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INFORM - N. 54 - 17 marzo 2002

Svizzera, una nuova legge sull’immigrazione

Immigrati e diritti

ZURIGO - Gli accordi bilaterali tra la Svizzera e l’Unione Europea hanno rimescolato le carte della politica verso gli stranieri che in futuro avrà due riferimenti principali: i cittadini appartenenti agli Stati dell’UE e dell’AELS e quelli provenienti dai Paesi extra-UE. Un passaggio che ha evidenziato da tempo i limiti e l’inadeguatezza della vecchia Legge sulla dimora e il domicilio degli stranieri (LDDS), risalente al 1931, e che ha spinto il Consiglio Federale a presentare il progetto di modifica che si fa carico del quadro mutato, cioè dei cambiamenti intervenuti nel mercato del lavoro, nella società e in Europa.

L’imminente introduzione della libera circolazione delle persone, un novum per la Svizzera che per anni si è affidata rigorosamente al contingentamento della forza lavoro, ha acuito l’urgenza di rivedere la normativa proiettandola "in un futuro a lunga scadenza" – come ha sottolineato la Consigliera federale Ruth Metzler.

Oltre alle esigenze imposte dai cambiamenti, si intravedono gli obiettivi concreti perseguiti dalla nuova legge, prontamente ribattezzati con la "politica dei due cerchi".

È evidente, infatti, lo sforzo del Consiglio federale per delimitare l’immigrazione dagli Stati non appartenenti all’Unione Europea. I cittadini provenienti dagli Stati terzi potranno emigrare in Svizzera soltanto se richiesti espressamente dall’economia e in possesso di buone qualifiche, e in ogni caso nel quadro di un contingentamento delimitato.

La categorizzazione secondo la provenienza influirà anche sullo status giuridico dei futuri immigrati. Gli accordi bilaterali garantiscono maggiori diritti ai cittadini provenienti dall’area UE rispetto a quelli pianificati nella legge per i restanti immigrati.

Il Governo, tuttavia, ha introdotto qualche miglioramento nella legge, soprattutto per il prolungamento del permesso annuale e il ricongiungimento familiare: in entrambi i casi non sarà più richiesto il beneplacito della polizia degli stranieri. Il permesso non sarà però rinnovato alle persone che dipenderanno dall’assistenza sociale.

La legge punta con forza sull’integrazione. Grazie agli sforzi fatti per l’integrazione, misurabili anzitutto con le buone conoscenze di una lingua nazionale, si potrà acquisire il permesso di domicilio (C) dopo 5 anni di soggiorno anziché dopo i10 previsti di regola. Per promuovere l’integrazione, la legge ha modificato il termine massimo per il ricongiungimento familiare: i cittadini immigrati potranno farsi raggiungere dai loro figli al più tardi entro cinque anni di soggiorno in Svizzera.

Il progetto di legge del Consiglio federale è senz’altro migliore del vecchio decreto del 1931, ma analizzando criticamente l’articolato di legge e le conseguenze che ne deriveranno, risaltano alcuni aspetti preoccupanti.

Intanto si constata subito che in futuro non ci saranno soltanto "svizzeri" e "stranieri", bensì stranieri di prima e di seconda classe. Il Consiglio federale, mettendo nero su bianco, ha reso concreto quanto era noto e si temeva fin dalla firma degli accordi bilaterali, l’armonizzazione cioè con la prassi europea in fatto di diritti delle persone, basata sul principio della libera circolazione delle persone. Il che, ricondotto alla realtà svizzera, è come dire che un cittadino dell’UE o dell’AELS vale più di chi è originario dell’Africa o dell’Asia.

Una distinzione simile è giustificabile solamente nel quadro dei criteri di ammissibilità all’immigrazione, anche perché oggi nessuno è in grado di dire come si svilupperà la libera circolazione delle persone con l’UE e quanti cittadini dell’Unione lavoreranno in Svizzera tra dieci anni. Una politica abbottonata, di attesa, verso l’immigrazione proveniente dai paesi terzi pare pertanto legittima, anche per evitare gli errori del passato con l’arrivo legalizzato di forza lavoro a buon mercato.

Non è giustificabile invece il differente stato giuridico attribuito agli immigrati originari dei Paesi terzi, svantaggiati sia in materia di ricongiungimento familiare che in altri campi. Piace poco anche il nome della legge, rimasto fedele alla vecchia titolazione del 1931, basata sul concetto di "straniero" e di "popolazione straniera", antitetico con gli obiettivi dell’integrazione, mentre si poteva ricorrere al termine di "immigrato" o di "Legge sull’Immigrazione".

La discriminazione sul piano dei diritti che colpisce gli immigrati non appartenenti agli Stati dell’UE o dell’AELS interessa gli stessi cittadini svizzeri. Un lavoratore proveniente dall’area UE e AELS immigrato in Svizzera potrà ottenere immediatamente il ricongiungimento familiare. Sua moglie riceverà un permesso di domicilio in Svizzera anche se originaria dell’Africa, Asia o America.

Cosa succede invece allorché un cittadino svizzero chiede il ricongiungimento con la propria moglie originaria di uno stato non appartenente all’UE o all’AELS? Nei primi cinque anni, la moglie del cittadino svizzero (o il marito di una cittadina svizzera) avrà semplicemente un permesso annuale, rinnovabile di volta in volta, con gli svantaggi evidenti che la precarietà comporta sul mercato del lavoro.

Il problema diventa poi acuto, e in questi ultimi anni è aumentato il fenomeno, se la coppia entra in crisi durante i primi cinque anni, separandosi di fatto. Nel momento in cui moglie e marito non vivono più nello stesso domicilio familiare, la donna o l’uomo non appartenente ad uno Stato terzo non ha più diritto al permesso di soggiorno e deve abbandonare la Svizzera.

Il progetto di Legge del Consiglio federale contiene dunque alcuni nodi da sciogliere sul piano dei diritti. Non si deve dimenticare che il 40 percento della popolazione immigrata è originaria da nazioni non appartenenti all’UE o all’AELS. Una fetta di popolazione così consistente non sarà disposta ad ingoiare la diversità di trattamento sul piano dei diritti e, contrariamente alle intenzioni, si corre il rischio di ottenere l’effetto opposto sul versante dell’integrazione. (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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