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INFORM - N. 69 - 8 aprile 2002

Gaetano Cario: Eutanasia anche per la stampa di collettività ?

BUENOS AIRES - Siamo tutti nonni, qualcuno addirittura bisnonno. E' vecchia tradizione che i nonni e i bisnonni raccontino ai loro nipoti e pronipoti le esperienze vissute durante la lunga vita di cui hanno goduto. Ma noi, nonni e bisnonni, emigranti in Argentina ci troviamo davanti ad enormi difficoltà a ricordare la storia che abbiamo attraversato in questo Paese. Sono state tante e così differenti le vicissitudini politiche, sociali ed economiche, che hanno caratterizzato i decenni durante i quali abbiamo vissuto in Argentina, da non poter o voler ricordarle con quella "precisione" che ci richiederebbe la "storia". Ad ogni modo, è sempre necessario ricorrere alla memoria della verità, per dare testimonianza dei fatti. In cinquant'anni si sono accavallati freneticamente periodi di democrazia e di dittature, - quasi in una disputa senza tregua - si sono susseguiti regimi militari e governi eletti dal popolo, senza raggiungere mai un equilibrio di vera democrazia. Più ancora complesse le vicende in campo economico, dove si è passati da sistemi statalisti a più o meno liberisti. Una cosa ci ha assillato permanentemente: l'inflazione e la svalutazione della moneta, che ha cambiato il nome parecchie volte, senza mai maturare una propria dignità finanziaria di moneta internazionale. Una "convivenza" che ci ha accompagnato, senza separazioni o divorzi. Quando siamo arrivati, alla fine degli anni quaranta, il dollaro statunitense valeva quattro pesos.

Se oggi dovessimo stabilire una parità di riferimento con quei pesos, ci vorrebbe una cifra astronomica di nove o dieci zeri, per raggiungerla. Un primato che nessun paese al mondo ha mai registrato. La generazione di immigrati italiani, alla quale apparteniamo, questa catastrofica bancarotta l'ha sofferta in pieno e sulla propria pelle. L'Argentina, alla fine del secondo conflitto mondiale, s'era trovata con le casse dello Stato ricolme di dollari e d'oro. Tutti ricordiamo la famosa frase di Peròn intrisa di megalomania che diceva: "...non si può passare per i corridoi della Banca Centrale, perché intasati dai lingotti d'oro...".

Quella ricchezza, ricavata dalla vendita dei prodotti dell'agricoltura, dall'operosità delle imprese anche italiane, della farina, della carne, - per fare qualche esempio - consentì l'industrializzazione del Paese. Gli immigrati italiani parteciparono a questa impresa, fornendo le loro esperienze di lavoro, la loro creatività e capacità per dare corso alle piccole, medie e grosse industrie e aziende artigianali. Tutti hanno contribuito alla crescita della nazione, costruendosi la propria casa e dignificando le proprie origini. L'apporto della nostra comunità è stato dagli stessi argentini riconosciuto positivo e fondamentale. Di riflesso, anche i nostri connazionali ne trassero un certo benessere, che permise loro di aiutare i familiari e i parenti rimasti in patria con l'invio di rimesse in dollari e di pacchi dono.

Ma l' "America" durò un tempo brevissimo. Da allora, l'inflazione, contenuta o galoppante, erose capitali e risparmi e produsse un'insicurezza che paralizzò ogni iniziativa imprenditoriale, commerciale ed economica. Godemmo, nell'ultimo decennio di un periodo di stabilità, ma si trattava di una situazione fittizia, rivelatasi un inganno. Era impensabile che il peso, non sostenuto da una economia forte, potesse rimanere per lungo tempo alla pari con il dollaro, moneta sorretta dall'economia del paese più ricco del mondo. Da qualche mese, siamo piombati in una crisi terminale, agli occhi di tutti. E a soffrirne siamo proprio noi comunità italiana, perché ci trova con risparmi esangui, confiscati, e quando stiamo attraversando la terza e la quarta età, proprio nel periodo in cui è molto difficile reagire e compiere sforzi straordinari per sopravvivere.

Non possiamo neppure sperare nell'aiuto dei figli, anche loro alle prese con estreme difficoltà di sussistenza. In questo quadro di enormi penurie è palese anche l'aggravamento della cronica crisi della stampa di collettività. Interrotto da tempo il flusso immigratorio, le perdite di lettori e abbonati non vengono

ricoperte. Si aggiunga il fatto che non è possibile aumentare il prezzo degli abbonamenti, perché i connazionali riscuotono pensioni miserande, addirittura insufficienti per una vita decorosa. Coloro che possiedono commerci e piccole imprese, presi dalle difficoltà di ordine economiche, hanno eliminato anche i piccoli spazi di pubblicità. Le multinazionali italiane che operano in questo Paese e che mai hanno aiutato la nostra stampa, ora hanno nella crisi una giustificazione in più per ignorarci.

D'altra parte, le scuole italiane e le associazioni che realizzano corsi di cultura e lingua italiana, non hanno mai avuto l'avvedutezza di distribuire ai loro alunni i periodici in lingua italiana che si stampano in loco. L'unico aiuto che riceviamo è quello del Governo italiano, mediante i contributi che, però, sono divenuti irrisori, vere elemosine.

Se, da sempre, abbiamo dovuto lottare strenuamente, per mantenere operante il nostro settimanale, oggi ci troviamo in una situazione che non è esagerato definire drammatica. La svalutazione del peso ha avuto come conseguenza l'aumento del trecento per cento della materia prima indispensabile per la stampa del periodico, tutta importata: la carta, le lastre e le pellicole. Naturalmente, per giustizia, dovremmo aggiornare anche gli stipendi del personale di redazione e di tipografia.

Ciò giustifica l'appello che rivolgiamo ai nostri abbonati: rinnovate il vostro abbonamento! Solo così potremo superare la crisi e continuare a informarvi su quanto succede nel nostro Paese e nella collettività. Garantirvi informazioni sulle pensioni e sulle attività dei nostri Consolati, dei Comites, del Consiglio Generale degli Italiani all'Estero e, in vista delle elezioni politiche alle quali potremo questa volta partecipare, sulla campagna elettorale, sui candidati, sulle modalità di voto e quanto altro si rende necessario per coprire un avvenimento di questa portata. Se ci mancasse la vostra collaborazione non ci resterebbe che ricorrere a quell'eutanasia che consideriamo aberrante, ma che potremmo essere costretti ad adottare, come soluzione finale, almeno per risparmiare la nostra dignità. (Gaetano Cario, direttore-editore dell' "l'Eco d'Italia", Buenos Aires)


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