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INFORM - N. 122 - 19 giugno 2002

Gianni Pittella: Socialismo, cosa è morto, cosa è vivo

ROMA - Torna ciclicamente la questione del superamento o meno dell'Internazionale Socialista e del Partito del Socialismo Europeo. Nelle scorse settimane l'ha riaffacciata Tony Blair nel briefing londinese a cui hanno partecipato anche i nostri Amato e Rutelli.

In tutta franchezza trovo un po' stucchevole discutere del contenitore prima che del contenuto. Giudico interessante una riflessione sull'attualità del socialismo, molto meno una divisione sullo strumento di rappresentanza in Europa e nel Mondo.

E allora, veniamo al merito. Su una cosa la convergenza è piuttosto ampia: il socialismo del '900 è superato e così i suoi strumenti di lettura e i suoi programmi di intervento nella società, oggi profondamente cambiata. Ma è aperta la discussione se siano ancora vivi ed attuali i fini, i programmi, i valori.

È il tema dell'identità e della funzione di una forza che si confronta con il cambiamento sociale e sulle domande che esso pone.

La globalizzazione è un processo finanziario, economico e culturale inarrestabile ma non per questo salvifico. Il suo riverbero non è fisiologicamente positivo e benefico per tutti. Il rischio di una globalizzazione senza un governo politico planetario è quello di approfondire i divari tra le aree sociali, le classi generazionali, i territori del mondo. La destra liberista affida al dio mercato ogni potere taumaturgico e incoraggia le pulsioni più egoistiche e individualistiche che si producono in una società nella quale prevale il disvalore della ricchezza per la ricchezza, della competizione per la competizione, della corsa ossessiva, senza scrupoli e senza sentimenti, ad arrivare.

Giuliano Amato in un recente articolo sulla rivista Italiani Europei scrive che una società di individui senza trascendente non è una società libera, laddove per trascendente si intende una aspirazione e una missione a costruire un mondo più coeso, più libero, più giusto. È la domanda di diritti di cittadinanza, di etica della globalizzazione.

C'è una spinta, a volte frammentata, a chiedere alla politica un grande salto di qualità per rispondere a questa sfida del nostro tempo: coniugare modernità e diritti. Chi deve raccogliere questa spinta? Chi deve fare di questa battaglia la sua bandiera? Chi deve offrire una cornice di valori generali dentro i quali possano comporsi e ritrovarsi anche interessi diversi?

Chi deve saper combattere le paure che enfatizza la destra per imporre provvedimenti reazionari, che umiliano i valori della solidarietà, della coesione, dell'amore verso il prossimo? Chi deve rilanciare il progetto europeo quale unica grande risposta sopranazionale alle esigenze di governo delle sfide complesse che superano nettamente i confini e i poteri dei singoli Stati? E chi, infine, deve riaffermare l'ispirazione laica sui problemi nuovi della scuola, della famiglia e della bioetica, deve riaffermare il principio della giustizia sociale a difesa dei lavoratori dipendenti, degli atipici, dei lavoratori della conoscenza, e chi un lavoro non ce l'ha, deve promuovere un nuovo equilibrio tra i poteri statuali che garantisca innanzitutto i diritti dei cittadini dagli abusi e dalle deviazioni di qualsiasi tipo?

Se queste cose non le farà con forza e con convinzione la sinistra riformista in Europa e nel Mondo, le faranno altre soggettività motivate e attive su queste tematiche, ancorché a volte percorse da furori massimalistici. Le grandi socialdemocrazie europee si affermarono perché indicarono, a fronte del capitalismo, una finalizzazione e la tradussero in politiche di governo: la crescita economica, la piena occupazione, un benessere esteso a tutti.

Sappiamo che questo sistema è andato in crisi. E siamo alla ricerca di una nuova missione da compiere. Il progetto europeo è certamente il primo punto di questa missione. Dentro questo progetto c'è la nuova impalcatura istituzionale, c'è il rafforzamento del metodo comunitario, c'è la Costituzione Europea, c'è l'allargamento dell'UE, ci sono una nuova politica della coesione e più nitide responsabilità nella politica estera, della sicurezza e della difesa.

Ma deve esserci anche una strategia socioeconomica che punti chiaramente a democratizzare gli effetti del turbocapitalismo, sul piano della qualità della vita, della partecipazione alle decisioni, del coinvolgimento del cittadino, non solo su quelli del reddito procapite e del Pil.

La sinistra non può limitarsi a proporre una variante politica al messaggio prezioso della Chiesa. Come scrive il Presidente della Fondazione Nenni, Giuseppe Tamburrano, una sinistra che recuperi i suoi antichi ideali e dia risposte moderne ai bisogni di oggi ha per sé l'avvenire.

Il socialismo può aggiornare se stesso, nelle sue forme ormai datate, e rilanciare i suoi fini, raccordando valori intramontabili alle esigenze nuove della società, ed incontrando su questa strada altre correnti riformiste interessate a governare la democrazia moderna con spirito e programmi di coesione, di equità, di tolleranza, di valorizzazione massima della libertà. (Gianni Pittella, eurodeputato, responsabile Ds italiani all'estero)

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