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INFORM - N. 88 - 6 maggio 2002

Commissione Continentale CGIE a Curitiba: luci e ombre

Un commento di Marcello Alessio incentrato sulla questione dell'accertamento della cittadinanza italiana

La documentazione sui lavori della Commissione continentale del CGIE a Curitiba é venuta fuori tardi, ma ricca e abbondante; essa ci rivela che il problema degli accertamenti di cittadinanza é stato affrontato, ma ancora fra molte incertezze e ambiguitá.

C'é da compiacersi per il grande successo personale del Vice Prefetto Minghetti, persona di tratto affabile, capace - proprio perché preparato - di parlare con chiarezza e semplicitá di argomenti che obbiettivamente sono ostici. Tuttavia, per quanto riguarda il problema principale (gli italiani jure sanguinis in fila per l'accertamento), le sue risposte lasciano ancora aperte troppe strade e troppi dubbi.

E' stato finalmente affrontato, e abbastanza approfondito, il problema del possibile/attuale ruolo dei comuni italiani nel procedimento di accertamento della cittadinanza

Finora se ne parlava sottovoce, perché esso rappresenta uno dei tanti casi di prassi e comportamenti "extra legem" che continuamente si affermano, e che non vengono di fatto contrastati (al massimo garbatamente criticati come "irrituali"...), proprio perché rispondono a obiettive carenze, lacune e contraddizioni della normativa teoricamente vigente, a cui nessuno di noi che conosciamo da dentro e cerchiamo di far funzionare i meccanismi dello Stato ormai si illude piú nella capacitá del "Legislatore" di porre rimedio, almeno a breve termine. Del resto, anche lo stesso Ministero dell'Interno, pochi anni fa, ha lodevolmente emanato una circolare in aperto contrasto con norme di leggi da tempo divenute inapplicabili e assurde (quelle che imponevano l'invio al Comune di Roma di tutte le trascrizioni relative a "oriundi")!

Insomma, la normativa va necessariamente reinterpretata e adattata, ma la sfida é che questo costante riadattamento avvenga in modo omogeneo e coerente; il pericolo infatti é quello di un nuovo feudalesimo, dove ogni Autoritá munita di competenza territoriale (elettiva o delegata che sia), fra le carenze delle leggi si crei pian piano la sua propria normativa, non solo particolare, ma praticamente ignota alle altre Autoritá, sia centrali che di livello analogo. E allora, davvero, si dovrebbe dire addio alla certezza del diritto.

Insomma: si puó dire che questa continua produzione autonoma di norme e procedure, a cui si dedicano i Consolati non meno che i Comuni, le Questure etc., quasi sempre é basata sul buon senso e meritevole di ampia applicazione, talvolta invece (come per la vecchia piaga dei "traduttori giurati") é basata su interpretazioni approssimative ed esigenze emergenziali e quindi capace di innescare processi pericolosi; ma in entrambi i casi il problema é che queste innovazioni, queste sperimentazioni locali, vengano costantemente conosciute, diffuse, discusse, senza falsi pudori e inutili complessi di colpa, per arrivare alla fine a ristabilire "dalla base", attraverso una concertazione orizzontale, quella omogeneitá, quella uniformitá del diritto che "dal vertice" sarebbe ormai illusorio aspettarsi.

Ad esempio, per quanto riguarda il problema della competenza del Comune italiano in relazione al requisito della "residenza" dell'oriundo, non possiamo che aspettare ansiosamente notizie e conclusioni dal preannunciato incontro al Ministero dell'Interno tra il Dipartimento di Pubblica Sicurezza (da cui dipende la D.C. per l'immigrazione), la DC Servizi Anagrafici (che forse ora dipende dal Dipartimento degli Affari Interni) e l'Ufficio Cittadinanza (che dovrebbe dipendere dal Dipartimento delle Libertá civili e immigrazione); ma non possiamo farci troppe illusioni, anche perché in questo caso entrano in gioco anche le norme sui visti, che, se possibile, sono ancor piú complicate e contraddittorie che quelle sulla cittadinanza.

