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INFORM - N. 73 - 13 aprile 2002

Ricostruzione della cittadinanza - L'opinione di Marcello Alessio sulla riunione della Commissione Continentale del CGIE per l'America Latina

LIMA - Le premesse della imminente Commissione Continentale CGIE per l'America Latina, che si aprirà a Curitiba fra una settimana, non sembrano molto incoraggianti. Già la scelta di far venire la maggioranza degli esperti da paesi "senza CGIE", pur avendo lodevoli giustificazioni rischia però di avere effetti dispersivi in un momento che per molte circoscrizioni è drammatico; quanto poi a quelli invitati dal Brasile, i criteri con cui sono stati scelti lasciano alquanto perplessi.

A Santiago, a settembre 2001, si era messa molta carne al fuoco, si era fatta anche un po' di confusione, ma almeno i temi più scottanti non erano stati elusi, e la successiva Assemblea plenaria di dicembre aveva almeno cercato di approfondire alcuni di questi temi - ad esempio, quello, mai risolto, dell'incompatibilità fra cariche elettive e gestione di Enti che ricevono contributi dallo Stato italiano.

D'altra parte, parlare di incompatibilità in casa di Barindelli, sarebbe come parlare di corda in casa dell'impiccato. E anche parlare troppo direttamente di corsi e di scuole in generale: infatti l'argomento, che era sempre presente, questa volta non figura nell'agenda dei lavori della Commissione, se non nella forma allusiva e indiretta dei "Piani Paese". Questo sembra un eufemismo per introdurre l'ennesima richiesta di maggiori fondi per i corsi di italiano. Magari contro i pareri dei Comites, certo contro le opinioni di chi guarda alla qualità, e soprattutto contro la più elementare logica di un mercato - quello dei corsi di lingua - che potrebbe essere fiorente se non venisse viziato e distorto, da anni, da una delle più pericolose forme di assistenzialismo (in confronto, i corsi "professionali" del Ministero del Lavoro per lo meno non fanno danni).

Meno male che nell'ordine del giorno figura, invece, un altro argomento dalle molteplici e delicate implicazioni politiche, cioè quello della cittadinanza italiana. Il cui accertamento (o "ricostruzione"), in teoria spetterebbe di diritto a tutti i discendenti di italiani - tutti quelli, beninteso, che ne manifestino la volontà, e che inoltre siano in grado di superare il percorso ad ostacoli a suo tempo organizzato dal Ministero dell'Interno, mettendo insieme una impressionante congerie di documenti.

Durante gli anni '90, a questi "oriundi" si sono spalancate le porte; gli uffici consolari dell'area all'epoca erano sovradimensionati - anzi, una accurata rilevazione dei carichi di lavoro, effettuata agli inizi degli anni '80, aveva indicato l'opportunità di sopprimerne un buon numero, il che ovviamente avrebbe significato sopprimere i corrispondenti "posti" di lavoro. E così per qualche anno si è potuto assistere all'edificante spettacolo dei Consolati che facevano a gara a chi produceva il maggior numero di cosiddetti "italiani di ritorno", con i sindacati - una volta tanto! - in prima linea per l'incremento della produttività...

Siccome però ogni bel gioco dura poco, già verso la metà degli anni '90 sono cominciati i guai; i "nuovi" italiani, anche se doppi cittadini inseriti da generazioni nei paesi di residenza, una volta accertati e riconosciuti hanno cominciato a richiedere ogni sorta di servizi consolari, a cui ormai avevano pieno diritto; senza contare gli atti dovuti, inerenti alla loro stessa qualità di cittadini all'estero, e alla conseguente iscrizione - obbligatoria - nelle anagrafi dei Comuni di remota origine. Insomma, un mucchio di lavoro, che nel giro di pochi anni ha messo in crisi tutti gli uffici consolari dell'area, piccoli e grandi, producendo, come segnale di maggiore visibilità esterna, le famose "code" - ma anche le periodiche sospensioni nell'accettazione delle domande, in cui si è distinto in particolare il Consolato Generale a S. Paolo.

A complicare le cose (e soprattutto le idee), è poi intervenuta la crisi economico-politica Argentina. Fin dall'anno 2000, la drammatica situazione degli italo-argentini (che poi sono almeno la metà dell'intera popolazione argentina) è stata inserita di peso nella problematica delle "file per la cittadinanza", nell'idea - tutta da discutere e da dimostrare - che un gran numero di italo-argentini, aspirino al passaporto italiano al preciso fine di "rimpatriare" nella terra da cui sono partiti i loro remoti antenati. In realtà, nonostante le offerte che si moltiplicano soprattutto da parte delle Regioni, per ora non vi è alcuna verifica statistica di questo presunto "esodo"; gli italo-argentini con passaporto (che sono già quasi un milione) continuano a starsene a casa loro, e, se viaggiano, in gran parte vanno negli Stati Uniti (tuttora la Mecca dei Sudamericani), in Spagna (la Mecca n. 2), o in qualunque altro paese europeo - Italia compresa, è ovvio - in cui il nostro passaporto permetta loro di risiedere e lavorare.

Ciò premesso, sarebbe assai auspicabile che la Commissione Continentale si chinasse sul problema delle ricostruzioni di cittadinanza (e relative "file" e liste di attesa), con un po' più di attenzione di quanto non sia stato fatto finora, con l'idea chiara, di individuare parametri comparativi precisi e omogenei, che consentano di valutare in modo obbiettivo e irrefutabile la situazione in cui versano gli Uffici consolari dell'area. A dirlo, sembra facile: basta sapere quante nuove domande di accertamento arrivano ogni giorno ("input") e quanti nuovi accertamenti (o nuovi cittadini) vengono sfornati lo stesso giorno (output) e poi, seguendo l'evoluzione tendenziale di questi due flussi nel tempo, sarebbe semplice prevedere la durata del procedimento, e i parametri su cui agire per modificarla. In pratica però questa possibilità di "governare" propriamente il fenomeno sembra ancora lontana, perché anzitutto i diversi consolati usano ancora termini diversi per indicare le stesse cose, e poi addirittura alcuni sembrano non possedere ancora i mezzi per misurare esattamente alcune delle variabili in gioco (in particolare la effettiva consistenza degli "arretrati" e della "lista di attesa", a cui ci si continua a riferire, anche in recenti interviste, in termini vaghi e approssimativi. Riuscirà il CGIE a dare una spinta decisiva verso la chiarezza, e quindi in prospettiva verso la soluzione del problema? (Marcello Alessio*-Inform)

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* Ambasciata d'Italia a Lima


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