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INFORM - N. 80 - 23 aprile 2002

CEDIEM - Un interrogativo dai molteplici coinvolgimenti

Chi farà il lavoro domani?

LUGANO - Se lo chiede nel numero di marzo 2002 la rivista di politica economica "La vie économique" al termine di un ampio e variegato servizio che ha preso in esame le varie componenti della demografia svizzera nei confronti del lavoro nei prossimi decenni. Un tema questo che sembra mettere in apprensione quanti si occupano dello sviluppo economico del paese dando un peso determinante a due componenti che non sfuggono più a nessuno: la denatalità e l’invecchiamento della popolazione. Fenomeno di apprensione non solo per la Svizzera ma per tutto il mondo occidentale, se si vuol credere agli analisti che ritengono necessaria un’immigrazione di decine e decine di milioni di lavoratori dal terzo mondo se si vuole mantenere un livello economico costante.

A medio e a lungo termine - scrive Sara Carnazzi Weber del Credit suisse banking di Zurigo - il mercato del lavoro sarà confrontato con dei limiti. Un regresso della popolazione attiva determinerà negativamente la crescita economica. Sarà possibile assicurarsi un adeguato potenziale di persone attive in una Svizzera che registra già uno dei tassi d’attività più elevati tra i paesi industrializzati?

Nei paesi che registrano un tasso elevato di disoccupazione il regresso della popolazione attiva (causa l’invecchiamento e la denatalità) viene considerato quasi una valvola di sicurezza per il mercato del lavoro; ma è davvero e fino a quando una componente positiva?

Viene messo sotto attenta osservazione anche la tendenza a favorire l’abbandono anticipato del lavoro: si calcola che in Svizzera corrispondono ad un terzo le persone che vanno in pensione almeno con un anno d’anticipo, mentre un terzo prosegue a lavorare anche oltre l’età ufficiale della pensione. L’articolista si chiede: non siamo di fronte ad una frontiera arbitraria specialmente oggi che la speranza di vita in buona salute diventa sempre più forte?

Ed allora non sarebbe opportuno utilizzare mano d’opera in età anche avanzata operando una migliore integrazione? Nel 2030 un terzo delle persone attive avranno più di 50 anni: è un dato di previsione che non si può mettere da parte. Forse è il caso - conclude Sara Carnazzi Weber - di rinunciare ai programmi istituzionali di una pensione anticipata e alla politica del lavoro fondata sulla gioventù preparando modelli alternativi più conformi alle capacità e ai bisogni dei lavoratori più anziani ed allestendo anche dei modelli di pensionamento à la carte. Per far questo però la formazione continua gioca un ruolo indispensabile.

Il CEDIEM, Centro Documentazione e Informazione Emigrazione - Lugano, osserva che tra la scelta di aumentare la popolazione attiva tramite l’immigrazione (fino a quando e a quali condizioni si potrà?) o di utilizzare meglio il potenziale della mano d’opera anziana non esistono altre opzioni. Anche se il problema non è di oggi, è importante cominciare a pensarci e a ragionarci da oggi… perché nulla si improvvisa. (Inform)


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