E' un caso tipico in cui, piú che dalle riunioni al vertice, si potrebbero raggiungere notevoli risultati da una sistematica, costante opera di consultazione e raffronto fra Consolati, Questure e Comuni, quale i moderni mezzi telematici renderebbero assolutamente a portata di mano. Solo che i Comuni, per ora, tendono a non rispondere alle domande troppo "tecniche"; mentre le Questure, ahimé, muovono ancora i primi passi sulla strada dell'informatizzazione.

Un altro argomento su cui il Dr. Menghetti ha aperto un importante spiraglio, ma non ha spalancato la porta, é quello della collaborazione che Enti esterni - dai Comites ai Patronati e alle stesse Associazioni - potrebbero fornire ai Consolati nell'istruttoria delle pratiche di accertamento di cittadinanza. E' stato ribadito che i consolati non sono surrogabili negli adempimenti a loro assegnati da leggi abbastanza chiare e consolidate - in particolare le legalizzazioni dei documenti stranieri e in genere i controlli documentali; tuttavia, si é parlato di altre fasi, che comportando una "mera raccolta di documenti", potrebbero essere svolte da altri Enti. In effetti, qualunque Ente sarebbe in grado di aiutare gli aventi diritto, fin dalla fase della ricerca del primo documento dell'avo espatriato (e relativo Comune di origine), e poi in quelle della selezione dei documenti necessari, dell'aiuto nel sanare eventuali carenze in esse presenti, curarne la traduzione e cosí via; ma sono servizi che, giá adesso, sono svolti comunemente da avvocati e "esperti" di varia estrazione, ovviamente dietro compenso. La vera novitá consisterebbe nello stabilire tariffe fisse e uniformi, e poi stanziare dei fondi pubblici con cui rimborsare queste prestazioni - possibilmente senza creare nuove situazioni oligopolistiche o di privilegio per i "pochi autorizzati", a danno della libera concorrenza basata sulla capacitá e sul prestigio di singoli e di Enti. E, soprattutto, evitare che attraverso gli Enti "presentatori", e in funzione della rispettiva capacitá di manovra, si verifichino salti e scavalcamenti nella lista di attesa.

Ad ogni modo, a poco servirebbe snellire al massimo le operazioni preliminari e istruttorie, se poi perdurasse il collo di bottiglia costituito dalla insufficienza degli organici consolari, per quella la parte "non surrogabile" che ad essi compete. Su questo, ovviamente, il Dr. Menghetti aveva poco da dire - anche se forse la famosa Circolare K28.1 dell'8 aprile 1991 ben potrebbe sopportare una robusta "cura dimagrante" senza perdere quasi nulla della sua efficacia. Ad esempio, a che servono i certificati di morte degli avi?...

Per quanto riguarda, invece, il problema degli organici consolari, non si puó certo dire che esso sia stato posto nei termini corretti che da piú parti avevamo auspicato. Petruzziello, nel suo saluto, si é limitato a ricordare che il numero degli iscritti attuali all'anagrafe di un consolato non puó diventare il criterio-guida per una proporzionale distribuzione degli impiegati aggiuntivi; il che é sacrosanto, ma a patto che si stabilisca un metodo sicuro e inoppugnabile per misurare la quantitá di connazionali che, non essendo ancora iscritti, attendono peró di esserlo.

L'Ordine del Giorno approvato al riguardo, a parte il modo contorto in cui esprime il concetto dell'insufficienza dei 350 contrattisti previsti dal MAE (la cui assunzione..."non risolverá il problema dei ritardi per l'accumulo di pratiche...il cui svolgimento subirá ulteriore ritardo in conseguenza di quanto sopra esposto") - omaggio alla nota ostilitá dei Sindacati italiani contro qualunque iniziativa che possa scalfire i privilegi dei lavoratori giá occupati e supergarantiti?? - si limita a invocare che la distribuzione di quei 350 contrattisti (se proprio non se ne potrá fare a meno?....) "includa in primo luogo le richieste di cittadinanza giacenti". Ma che significa questo? Premiare i Consolati che negli anni scorsi hanno accettato molti piú fascicoli di quelli che potevano smaltire, e adesso si trovano, come qui a Lima, a non sapere neppure dove metterli? E le domande (prenotazioni) in "lista di attesa" meritano forse meno attenzione? E non sarebbe logico cercare di formulare attendibili valutazioni anche su quello che sará il ritmo di presentazione di nuove domande nel futuro, oltre che nel recente passato?

