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INFORM - N. 46 - 7 marzo 2002

Svizzera, salari miliardari per il management

ZURIGO - Lo scandalo delle orrende somme incassate a titolo di liquidazione da Percy Barnevik, l’ex manager della Asea Brown Boveri, la multinazionale svizzero-svedese, e dal suo successore Göran Lindahl, ha sgomentato l’opinione pubblica elvetica ed ha posto in primo piano la mancanza di trasparenza che regna sovrana sulle retribuzioni dell’intero sistema manageriale svizzero. I grandi gruppi industriali svizzeri, però, quando si vuole fare chiarezza sui salari versati ai capi sono totalmente abbottonati e soltanto la pressione dell’opinione pubblica potrebbe spingerli ad aprire il rubinetto dell’informazione, fornendo almeno indicazioni sulle somme complessive elargite al consiglio d’amministrazione e alla direzione affari, un ripensamento che in ogni caso non sarà rapido.

Lo shock provocato in ogni ambiente dalle rivelazioni sul caso Barnevik e Lindahl – 148 milioni di franchi in forma di liquidazione al primo e 85 milioni al secondo come buonuscita dopo un paio di anni alla guida dell’ABB – rischia di distogliere l’attenzione sul sistema di retribuzione dei manager, che in questi ultimi anni si è delineato come un problema generale. Si corre inoltre il rischio di banalizzare il problema, inquadrando gli esorbitanti emolumenti di oltre 10 milioni di franchi l’anno nel trend di americanizzazione della cultura d’impresa europea, facendo passare tra l’altro in seconda linea il pericolo di una "enronizzazione" di detta cultura.

Vale la pena di ricordare che prima dei 12,5 milioni di franchi pagati da SwissAir a Mario Corti, abbiamo vissuto il caso Affoltern e che top manager come Robert Studer e Mathis Cabiallavetta, si erano congedati dalla società in cui avevano conseguito risultati miseri e scadenti potendo contare su un paracadute dorato di 10 milioni di Franchi il primo e di 8 milioni il secondo.

Bisogna anche scoprire le carte di coloro che lamentano la mancanza di manager di "serie A" cui affidare la guida di società globali – in genere professori accademici e opinionisti di alto rango cointeressati al piazzamento, ben retribuito, di manager nelle alte sfere delle ditte operanti nello scenario mondializzato. Non è forse il caso di vederci meglio nella rete a collegamento globale che da San Gallo ad Harvard, dalla California a Berkeley, fucina un circolo di manager prediletti, non necessariamente competenti? La domanda pare legittima di fronte a indennizzi in nessun modo rapportabili a dimostrazioni di successo o di rischio connesso.

Di fronte all’indennizzo di 148 milioni di Franchi elargito a Barnevick, e ai 15 fino a 20 milioni annui tra salario e benefit vari da lui incassati alla direzione dell’AAB, la società del lavoro ha l’obbligo etico e morale d’interrogarsi. Può un uomo, pur capace, attribuirsi un valore monetizzato a dismisura? E per quale ragione ai suoi collaboratori che stanno alla base del processo produttivo e contribuiscono in materia altrettanto decisiva alla creazione del valore aggiunto si attribuisce un riconoscimento infinitamente inferiore? Grazie alla tanto decantata flessibilità del lavoro, anche nella ricca Svizzera é cresciuto il numero delle persone (14 percento) che non guadagnano abbastanza per vivere. Persone che ricorrono all’assistenza sociale per finanziare l’esistenza, una prestazione che paghiamo tutti con le nostre tasse.

E quanti posti di lavoro si potevano salvare con i 233 milioni di franchi pagati dall’ABB ai due manager? Siamo di fronte ad interrogativi pesanti, difficili da rimuovere. La remunerazione di 5,4 milioni di franchi attribuita nel 2000 a Rolf Hüppi, chef della Zurich Financial Services, appare mostruosa a confronto con il limite che contrassegna la soglia della povertà in Svizzera pari a 25.000 franchi, annui tanto per intenderci. (Franco Narducci*-Inform)

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* Segretario Generale del CGIE


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