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INFORM - N. 49 - 11 marzo 2002

La nuova realtà dell’immigrazione femminile in Italia. La collana "Percorsi di donne" di Carocci editore

ROMA - La collana "Percorsi di donne" di Carocci editore si struttura in otto monografie, che ripercorrono l’esperienza delle donne immigrate nel nostro Paese con particolare attenzione agli aspetti socio-sanitari. L’iniziativa è stata promossa dalla Organon Italia per meglio indagare il complesso panorama dell’immigrazione femminile attraverso il contributo di studiosi ed operatori del settore. La presentazione, tenutasi alla vigilia della Festa delle donne presso il CNEL sotto la presidenza di Giorgio Alessandrini, è stata pensata per dare maggiore visibilità a questa "nuova" componente della popolazione italiana. "Amiamo l’Italia ma siamo anche portatrici di differenze culturali che non possiamo e non vogliamo dimenticare", ha affermato la peruviana Pilar Saravia che ha raccolto testimonianze di donne immigrate da quattro continenti. Le ha fatto eco Silvia Costa, coordinatrice dell’incontro: "Occuparsi seriamente delle donne immigrate significa essere concreti e rispondere ai loro bisogni specifici, sia a livello normativo che operativo".

Le donne rappresentano poco meno della metà (45,8%) del totale degli immigrati soggiornanti in Italia all’inizio del 2001 (1.388.153 secondo le registrazioni del Ministero dell’Interno e 300.000 in più secondo una stima che tiene conto anche dei minori). Stando alla provenienza, le aree a maggior protagonismo femminile sono l’Unione Europea (59,7% sul totale di quell’area), l’America Latina (68,6%) e l’Estremo Oriente (56,9%). In linea generale, le comunità di immigrati in cui è meno rilevante la presenza femminile sono quelle in cui è forte la presenza musulmana; se da un lato il Marocco è il paese dal quale giunge la maggior parte degli stranieri in Italia, l’Albania è quello che conta più donne (50.922). Seguono poi le filippine (quasi 43.000), le rumene (33.584), le statunitensi (30.673), e con 20.000 donne, le cinesi, le tedesche, le polacche e le peruviane. Tra le immigrate con permesso di soggiorno per motivo di lavoro una su tre svolge l’attività di collaboratrice domestica: si tratta di 90.000 colf e di queste il 60% ha un’età media tra i 31 e i 50 anni: ciò ridimensiona il comodo cliché di donne eternamente giovani e sempre disponibili.

Nell’area ginecologica e pediatrica si riscontrano più frequentemente alcune patologie tra gli immigrati rispetto agli italiani, causate per lo più da precarie condizioni di vita e in alcuni casi da carenze informative che sarà necessario affrontare più compiutamente nel prossimo futuro. In particolare, dinanzi alla sfida del dialogo transculturale, la medicina è sospinta a non essere paga solo degli aspetti tecnici ma anche a ripensare le modalità del rapporto medico-paziente straniera, rivalutando il peso che gli aspetti relazionali (qualità della comunicazione, livelli di incomprensione, incontro/scontro tra reciproche aspettative, grado di fiducia nella persona curante, ecc.) dimostrano di possedere ai fini dell’efficacia della cura. Gli operatori del settore evidenziano notevoli difficoltà nello stabilire una efficace comunicazione con le utenti immigrate anche al fine di una più consapevole gestione della salute riproduttiva. La circostanza sembra trovare conferma nell’elevato tasso di abortività delle donne straniere: delle oltre 138.000 interruzioni volontarie di gravidanza effettuate nel paese, ben il 10% ha riguardato cittadine immigrate. Fra di esse il fenomeno risulta in crescita cospicua a partire dal 1996 (+28,7%), mentre fra le italiane emerge una tendenza al costante decremento (-3,2%).

Il Gruppo di lavoro nazionale per il bambino immigrato della Società Italiana di Pediatria ha acquisito una serie di dati sulle patologie e i rischi sanitari dei bambini stranieri nati o presenti in Italia. Difficoltà nel parto (parto distocico, con la ventosa o il forcipe) si sono avute più frequentemente per le donne dell’Africa del Nord (4,2%) e dell’Asia (3,8%). I bambini di madri asiatiche hanno più degli altri (12%) un peso inferiore ai 2,5 Kg. Il parto cesareo è più diffuso nelle nascite dei bambini africani (31,2%) e di quelli latino americani (30,3%). Non sono state evidenziate, nella ricerca, differenze di patologie fra neonati extracomunitari e italiani, se non per quelle legate ad uno scarso controllo della salute materna e della gravidanza.

Si valuta che attualmente siano circa 120 milioni le donne che nel mondo hanno subito una qualche forma di mutilazione genitale femminile e che almeno 2 milioni di ragazze l’anno ne siano a rischio. L’età in cui la mutilazione viene praticata varia per gruppo etnico e per posizione geografica: più frequentemente, per lo più in ambienti rurali, sono coinvolte bambine tra i 4 e i 10 anni, ma questa pratica grava anche su neonate o su adolescenti, prima del matrimonio o durante la prima gravidanza. Si tratta di una violenza psicologica e fisica, che ha effetti irreversibili e spesso devastanti sulla salute fisica e mentale e che l’esperienza migratoria deve tendere a far superare.

Diversamente da quanto molti credono, la mutilazione genitale femminile non è una pratica religiosa specifica del mondo musulmano in quanto non viene citata in nessuno dei testi sacri dell’Islam: si tratta di tradizioni antichissime, che sono riuscite a sopravvivere anche dopo l’affermarsi dell’Islam o di qualche confessione cristiana. In Italia non si hanno dati attendibili circa il numero di donne immigrate soggette a questa terribile pratica che, però, non sembra costituire un vero problema sociale. (Antonio Ricci – Inform)


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