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INFORM - N. 66 - 3 aprile 2002

Italiani di Argentina: "Siamo figli di immigranti e non vogliamo essere padri di immigranti"

BUENOS AIRES - E’ molto difficile riassumere quello che sta passando alla gente in questo paese. Anche per un sociologo di grande esperienza svelare le nostre incognite richiederebbe un lavoro arduo ed esteso.

Questo esodo massiccio mi ricorda gli anni '77-'78 quando, in piena dittatura militare, iniziata il 24 marzo 1976, la popolazione giovanile se ne andava in cerca di sicurezza nei paesi europei, specialmente in Spagna, Francia e Italia. Ma, in quel momento, c’era una giustificazione, perché qui la morte era dietro l’angolo. Se ti succedeva qualcosa, molti tra quelli che oggi sbattono pentole dicevano "Qualcosa deve aver combinato", "In qualcosa deve essere coinvolto", giustificando in molti casi il sequestro e la scomparsa. La paura ha odore e sapore, e dal marzo del '76 fino alla fine dell’anno 1982, questo sapore ha fatto parte di un segmento di questa società, che nella sua stragrande maggioranza già non esiste più. Come disse una volta il dittatore Videla. "Non hanno identità, non ci sono. Sono desaparecidos."

Durante quegli anni di dittatura, qualcosa si è infranto in questa società e oggi, passati vent’anni dall’avvento della democrazia, ci rendiamo conto che ci manca tutta una generazione. Che la distanza tra coloro che manifestano con "escraches" e coloro che partecipano al "cacerolazo" è enorme; che un abisso li separa. Gli uni pensano "mai più", gli altri, quasi tutti, reclamano i risparmi di tutta una vita. Nel mezzo qualcosa si è spezzato e questa incredulità spinge non pochi ad affermare "che tornino i militari". Se i politici sono tutti ladri e i ricchi sono tutti corrotti, non dovremmo allora generalizzare arrivando ad affermare che tutti i militari sono assassini e torturatori? E infine dovremmo fare introspezione in noi stessi ed affermare che noi tutti, argentini, siamo complici, per lo meno per omissione. Sull’onda della generalizzazione certamente termineremmo tutti nello stesso sacco.

Io fui uno dei tanti che cercò miglior sorte e sicurezza in Europa alla fine degli anni settanta. Vissi lo sradicamento e ciò mi concede una certa autorità per opinare. E’ per questo che sedermi di fronte ad un anziano che ebbe il coraggio di lasciare tutto nella sua terra natale in cerca di lavoro per potere mantenere con dignità la sua famiglia, mi produce grande tenerezza e profonda ammirazione. So quello che sente, ed è per questo che mi rattrista profondamente il fatto che i giovani vogliano abbandonare questo paese in massa. Non credo che questo sia il cammino. Ancora una volta in Argentina trionferebbe l’individualismo. Mi raccontava il caro Padre Italo Serena - direttore della Voce d’Italia - pochi giorni fa che aveva letto andando per strada nella perferia di Buenos Aires uno striscione che diceva: "Siamo figli di immigranti e non vogliamo essere padri di immigranti". (José Tucci-La Comunità/Inform)


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