Insomma, sul punto focale e strategico, quello dei criteri di confronto fra le diverse situazioni di emergenza in materia di cittadinanza, i contributi emersi sono stati, come al solito, insufficienti e frammentari. Forse il piú significativo é stato quello di Filomena Narducci, la quale riferendosi, giustamente, non alle pratiche giacenti, ma a quelle ancora da presentare, cioé alle prenotazioni, ha parlato di appuntamenti che vengono fissati per il 2004/2005, o, nei casi piú gravi, anche nel 2006. Da dove avrá pescato questi numeri? Certo non dall'Uruguay, dove, lei stessa ci informa, gli appuntamenti non vengono piú dati (me se lo fossero, aggiunge, sarebbero giá arrivati al 2006!). Forse dall'Argentina, dove, almeno da alcuni accenni di recenti e autorevoli interviste, la massa dell'arretrato, sia in termini di "pratiche giacenti" che di "lista di attesa", sarebbe nettamente inferiore rispetto al resto del continente. Possibile? Paradossale? E perché? E' vero che i potenziali doppi cittadini in Argentina sono parecchi - forse 10 milioni, forse piú - ma é anche vero che negli anni scorsi una struttura consolare il cui organico é proporzionalmente doppio rispetto alla media nel continente, ha potuto soddisfare centinaia di migliaia di domande, mentre le modeste strutture consolari come quelle del Sud del Brasile, o del Perú, dovevano accontentarsi di sfornarne poche diecine di migliaia. Si potrebbe assumere come ipotesi di lavoro iniziale, ad esempio, che sulla massa degli oriundi, quelli effettivamente interessati all'accertamento (in quanto muniti di adeguata documentazione e motivazione) siano circa il 10% del totale; se cosí fosse, la rete consolare Argentina, avendo realizzato nel decennio scorso (da quando la nuova legge sulla cittadinanza e il relativo battage fece esplodere la "corsa") oltre mezzo milione di accertamenti, oggi si starebbe ormai avvicinando al punto di saturazione. Viceversa in Brasile, dove gli oriundi sarebbero quasi trenta milioni, e finora ne sono stati "ricostruiti" appena 300.000, ci troveremmo ancora in piena fase di espansione della domanda. Questo spiegherebbe i dieci anni di fila (altro che 2006!) denunciati nel dicembre 2000 da Petruzziello in piena assemblea plenaria del CGIE: possibile che giá gli altri Consiglieri dell'area se ne siano dimenticati? Eppure, da quella protesta venne fuori, qualche mese dopo, una delle tante polemiche di Barindelli, col solito strascico di querele per calunnia: dimenticate anche queste? Per chi voglia, la cronaca é ancora disponibile sul sito della rivista curitibana "Insieme", www.insieme.com.

D'altra parte, il criterio degli anni di ritardo con cui vengono fissati i cosiddetti appuntamenti, ripetiamolo ancora una volta, é del tutto ingannevole, perché - come accennava la stessa Narducci - dipende dai criteri con cui ogni Consolato stabilisce (in anticipo!) il ritmo con cui verranno smistate le pratiche giacenti, e quindi verranno accettate quelle nuove, negli anni a venire. Se, ad esempio, si prevede che nei prossimi anni il Consolato completerá venti pratiche di accertamento al mese, cioé 240 all'anno, e ce ne sono 2400 in attesa, se ne deduce che l'attuale giacenza sará esaurita fra dieci anni; quindi, a colui che presenta oggi la domanda n. 2401, dovrá essere fissato un appuntamento, appunto, fra dieci anni. Ma chi puó garantire che nei prossimi dieci anni il ritmo di produttivitá del Consolato non subirá alcun cambiamento, né in peggio né in meglio? E' un'ipotesi assurda, cosí come é assurdo, ingannevole e paradossalmente demagogico continuare a dare appuntamenti in queste condizioni. Per giunta, come rileva la stessa Narducci, anche l' assegnazione degli appuntamenti spesso non é neppure "libera", ma soggetta ad artificiose limitazioni; la maggior parte degli Uffici non ne fissa piú di tanti al giorno. Molto piú serio - e significativo ai fini statistici - sembrerebbe il sistema che stiamo studiando, e forse riusciremo a varare a Lima: nessuna limitazione alla ricezione delle prenotazioni, che potranno essere presentate, sulla base di una scarna documentazione preliminare, sia all'Ambasciata che presso i Consolati onorari, il Comites o qualunque altro Ente che accetti le semplici regole del gioco: l'ordine di precedenza nella trattazione della pratica (se e quando...), sará stabilito dalla data di presentazione (che gli intermediari dovranno comunicare giornalmente all'Ambasciata, ovviamente per via telematica, e quindi potrá apparire quasi subito sulla pagina web). In tale ambito, per ovvie esigenze di rapiditá, verrá data precedenza alle pratiche che non presentano lacune formali e a quelle collegate allo stesso gruppo parentale (il che comporta un grande ridsparmio di tempo). Questo sistema, dopo poche settimane, sará in grado di dirci non solo quante sono le domande oggi "in attesa", ma anche qual'é il ritmo con cui esse aumentano, e persino qual'é la tendenza (in termini tecnici, la "derivata") di questo ritmo.

