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INFORM - N. 109 - 2 giugno 2002

Lucio Sponza, Università di Westminster: spunti di riflessione dalla storia degli italiani in Gran Bretagna

La storia della nostra emigrazione in Gran Bretagna può essere divisa in cinque fasi.

1. Dai primi decenni del XIX secolo alla prima guerra mondiale. Da attività girovaghe (venditori di termometri e barometri rudimentali, dal Comasco; figurinisti, dalla Lucchesia; musicanti [organetto di Barberia], dal Parmense; gelatieri, dal Parmense e dalla Valle del Liri) si passò ad occupazioni sedentarie, soprattutto nel settore del piccolo commercio di prodotti alimentari e in quello della ristorazione (come camerieri e cuochi, ma in parte anche come proprietari di piccoli caffè e ristoranti). All'inizio del XX secolo gli italiani in Gran Bretagna erano circa 25mila; la loro maggiore concentrazione (circa la metà del totale) era a Londra.

2. Anni '20 e '30. Dopo la grande guerra ci fu una ripresa dell'emigrazione anche in Gran Bretagna, ma era limitata e fu poi di fatto interrotta, mentre aumentavano i rientri. In questi decenni si consolidò la posizione professionale dei nostri emigranti nei settori del piccolo commercio e della ristorazione. Alla vigilia della seconda guerra mondiale si trovavano in Gran Bretagna circa 18mila italiani (i loro figli, se nati in questo paese non erano censiti come italiani, quindi la colonia italiana era più grande).

3. Gli anni della guerra. Più di 4mila italiani (quasi tutti maschi) furono internati come 'enemy aliens'; alcuni furono rilasciati prima della fine del '40, poi pochi per volta (fino al settembre '43, quando il numero dei rilasci andò aumentando) - sempre a condizione che accettassero di mettersi a disposizione delle autorità britanniche per essere destinati a lavori da queste stabiliti. Alcuni antifascisti e rifugiati ebrei collaborarono alla propaganda britannica di Radio Londra. Contemporaneamente venivano trasferiti in Gran Bretagna molti nostri prigionieri di guerra (perlopiù catturati nel Nord Africa) per essere impiegati in lavori agricoli. Dalla primavera del '44 fu data loro la possibilità di cooperare: in cambio di una certa libertà dovevano accettare di essere utilizzati in qualsiasi settore (rinunciando alle limitazioni imposte dalla Convenzione di Ginevra). I prigionieri raggiunsero il massimo di circa 250mila.

4. A circa 1500 ex-prigionieri fu consentito di rimanere a lavorare in Gran Bretagna, dove la scarsità di manodopera rendeva necessario l'impiego di molti altri lavoratori da varie parte d'Europa. Con intese intergovernative fu offerta l'opportunità ad altri italiani - e italiane - di emigrare in questo paese: furono impiegati nelle acciaierie, nelle industrie tessili, nei servizi ospedalieri. Alcune di queste intese ebbero scarsi risultati, ma continuavano ad aumentare gli italiani che arrivavano in Gran Bretagna per 'chiamata', da parte di famigliari e conoscenti (mediante permesso di lavoro). In questo modo giunsero dal nostro paese molti lavoratori destinati all'industria dei laterizi (intorno alle città di Bedford e Peterborough, che ancora oggi, dopo la chiusura di quelle fabbriche, hanno molti abitanti italiani). I circa 100mila italiani all'inizio degli anni '70, quando la nostra emigrazione 'economica' praticamente cessò, manifestavano un profondo cambiamento rispetto all'anteguerra per la loro origine regionale: adesso prevalevano su tutti i siciliani, i campani e i calabresi.

5. Dall'inizio degli anni '70 ad oggi. La nostra emigrazione 'economica' finì per la crisi generale di quegli anni, ma anche perché in Italia era meno vivace la spinta all'espulsione di manodopera. Inoltre, l'ingresso della Gran Bretagna nella Comunità Europea (1973) rendeva possibile senza più controlli e limitazioni l'arrivo di italiani. Ne approfittarono giovani e studenti, ma anche funzionari di società e di istituti bancari italiani, imprenditori, ricercatori e altri professionisti, per l'intensificarsi dei rapporti commerciali fra i nostri due paesi.

Il risultato è oggi una presenza italiana estremamente diversificata, ma con tendenza alla sempre maggiore qualificazione e assimilazione nella società britannica.


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