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INFORM - N. 65 - 2 aprile 2002

Eclissi della solidarietà internazionale

di Graziano Tassello

Un giornale può aiutare il lettore a riflettere, sebbene non manchi il pericolo di una manipolazione per la scelta delle notizie e per l’interpretazione dei fatti. Ma l’impatto mediatico della TV è ancora maggiore e crea una assuefazione alle realtà tragiche che ci circondano. Ci stiamo abituando al dolore e all’orrore e la legge della sopravvivenza in questa giungla di messaggi ci induce ad adottare l’arma dell’indifferenza come unica difesa possibile.

Siamo quotidianamente bombardati da emozioni forti e violente, che devono morire in fretta e non lasciare traccia; altrimenti domani lo spettatore cambierà canale e la TV perderà gli introiti della pubblicità.

Non è solo la gente che non si sente più coinvolta nelle tragedie umane. Le istituzioni stesse denotano quella che i sociologi chiamano compassion fatigue, che tradotta significa pensare esclusivamente ai fatti di casa nostra e non voler assumere responsabilità nei confronti delle sofferenze altrui che esplodono in continuazione sotto i nostri occhi.

Il costante arrivo di nuovi immigrati, di profughi e di richiedenti asilo sono le vedette che annunciano, al di là di numeri e di immagini, l’esistenza di milioni di persone che in altre parti del globo muoiono di fame o di guerra o di malattia perché lasciati a se stessi.

Questa compassion fatigue ha generato chiusure e restrizioni in tutti gli Stati tradizionali importatori di manodopera, lasciando spesso i commercianti di carne umana agire indisturbati nella gestione della disperazione e creando problemi sempre nuovi e conflittuali tra immigrati condannati alla irregolarità e richiedenti asilo politico. Dopo l’11 settembre 2001 la crisi di compassione si è trasformata in una autentica xenofobia che ha portato ad equiparare lo straniero ad un potenziale terrorista, mettendo in atto misure assai restrittive.

Esempio paradigmatico di questo nuovo corso è l’Australia, terra di immigrazione per eccellenza, intesa inizialmente come luogo di deportazione per i condannati che non riuscivano più a trovare posto nelle galere del regno, in alternativa agli Stati Uniti che con la loro voglia di indipendenza avevano precluso questa opzione. Successivamente l’Australia era divenuta approdo di milioni di immigrati.

Non si riesce a capire come una nazione voglia fare terra bruciata del suo passato, rifiutandosi di permettere lo sbarco di alcune centinaia di profughi afgani. La tragedia nella tragedia è che questa durezza politica ha permesso la rielezione del Primo Ministro che i sondaggi davano per perdente. Ma oltre a questo gesto condannato dai più, l’Australia sta insistendo con un accanimento senza precedenti nei confronti dei richiedenti asilo politico, sistemati in baracche inospitali nel deserto, in condizioni di vita spesso disumane.

Vige insomma la ricerca di soluzioni che non siano di aggravio alla popolazione locale. Ora l’Australia propone addirittura di parcheggiare i richiedenti asilo in alcune isole del Pacifico in attesa che vengano espletate le pratiche burocratiche per il riconoscimento del loro status giuridico. Sarebbe davvero un grande esempio di cooperazione internazionale, se non vi fossero di mezzo i sussidi che l’Australia è pronta a versare alle nazioni che acconsentono di dare asilo temporaneo ai rifugiati: lontan dagli occhi lontan dal cuore.

In tutte queste vicende emerge sempre di più la necessità di soluzioni a livello regionale o continentale per risolvere la sfida delle migrazioni e dei rifugiati. Ma le nuove migrazioni indicano anche l’urgente necessità di riscoprire la solidarietà internazionale con investimenti mirati nei paesi di provenienza e con un rispetto profondo per chi richiede asilo.

In fin dei conti il problema vero è nostro: "Quanto peso diamo noi al valore della libertà?". Una volta si sosteneva che tutti dovevano essere pronti a tutto per salvaguardare la libertà. Per tanti oggi libertà significa curare i propri interessi di parte. Non interessa la ricerca della libertà degli altri. Quando ragioniamo in questo modo abbiamo fatto morire la libertà e ucciso l’uomo.

(Graziano Tassello-Inform)


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