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INFORM - N. 85 - 30 aprile 2002

L'immigrazione e l'integrazione in Francia, il modello francese in crisi? .Una storia antica ed una attualità eloquente

PARIGI - Da "Contruction des nazionalités et immigration", edita da "Presses" de "L'Ecole Normale Supérieure" di Parigi, da "Manière de Voir" n. 62, filiera di marzo-aprile 2002 de "Le Monde Diplomatique", da "Le Point" del 12 aprile sullo stato dell'integrazione in Francia, rileviamo una serie di informazioni e di dati significativi.

In Europa, in USA ed in Giappone si accentua lo scetticismo, non confessato ma reale, sulle possibilità di padroneggiare il fenomeno debordante delle migrazioni sul pianeta: uno scetticismo, diremmo schizofrenico, fatto di resa alla fatalità da un lato, di contrarietà e di rifiuto dall'altro, di complessi invasivi e di fortezza assediata.

Misure tampone e legislazioni restrittive sono in corso in tutti i grandi Paesi di immigrazione, ma unilaterali ed implicanti l'esclusività e la sovranità per non dire l'egoismo dei singoli Stati.

Senza illuderci di poter raggiungere una visione planetaria, od almeno una premonizione più solidaristica e multilaterale, meglio vale fissarci e capire come evolve il fenomeno in casa propria. E' il pensiero di Gérard Noiriel dell' "Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales" (EHESS). Noiriel però non revoca in dubbio il modello repubblicano d'integrazione che la Francia ha ereditato dall'antica Roma, costituito dalla cittadinanza (civis romanus sum), dalla scuola (ad esempio la scuola di Autun, l'antica Augustodunum, da cui la gioventù gallica usciva latinofona), dal servizio militare, dalla partecipazione al voto, dalla sicurezza "che ti dà l'appartenenza allo Stato" (che nel mondo moderno è arrivata fino a coprire la sicurezza sociale), dalla laicità dello Stato che "non ti chiede di quale religione si è credenti": laicità ancora più benevola e onnicomprensiva nell'antichità romana dove lo Stato arrivava ad onorare tutti gli Dei nel Pantheon.

Un itinerario siffatto, che la Francia ha ripercorso nei tempi moderni, integrando incessantemente immigrati delle più diverse origini, non è stato esente tuttavia dal pagare duri prezzi: le crisi capitalistiche, la chiusura repentina delle fabbriche di cui gli immigrati erano le prime vittime, la xenofobia che improvvisamente accendeva le popolazioni ospiti che un momento prima avevano accolto gli immigrati (gli eccidi di lavoratori italiani ad Aigues Mortes di fine Ottocento), le intolleranze sindacali, le repressioni poliziesche, le espulsioni. D'altronde, nell'antica Roma le assimilazioni iniziavano spesso subito dopo le repressioni e la guerra che aveva definitivamente assoggettato i popoli vinti. La Storia romana offre pagine e pagine di esiti felici, immagini di società perfettamente integrate, ma neppure esse sono state il paradiso in terra.

All'indomani della Seconda Guerra mondiale è l'Impero coloniale francese, soprattutto l'Africa del Nord, che fornisce battaglioni di proletari per l'economia nazionale. Ma gli immigrati non sono più gli italiani, gli spagnoli, i portoghesi, i polacchi, gli armeni… latini, cattolici, cristiani, delle cui affinità facilitanti la Francia laica ha beneficiato. L'Islam è il fatto nuovo dell'integrazione.

Il 6 ottobre 2001 all'apertura del "match amicale" Francia-Algeria il Capo del Governo Lionel Jospin ha dovuto ascoltare una Marsigliese coperta dai fischi. Agli stadi come alle arene antiche si danno appuntamento i giovani maghrebini di seconda e terza generazione nati in Francia. Non sembrano degli alieni, avulsi dall'ambiente in cui vivono. Permane, resiste, vince ancora questa capacità della società francese di dissolvere nel bagno repubblicano tutte le specificità etnico-culturali idei nuovi arrivati e dei loro discendenti? Assistiamo ad una grande disparità di risposte. E' il dibattito che si è fatto enorme in queste ultime settimane in Francia, che coinvolge i tempi della sicurezza, razzismo e identità nazionale, ingenuità ireniche (le accuse all'ultimo governo Jospin) e paura di non essere più francesi oppure di tornare ad esserlo troppo, cioè sciovinisti ed antieuropei. Le elezioni presidenziali ed il fenomeno Le Pen hanno rappresentato la cartina di tornasole di tutto questo.

Certo, anche le osservazioni più pacate e i dati obiettivi si prestano a letture contraddittorie. Ma non è che il terremoto è arrivato sul suolo demografico, etnografico ed insieme politico della Francia. Né Le Pen, invecchiato, reduce dai suoi infarti, sarà più di quell'agitatore umorale, irrazionale, isolato che è sempre stato. Povera "Raison" francese!

Patrick Simon dell'INED (l'Istituto di Studi Demografici) segnala la continuità e l'efficienza della scuola laica francese. Dalla seconda alla terza generazione i figli degli immigrati maghrebini abbandonano la lingua dei genitori e dei nonni. Secondo un'altra demografa, Michèle Tribalat, questi giovani manifestano una indifferenza religiosa eguale a quella degli altri francesi della stessa età. Dal 30 al 40 per cento dei giovani algerini in Francia si sposano con francesi e la metà di essi vivono in unioni libere. Il laicismo, ambiguamente, avrebbe effetti assimilatori ed insieme devastanti per la tenuta della religiosità e della identità arabo-islamica.

Le autorità, le inchieste e gli studi specializzati, la magistratura, l'opinione generale più moderata, lo stesso clero cattolico finirebbero con l'optare per un atteggiamento ed una reazione duttile, per una specie di strategia dell'attenzione, nel senso di minimizzare gli episodi delinquenziali, isolare il tema della sicurezza dell'immigrazione, ridurre comunque l'importanza che si dà alle differenze, attendendo più dall'assuefazione del vivere insieme che dalla messa in guardia verso la pretesa incomunicabilità dell'educazione islamica. Secondo un sondaggio della Città di Parigi un terzo dei 15-25enni maghrebini ed africani si lamentano che la società e gli ambienti in cui vivono ed in cui vogliono continuare a vivere manchino loro di considerazione e di stima. Psicologicamente, e nella prospettiva educativa di persone giovani e rivolte all'avvenire, queste confessioni non sono un risvolto negativo. Il problema che invece preoccupa più immediatamente è che all'uscita dalla scuola, comunque bene frequentata, i giovani discendenti di immigrati si ritrovano con un tasso di disoccupazione che è il doppio dei loro coetanei francesi. (Alberto Marinelli-Inform)


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