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INFORM - N. 87 - 3 maggio 2002

Presentata a Civitas una indagine dell'IREF, l'Istituto di ricerca delle ACLI. 500.000 nuovi posti di lavoro nei servizi per le famiglie

PADOVA – Le famiglie italiane chiedono più servizi sociali: quelli offerti dallo Stato sono ritenuti poco soddisfacenti, poco affidabili, incompatibili con gli orari e le esigenze delle famiglie stesse e diffusi sul territorio a macchia di leopardo. Sono più di 950.000 le famiglie che chiedono maggiori servizi di cura e assistenza per anziani e bambini. Una potenziale domanda ancora insoddisfatta, che potrebbe dare vita circa mezzo milione di nuovi posti di lavoro (le stime dell’IREF parlano di 475.484 nuovi occupati).

E’ quanto emerge dall’indagine che l’IREF - l'Istituto di ricerca dlle ACLI - ha condotto, in collaborazione con la società di ricerca Eurisko, chiedendo a 1500 famiglie italiane di parlare delle loro paure, delle "strategie" adottate per affrontarle, della loro domanda di assistenza e aiuto da parte dello Stato.

Qualche dato: il 19,5% delle famiglie con figli in età pre-adolescenziale (poco meno di un quinto) afferma che sarebbe disposto ad acquistare prestazioni assistenziali per i propri figli, ma che non lo fa in quanto il mercato sociale non risponde alle sue esigenze. Tra i nuclei con ultrasettantesettenni a carico, si rileva un’esigenza di servizi pressocchè analoga (17,2%). Il 69,5% (oltre due terzi) delle famiglie con ultrasettantenni a carico dichiara di non avere bisogno di servizi di sostegno perché inutili. All’opposto, solo il 47% delle famiglie con bambini dichiara di essere autosufficiente nella loro cura. Il 30% di queste famiglie preferisce affidare il minore a persone conosciute o prendersene cura direttamente; l’8,2% non usa i servizi perché troppo lontani da casa, troppo costosi (6,4%) o incompatibili con i propri orari di lavoro e gli impegni familiari (5,5%).

La rete dei familiari e dei parenti stretti resta la risorsa principale in caso di bisogno e di emergenza: nel 42% dei casi sono i parenti a dare aiuto (non solo economico) alla famiglia, mentre amici e vicinato svolgono questa funzione per il 20%. Per il 63% degli intervistati i parenti sarebbero il primo punto di riferimento in caso di necessità di cura o assistenza, e in caso di crisi economica per il 45%.

Una famiglia in cui regna ancora la divisione tradizionale dei compiti: nell’80% delle coppie intervistate, sono le donne ad occuparsi delle attività domestiche, dalle pulizie al pagamento delle bollette, ma anche della cura dei figli (52,9%) e degli anziani non autosufficienti (23,6% donne, 4,8% uomini). Questo aspetto si attenua nelle famiglie flessibili nelle quali c’è maggiore collaborazione fra i partners.

I rischi avvertiti e le paure delle famiglie. Gli intervistati sentono scalfita soprattutto la loro identità: mancanza di riconoscimento professionale, impossibilità di svolgere un lavoro consono alle proprie aspirazioni: il 38,1% degli intervistati lo ritiene un rischio molto forte; il 29,1%, invece, è molto preoccupato di rimanere disoccupato per periodi lunghi o di subire incidenti sul luogo di lavoro; il 31,7% dall’eventualità di non accedere a canali formativi adeguati.

Le reazioni e gli atteggiamenti legati a queste situazioni sono diversi. L’indagine individua 4 tipologie di nuclei familiari caratterizzati da strategie e scelte differenti: La famiglia tradizionale: il 42% del campione vive in prevalenza una condizione di vulnerabilità; infatti nella maggior parte dei casi tali famiglie hanno redditi pro capite medio-bassi. Sono carenti di aiuti e contatti con parenti e amici, e si basano su una struttura familiare tradizionale (moglie casalinga, marito lavoratore), che punta alla stabilità dell’impiego e ai canali tradizionali di risparmio (depositi bancari o postali). Tali nuclei mostrano, dunque, grande incapacità di adeguarsi ai mutamenti del mondo del lavoro e della società.

La famiglia flessibile: un quinto del campione, formato da coppie in cui sia moglie che marito lavorano, con figli, redditi più elevati e il sostegno di una rete parentale o amicale; coppie che investono soprattutto sulla formazione, e che all’interno del nucleo familiare adottano la divisione dei compiti fra i componenti. Per affrontare situazioni sempre più complesse queste famiglie utilizzano un mix di strumenti tradizionali e moderni sia nelle forme di risparmio che nella ricerca di canali attivi e passivi di informazione (partecipazione sociale, internet, stampa).

La famiglia innovatrice: il 10% del campione, composto da singles e "dinks" (double income no kids, coppie con doppio reddito elevato e senza figli), che hanno un lavoro autonomo, investono nell’autoformazione, nelle assicurazioni private, che recupera lo stress ripiegando nella famiglia d’origine, nel volontariato, nell’associazionismo, in consumi culturali e di fitness.

La famiglia relazionale: il 22,7% del campione, formato da pensionati soli o sposati che vivono nel "nido vuoto", che ricorrono o sperano di poter ricorrere alla collaborazione dei parenti per un sostegno di tipo affettivo, e all’assistenza pubblica per i servizi di cura di cui hanno bisogno. Il problema di questa categoria non è la sicurezza economica ma l’investimento negli affetti familiari e nelle amicizie che la tolgano dallo stato di isolamento.

Paure legate a quelle riforme e cambiamenti che il nostro paese insegue da anni e che sono stati realizzati parzialmente e con grande indecisione da parte della classe politica: flessibilità in entrata e in uscita dal mondo del lavoro, trasformazione della previdenza sociale con l’integrazione di meccanismi privatistici e volontari. Tra l’altro, le riforme previdenziali e del mercato del lavoro avverrebbero in presenza di un welfare spesso inefficiente, comunque incompleto e carente nell’erogazione di molti servizi, fra i quali quelli per la famiglia. (Inform)


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