* INFORM *

INFORM - N. 92 - 10 maggio 2002

Dino Nardi (CGIE) sul trasferimento dei contributi svizzeri all'Inps : Chi ci guadagna ?

ZURIGO - A riguardo dell’ormai annosa e, tuttora, attualissima, questione dei trasferimenti contributivi svizzeri dell’AVS all’INPS, ultimamente sono sempre di più gli emigrati ed i frontalieri che si pongono la domanda se da queste operazioni l’Istituto previdenziale italiano ci guadagni o meno. Ebbene per rispondere a questo quesito è indispensabile ricordare, innanzitutto, cosa dice in proposito la Convenzione bilaterale italo-svizzera di sicurezza sociale e cioè l’articolo 1 del Primo Accordo Aggiuntivo alla citata Convenzione. Accordo concluso il 4 luglio 1969 ed entrato poi in vigore il 1 luglio 1973. Tale articolo, oltre ad indicare i destinatari e le condizioni per accedere ai trasferimenti, stabilisce che "I cittadini italiani hanno la facoltà (..) di chiedere (..) il trasferimento alle assicurazioni italiane dei contributi versati da loro stessi e dai loro datori di lavoro alla assicurazione vecchiaia e superstiti svizzera (..).". Per cui, applicando alla lettera questa frase dell’articolo 1, si è avuto il risultato che se, per esempio, l’ex emigrato Mario Rossi chiede oggi, nel 2002, il trasferimento dei suoi contributi versati all’AVS negli anni 1970-71-72 che, all’epoca, ammontavano rispettivamente a franchi 300, 310, 340, la Cassa Svizzera di Compensazione AVS trasferisce all’INPS esattamente gli stessi importi che il signor Mario Rossi aveva versato all’AVS trent’anni prima e non il loro valore attuale.

È evidente che da parte dei negoziatori italiani del Primo Accordo Aggiuntivo venne commesso un grossolano errore nel non richiedere alla controparte elvetica una rivalutazione della contribuzione AVS trasferita all’INPS. Anche se, a quell’epoca, all’Istituto previdenziale italiano, quell’articolo non causava alcun danno economico poiché il sistema di calcolo delle pensioni era, allora, quello contributivo e quindi l’INPS calcolava, comunque, le pensioni sulla base della contribuzione incassata. Il danno, invece, è arrivato per l’INPS quando il calcolo delle pensioni italiane è stato modificato da contributivo in retributivo e cioè non più sulla base dei contributi bensì in percentuale sulla media salariale degli ultimi anni. Mentre per gli ex emigrati che hanno trasferito la contribuzione AVS, a parte l’evidente vantaggio dovuto alla possibilità di prepensionarsi in Italia con molti anni di anticipo rispetto alla pensione elvetica, il danno economico derivato dalla mancata rivalutazione della contribuzione svizzera trasferita c’è sempre stato, sia con il sistema contributivo che con quello retributivo. È ovvio, quindi, che da questo articolo ci ha guadagnato unicamente la Svizzera e non solo per la mancata rivalutazione della contribuzione AVS ma anche perché attraverso i trasferimenti essa ha potuto liberarsi dalla gestione di centinaia di migliaia di posizioni assicurative e dal pagamento di altrettante pensioni.

Ma, oltre a tutto questo, è opportuno ricordare anche che quando, verso la fine degli anni Settanta, iniziarono ad aumentare in modo significativo le domande di trasferimento dei contributi AVS, l’INPS si rese conto che la mancata rivalutazione della contribuzione svizzera comportava per le sue casse un onere non indifferente. A quel punto i governi italiani dell’epoca, sollecitati dall’INPS e con il sostegno della comunità italiana in Svizzera (ovvero dell’allora Comitato Nazionale d’Intesa) e degli stessi patronati Acli-Inas-Inca-Ital, cercarono di rinegoziare con la Confederazione l’articolo 1 del Primo Accordo Aggiuntivo, ma invano. Infatti la Svizzera era tutt’altro che interessata ad una modifica di quell’articolo e poi perché fin dal 1982 non ha più voluto trattare bilateralmente con i singoli Paesi della Comunità bensì con la sola Unione Europea.

Già questo excursus storico dimostra da solo che l’operazione "trasferimenti AVS" è sicuramente passiva per le casse dell’INPS, ma ci si può sempre cimentare anche con un esempio concreto. Ebbene, dall’esperienza dell’ITAL-UIL, nell’ambito delle pratiche di pensioni italiane di anzianità con il trasferimento dei contributi AVS, risulta che: 1) In genere gli emigrati che rimpatriano per ottenere la pensione italiana di anzianità, avvalendosi del trasferimento, hanno un età che varia attualmente da 55 a 58 anni; 2) Questi stessi emigrati, in genere, a fronte di trasferimenti all’INPS che, complessivamente, ammontano a 110/120mila franchi cadauno, ricevono una pensione italiana di circa 770 euro mensili. Abbiamo dunque, da un lato, degli ex emigrati che percepiscono annualmente dall’INPS una pensione di circa 10'000 euro (770 euro al mese per tredici mensilità) e, dall’altro, l’INPS che per loro incassa dalla Cassa Svizzera di Compensazione AVS importi di circa 75/82mila euro cadauno. Ciò significa che un ex emigrato in sette o otto anni di pensionamento esaurisce la contribuzione AVS incassata per lui dall’INPS. Da ciò ne consegue che, da circa 65 anni di età in poi, a questi ex emigrati, l’INPS dovrà continuare a pagare la pensione italiana grazie alla contribuzione che incassa dai lavoratori in Italia. Se poi si considera che le speranze di vita sono oggi di circa 80 anni è facile calcolare a quanto ammonti il costo complessivo per l’INPS.

Questi sono calcoli matematici e non opinioni! Ciò chiarito per onestà intellettuale, non significa che non si debba ugualmente, e con forza, insistere nel chiedere al governo ed al parlamento italiani una proroga di cinque anni per il blocco dei trasferimenti AVS all’INPS e quindi fanno bene il CGIE, i Comites della Svizzera e quanti altri ancora a continuare a protestare per la mancata soluzione del problema a pochissime settimane dall’entrata ormai in vigore dei Bilaterali (1.6.2002). Infatti quando sono in ballo questioni di carattere sociale e previdenziale dei lavoratori, specie di quelli più deboli, non si può e non si deve ragionare esclusivamente in termini matematici come, d’altra parte, ci insegna la storia, anche recente, del nostro Paese! (Dino Nardi*-Inform)

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* Presidente della Commissione Sicurezza e Tutela Sociale del CGIE, responsabile dell'Ital-Uil Svizzera


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