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INFORM - N. 77 - 18 aprile 2002

Convegno italo-romeno all'Università "S. Pio V". Il difficile cammino dell'Europa verso l'unità

ROMA - "Vorrei inviare a tutti voi ed in particolare ai graditissimi ospiti rumeni i miei migliori auguri affinché i lavori del congresso rappresentino un momento di crescita e di approfondimento su di un tema che ci riguarda tutti da vicino. Credo infatti che l'adesione all'Unione Europea dei Paesi dell'Europa centro orientale e balcanica sia uno degli eventi centrali della vita pubblica internazionale. Al di là di ogni retorica europeista il fatto che tante Nazioni, un tempo tragicamente divise da confini ideologici, tornino ad unire i propri destini, da un punto di vista politico ed economico, rappresenta una svolta e un'opportunità strategica per milioni di cittadini europei. La Romania, un Paese che possiede tanti legami culturali ed economici con l'Italia, sta oggi compiendo dei passi straordinari verso l'adesione all'Europa unita".

Con questo breve messaggio del ministro per le Politiche Comunitarie Rocco Buttiglione - l'indirizzo di saluto è stato letto ai congressisti dal prof. Antonello Biagini - si sono aperti a Roma i lavori del secondo convegno di studio italo-romeno sul futuro assetto della casa comune europea. L'incontro - dal titolo "La Romania verso l'Unione Europea: storia politica, economia e opinione pubblica" - è stato promosso dalla Libera Università degli Studi "S. Pio V", dall'Accademia di Romania, dall'Università " La Sapienza", dall'Ateneo degli Studi di Genova e dall'Università “Babeş-Bolyai" di Cluj-Napoca.

Dopo un breve ma intenso intervento del Rettore dell'Università "S.Pio V" Francesco Leoni - volto a ricordare la necessità di rafforzare i rapporti d'amicizia tra la Romania e l'Italia e di sviluppare un nuovo contesto europeo che sappia veicolare in tutto il mondo opportuni messaggi di pace - il prof. Antonello Biagini dell'Università "La Sapienza" di Roma ha in primo luogo sottolineato come, a dodici anni dalla caduta del muro di Berlino, la ricca Europa abbia finalmente compreso - al di là delle considerazioni prettamente economiche - la reale valenza del risveglio democratico nei Paesi dell'est europeo. Per circa un decennio l'Europa ha infatti lasciato al loro destino queste Nazioni per poi prendere in considerazione - solo ora che la crisi appare in via di superamento - un eventuale ingresso nell'Unione di questa nascente realtà economica e sociale. Un situazione complessa dunque nel quale la Romania, sempre secondo Biagini, non è riuscita a costruire con la dovuta tempestività - nonostante l'ottima situazione del debito pubblico - un efficace sistema economico.

Oggi la Romania - i rigidi parametri imposti dall'Europa per l'ingresso dei candidati nell'Unione stanno favorendo una concreta e complessiva ripresa dell'intero sistema produttivo del Paesi dell'est - ha però avviato una radicale riconversione economica che fa ben sperare sul futuro ingresso nella casa comune europea di questa Nazione. Un atto dovuto, la riconversione delle strutture produttive, che appare però ostacolata dalla mancanza di un'esperta classe dirigente. Tra il 1948 ed il 1953, gli anni dell'avvento del regime comunista, fu infatti sterminata e riprogrammata - sulla base di principi prettamente ideologici - l'intera élite rumena. Una violenta e profonda trasformazione della società - illustrata ai congressisti dal prof. Gheorghe Mandrescu dell'Università “Babeş-Bolyai" di Cluj - che inibì le capacità culturali ed imprenditoriali del Paese ed impedì la crescita di nuove intellettualità. Un ritardo che solo oggi, a molti anni di distanza dalla caduta del comunismo, il Paese sta lentamente recuperando, anche grazie ai viaggi di studio e di approfondimento che i giovani rumeni compiono con regolarità in Europa.

Ma l'ultimo decennio è stato caratterizzato anche dalla costante emigrazione dei tanti rumeni che negli anni novanta - dopo l'apertura delle frontiere - lasciarono la patria per cercare nuove opportunità di lavoro. Un flusso migratorio considerevole ma sicuramente inferiore alle allarmistiche stime formulate nei primi anni novanta che - secondo i dati forniti dal ricercatore della Caritas Antonio Ricci - appare ormai in fase decrescente. Nel 98, secondo le stime OCSE, solo 18.000 rumeni hanno infatti lasciato il loro Paese per cercare lavoro nell'Unione Europea. Una positiva valutazione che non ci deve però far dimenticare i 120.000 irregolari che - tra il 1993 ed il 1998 - sono stati respinti alle frontiere od espulsi dall'Ungheria, dalla Repubblica Ceca e dai più importanti Paesi dell'Unione Europea. Negli ultimi anni la Romania è però divenuta anche terra d'accoglienza. Oltre agli emigrati - che hanno fatto ritorno in patria dopo aver conseguito discreti obiettivi economici - giungono infatti in Romania numerosi immigrati in transito, provenienti dai Paesi più poveri ed in via di sviluppo, che, attraverso canali illegali, cercano di entrare nell'Unione Europea.

Per quanto riguarda invece il contesto italiano, da Antonio Ricci è stato sottolineato come al 2000 siano presenti nel nostro Paese - con un'incidenza del 5% sulla popolazione non nazionale - circa 100.000 immigrati rumeni. In questo contesto - la collettività rumena è concentrata soprattutto nel regioni centrali ed in quelle settentrionali - il 68% dei permessi di soggiorno sono stati concessi per motivi di lavoro ( ammonta ad un interessante 8% la quota dei lavoratori autonomi), il 30% per ricongiungimento familiare ed il 2% per motivi d'adozione.

Ma l'affinità tra l'Italia e la Romania ha radici antiche ed importanti implicazioni economiche. Sin dai tempi dell'Impero austro-ungarico intere comunità italiane, provenienti dal Triveneto, si sono infatti insediate in Romania. Un importante flusso migratorio che - sia pure con scopi e modalità diverse - non si è ancora interrotto. A tutt'oggi sono infatti ancora numerosi gli italiani - nel 2000 hanno richiesto la residenza in Romania circa 1000 persone - che si recano in questo importante Paese dell'Est per motivi di lavoro. Piccoli e medi imprenditori che operano in questo Paese , soprattutto nei settori dei servizi e dei trasporti, e che, con le loro 10.634 aziende, danno lavoro a circa 250.000 rumeni.

Dal dibattito sono emerse anche importanti indicazioni sui rischi economici - con l'ingresso nell'U.E. dei nuovi membri anche l'Italia perderà buona parte dei finanziamenti straordinari per il Mezzogiorno - direttamente connessi al futuro allargamento ai Paesi dell'Est dell'Unione Europea. Secondo la dettagliata relazione degli economisti Cesare Imbriani e Massimo Lo Cicero la nuova casa comune europea - al fine di evitare un generalizzato aumento dell'inflazione e delle disuguaglianze regionali all'interno dei singoli Stati - dovrà varare delle apposite regole istituzionali e dei nuovi modelli di sviluppo che siano accettati da tutti i membri e facciano aumentare il benessere comune. (Lorenzo Zita-Inform)


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