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INFORM - N. 113 - 6 giugno 2002

Franco Narducci (CGIE): Moderato ottimismo in Svizzera per gli accordi con l’UE. Per programmare sul lungo periodo l’adesione all’Unione sarà necessario attuare riforme sul piano interno

ZURIGO - D-Day, data storica, preoccupazioni ed altre sottolineature hanno accompagnato il 1° giugno scorso l’entrata in vigore degli Accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione Europea. In effetti, l’avvenimento, atteso da tempo, contiene tutti gli elementi del passaggio epocale, poiché siamo di fronte al più grande avvicinamento della Svizzera alla realtà nata dalle ceneri della seconda guerra mondiale: la comunità degli Stati europei.

Nonostante la portata storica, il 1° giugno non è stato accolto con i fuochi d’artificio ed anche la classe politica, solitamente adusa, in simili circostanze, ad intonare i salmi della retorica, ha messo in mostra una buona dose di cautela e dichiarazioni rassicuranti circa la gradualità che segnerà l’applicazione degli Accordi.

Innegabilmente le preoccupazioni dei Cantoni di frontiera, soprattutto di quelli confinanti con realtà ad economia forte – il Ticino è tra questi – sono fondate e giustificate. Tanto più occorre quindi guardare con attenzione dentro le pieghe degli sviluppi che si delineeranno nei prossimi due anni e attrezzarsi per le sfide, puntando sugli standard qualitativi e di affidabilità che hanno fatto conoscere la Svizzera nel mondo, nonché sugli strumenti creati dal legislatore.

Vi sono però altre ragioni che spiegano il moderato entusiasmo che ha accompagnato l’entrata in vigore dei bilaterali. Nel frattempo, infatti, si è radicata la sensazione che il dilemma Svizzera – Europa non si è sciolto con i trattati bilaterali 1° atto, benché essi costituiscano un buon fondamento per i rapporti con l’UE e permettano di approfondirli.

Nel medesimo tempo, però, la Svizzera è confrontata con i limiti oggettivi della propria politica europea, soprattutto per quel che concerne la mancanza di chiarezza e di determinazione su aspetti di primo piano.

Le continue battute d’arresto del negoziato sui bilaterali bis (2° parte) hanno evidenziato che oramai spira un altro vento e che il successo della prima trattativa è ben lungi dal ripetersi. Man mano che la seconda tornata dei bilaterali è entrata nel merito di questioni spinose come il segreto bancario o l’adesione svizzera al trattato di Dublino e al sistema di Schengen, il negoziato è diventato più difficoltoso e si è appesantito al punto tale che la Svizzera ha optato per una pausa di riflessione.

Le pressioni sulla Confederazione si spiegano anche con la nuova dimensione che si profila per l’Unione Europea: l’allargamento alle nazioni dell’Est e l’apertura alla Russia. Scelte in cui è insito un alto potenziale politico ed economico, non senza problemi e rischi, destinato comunque a riscrivere la storia del vecchio continente.

Tutto ciò ha modificato gli umori della controparte europea e le conseguenze sulla statica concezione del bilateralismo non si sono fatte attendere. L’Unione, cioè, non è più disponibile a fare concessioni straordinarie e avversa palesemente le posizioni che separano i propri obiettivi da quelli della Svizzera..

Riconoscere compiutamente e in fretta che la politica perseguita dalla Svizzera fino ad ora si scontra con i nuovi orizzonti disegnati a Bruxelles, significa ripensare le proprie strategie e adeguarle alla realtà descritta. Significa anche programmare sul lungo periodo l’adesione all’Unione Europea, attuando prima di tutto le riforme necessarie sul piano interno. (Franco Narducci*-Inform)


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