseguimento della cittadinanza. Tale permesso dovrebbe essere richiesto agli uffici stranieri delle Questure su presentazione di dichiarazione del Comune competente relativa all’accettazione e quindi al riconoscimento della validità della documentazione utile a comprovare il possesso della cittadinanza italiana iure sanguinis. Il permesso dovrebbe avere validità fino all’effettivo riconoscimento della cittadinanza.
- Attualmente il cittadino deve presentarsi personalmente al Consolato per avviare il procedimento di riconoscimento della cittadinanza. All’estero, soprattutto in Sudamerica, esiste una vasta rete di Patronati italiani. Questi potrebbero essere incaricati di un’attività simile a quella che sostengono per quanto riguarda le pratiche pensionistiche. Non si tratterebbe di interferire nelle prerogative dei Consolati ma di intervenire solo nella fase prodromica all’avvio vero e proprio del procedimento. Schematicamente l’ipotesi è la seguente: 1. Il cittadino dà mandato al Patronato, presentando allo stesso tutta la documentazione necessaria; 2. Il Patronato fa una prima istruttoria per verificare la completezza e l’esattezza della documentazione; 3. Il Patronato, avendo accesso ad una corsia preferenziale, presenta la documentazione al Consolato a nome e per conto dell’interessato; 4. Da questo momento tutto ha seguito sotto l’esclusiva competenza del Consolato. Si intuisce che, quantomeno, verrebbero eliminati i lunghi tempi necessari anche solo per l’accesso agli sportelli dei Consolati (problema delle code e dei tempi lunghissimi di appuntamento).
- Almeno nella fase dell’emergenza, potrebbero essere coinvolte anche le Regioni e le Province autonome, ciascuna con competenza sulla propria popolazione emigrata. Le Regioni su queste problematiche hanno acquisito ampia esperienza. Ciò, fra l’altro, contribuirebbe a dare maggiore concretezza anche alle dichiarazioni più volte ascoltate da parte governativa (l’attuale e quelle passate) di riconoscimento che le politiche generali per gli italiani all’estero vengono attuate con pari capacità e pari dignità dallo Stato e dalle Regioni e Province autonome.
- Nello stesso modo potrebbero essere coinvolte anche le Associazioni degli emigrati che delle comunità italiane all’estero e delle loro problematiche hanno vasta esperienza.
- All’interno delle problematiche generali relative alla cittadinanza, va rilevato il problema particolare dei discendenti di persone emigrate da territori attualmente italiani ed un tempo appartenenti all’Impero austro-ungarico. La legge 379/2000 dà tempo 5 anni per la presentazione ai Consolati della dichiarazione di volontà di acquisto della cittadinanza. Dal momento che un anno e mezzo è stato perso nelle more della circolare applicativa da parte del Ministero dell’Interno, si rende necessario un provvedimento legislativo di proroga dei termini o, meglio ancora, di eliminazione dei termini, parificando quindi questi cittadini ai cittadini che, per chiedere il riconoscimento jure sanguinis, non hanno limiti di tempo. (Inform)
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