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INFORM - N. 48 - 10 marzo 2002

"Baia dos Tigres" di Pedro Rosa Mendes, giovanissimo scrittore portoghese. La rapida evoluzione delle idee nel mondo lusitano

LISBONA - Si scruta la baia, due galeoni ancorati al largo, Vasco de Gama è passato di là, le immagini del ricordo passano e fuggono via, le visioni della memoria lusitane svaniscono... così Pedro Rosa Mendes, corrispondente di guerra in Angola e Mozambico, inquadra il suo libro "Baia dos Tigres", l'ultima opera (è uscito a metà dello scorso anno) che si colloca nella letteratura portoghese contemporanea più significativa dopo la decolonizzazione.

Mendes è un giovanissimo scrittore, è nato nel 1968, riflette i sentimenti, le idee, le reazioni della nuova generazione. Ci introduce nella intimità orribile di due guerre civili ferocissime dell'Africa lusofona, che hanno fatto e stanno facendo milioni di morti. Ora è la baia delle tigri...

Ci rende un resoconto ricamato di sovrapensieri e di confronti tra quello che è stato e che è e tutto quello che poteva essere e non è stato; è la perdita dell'anima e la catastrofe materiale di tutto che l'humanitas lusitana non meritava. Percorre le regioni dell'Angola e del Mozambico, instancabile, incurante della propria vita; sono paesi-ecatombe anche di giornalisti, di scrittori, di curiosi eroici; si porta dietro una perpetua sensazione di vulnerabilità assortita da una facoltà di lasciarsi impregnare dai fatti e dalla gente; ne riviene con una accumulazione di incubi e di verità , di insegnamenti e di ricordi indelebili. Si è servito anche di cassette audio registrate a sorpresa; "i suoni mi ispirano più che le immagini" - ha detto Mendes, che ama particolarmente di riportarsi alla sonorità e spontaneità del portoghese meticcio parlato dai suoi interlocutori, che incontra nelle situazioni più diverse, insidiose, ostili, paurose, amicali, distensive, fraterne...

Ne è venuto fuori un libro composto di fatti veri, dolorosamente e gioiosamente vissuti, che sono raccontati perdendo ogni tanto gli intestatari, i nomi degli attori e la trigonometria dei luoghi, per ragioni di sicurezza.

Il fatto vero non è alterato o falsato, non si priva della sua autenticità, ma è spesso mimetizzato non dimenticando quella che è stata la presenza portoghese, che rimane in certo qual modo, trasformandosi in nuovi contesti.. Una presenza che è durata molti secoli. "Strade, ponti, città intere - scrive Mendes - sono stati radiati dalla carta, ma gli individui sentono di essere stati tagliati fuori dal mondo e dalla loro storia; sono venuto ad incontrare questi uomini e queste donne, ed i loro piccoli, per comprendere come fanno a sopravvivere, perché sopravvivono. "

Dalla intimità delle pagine di questo libro, le cui tre parti sono enigmaticamente intitolate "Terminus", "Africa Hotel", "Cité Miseria"', ci vengono incontro le ombre dei morti ed i moncherini di vita dei sopravvissuti. Ci si imbatte ad ogni canto nei mutilati che si trascinano sulle loro stampelle quando le hanno.

Pedro Rosa Mendes non lo dice espressamente ma par di cogliere verso la fine di Baia dos Tigres una nostalgia, commista ad un senso dolorosissimo di impotenza, come di un dovere mancato.

La nostalgia è per quella solidarietà ed unità della lusofonia, che mancarono alla caduta del cieco colonialismo di Salazar e di Caetano. Mancarono l'avvio intelligente delle autonomie e l'indipendenza consentanea delle colonie. I colonnelli marxisti della rivoluzione dei garofani (aprile 1974) non seppero far di meglio che abbandonarle precipitosamente. Il generale Spinola si impose un momento sui colonnelli e si rivolse al Brasile dirimpettaio dell'Angola. Fu un sussulto di intuizione e di visione lusitana. Ma si era ancora nelle spire della guerra fredda, dell'interventismo militare dell'URSS.

Il Brasile ebbe paura. Invece dei brasiliani nell'Africa portoghese arrivarono i guerriglieri di Fidel Castro .E l'Europa latina non mosse un dito. (Alberto Marinelli-Inform)


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