Il discorso dell'ordine di trattazione delle pratiche, peraltro, chiama in causa un altro delicato problema, che pure qualche volta dovrebbe essere affrontato: quello degli eventuali motivi di precedenza, che potrebbero essere fondati non su considerazioni tecniche, ma "di merito", cioé insomma politiche - possibilmente non nel senso "clientelare" del termine.

La propensione degli oriundi a richiedere l'accertamento di cittadinanza é una variabile che dipende da tanti fattori. Uno l'ha accennato il Consiglierre Frizzera: l'esigenza di cercare lavoro all'estero - quindi non necessariamente in Italia, ma per lo piú in altri paesi americani e specialmente nordamericani. E poi possono esserci tantissimi altri motivi, alcuni frivoli, altri sentimentali, altri puramente strumentali; ma alcuni anche drammatici, di obbiettiva urgenza: come appunto quelli derivanti da gravi situazioni di crisi economica, o di ordine pubblico, o di vere e proprie persecuzioni (come ai tempi dei "desaparecidos"); situazioni peraltro, a cui normalmente si dovrebbe trovare una risposta adeguata mediante apposite facilitazioni nella concessione del visto di ingresso. E quest'ultima é la strada sulla quale ancora si muove il CGIE, come dimostra l'auspicio "per una rapida approvazione delle riforma del T.U. sull'immigrazione", in relazione all'OdG approvato nel 2000 che prevedeva appunto una "riserva di posti" per i lavoratori extracomunitari di origine italiana.

Si pone peró un problema evidente: come faranno, questi aspiranti lavoratori, a comprovare la loro origine italiana? Se vogliamo che sia una cosa seria, dovranno esibire una documentazione che, con un minimo di buona volontá da parte del Ministero dell'Interno (e oggi il "volto umano" del Dr. Menghetti ci fa sperare...), in moltissimi casi sarebbe quasi sufficiente per far loro riconoscere la stessa cittadinanza italiana! E' chiaro allora che si dovranno comunque inventare procedure abbreviate e semplificate per tutti i presunti discendenti i quali, per intanto, dimostrino la loro intenzione di trasferirsi in Italia; di conseguenza, non vi é dubbio che costoro potranno e dovranno cercare di perfezionare il loro status civitatis presso il Comune italiano dove andranno a risiedere.

E allora, si realizzerá di fatto lo schema che da tempo andiamo proponendo come soluzione emergenziale all'emergenza cittadinanze: una sorta di cittadinanza presunta, provvisoria, o dormiente, che possa essere concessa sulla base di un accertamento sommario; la quale non comporti di per sé oneri trascrittivi né per i Comuni né per i Consolati, e non conferisca altri diritti, se non quello di votare (ma per i Comites, non per le elezioni italiane) e quello, eventuale, di ottenere con facilitá un visto d'ingresso "per ricerca di lavoro" in Italia; una volta che questi "quasi italiani" saranno arrivati lá, spetterá ai rispettivi Comuni stabilire se effettivamente hanno diritto alla cittadinanza, ed eventualmente completarla. (Marcello Alessio*-Inform)

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* Ambasciata d'Italia a Lima


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