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INFORM - N. 40 - 27 febbraio 2002

Da "Santi News", Newsletter edita dall'Istituto Fernando Santi

L'attualità di Fernando Santi

ROMA - Nell’agosto del 1968, ad un anno dalla sua morte, nell’ormai storico convegno di Vallombrosa delle Acli, Fernando Santi concludendo il suo intervento, diceva: "Vogliamo costruire una società nella quale l’uomo vive nella pienezza della sua dignità e della sua libertà. Come laico e socialista, sarò felice se questa nuova società di uomini giusti e liberi, potrà essere illuminata dalla luce della vostra ispirazione cristiana fonte perenne di tensione reale". Fernando Santi, in una epoca fortemente segnata dall’influenza delle ideologie, ricordava nel presente e indicava per il futuro, l’uomo, con le sue specificità, i suoi bisogni ed aspirazioni come al centro della azione del sindacato.

Era anche questa la cultura del socialismo umanista e liberale già affermata e praticata da Bruno Buozzi, quella cultura che ha contribuito, insieme ad altri numerosi elementi, a fare la Cgil quale è oggi, grande protagonista sociale in Italia ed in Europa. Santi era giunto alla seconda massima responsabilità della Cgil con Novella, dopo la morte di Di Vittorio e vi rimase fino al Congresso di Bologna del 1965. Anche per tutti i quattro anni successivi viva ed incisiva rimase la sua autorità morale e politica nel sindacato. E’ in questa fase, sia a livello nazionale sia internazionale, che maturarono importanti processi di cambiamento nei rapporti sociali e politici.

Il centro sinistra, oggi riletto con maggiore obiettività, fu invece vissuto allora anche in Cgil, come un’operazione posta in essere per marginalizzare la rappresentanza politica dei lavoratori comunisti. Non fu compresa la finalità di avanzamento democratico e di progresso conseguente alla partecipazione dei lavoratori italiani nelle istituzioni fino ad allora chiuse al punto tale da aver dato al Paese governi quali quello di Tambroni del 1960.

Fernando Santi, pur consapevole degli attacchi politici anche interni portati al ruolo dei socialisti nel sindacato, respinse le sollecitazioni della Uil di Viglianesi a costituire il sindacato di tutti i socialisti e, dopo la scissione del Psiup, iniziò un lavoro di ricostruzione della presenza dei quadri socialisti nella Cgil. Tenace assertore dell’autonomia dai partiti e dai governi, pur non dimenticando la sua cultura politica, si batté perché i socialisti del mondo del lavoro si collocassero all’interno della prospettiva di quel sindacato, la Cgil, che proprio per merito dei socialisti era stato fondato nel nostro paese.

Quando nel sesto Congresso della Cgil, quello di Bologna del 1965, Santi lascia il sindacato, nel "commiato", "l’ultima occasione che mi è offerta per intrattenermi con voi", come ebbe modo di dire, pronuncia un discorso memorabile, straordinario.

Santi dice: " L'esigenza dell'autonomia effettiva del sindacato, così come della sua unità, nasce dalla necessità del sindacato di non delegare ad altri, quelli che sono i suoi compiti naturali. Di non soggiacere alla pressione padronale, alle esigenze politiche di questo o quel partito, di questo o quel governo. L'autonomia del sindacato trova concreta espressione nella sua politica, che deve partire dalla realtà obiettiva dei rapporti di lavoro, dalle esigenze dei lavoratori e della collettività nazionale. L'unità del sindacato, ebbi già occasione di dirlo, quando è perduta non si rimpiange, ma si conquista. L'unità si conquista e si mantiene con una linea sindacale che porti avanti le giuste rivendicazioni dei lavoratori, a quel momento dato, in quelle obiett ive condizioni, così come la realtà le promuove e le rende possibili come dimensione, e da conquistarsi con un intelligente uso delle nostre forze e con metodi di lotta che siano accettabili dai lavoratori".

Ricorda Luciano Lama nel libro–intervista di Pasquale Cascella: "Determinante risultò la volontà di tutti i compagni della Cgil di non mettere in discussione l’unità dell’organizzazione. E’ vero, venne fuori un documento della direzione del Psi (di cui poi nessuno volle assumersi la paternità) che perorava la costituzione di un sindacato di tutti i socialisti. Ma quel tentativo dovette subito rientrare, contrastato come fu da Fernando Santi, il segretario generale aggiunto della confederazione, socialista. E Novella, che dal 1957, dopo l’improvvisa scomparsa di Di Vittorio, aveva preso la guida della Cgil, seppe impedire che tra i comunisti si determinasse, per reazione o per convinzione, una corrente di settarismo antisocialista: i socialisti – diceva – sono figli della Cgil come noi, se ne andranno solo se noi li spingiamo a farlo; noi però non possiamo bruciare questa occasione di preservare il germe dell’alleanza tra due forze che hanno una comune matrice storica e comuni valori per il futuro. Questa posizione di Novella, fermissima anche rispetto ad autorevoli compagni assai scettici, fu un grande merito di cui gli va dato atto. Con i socialisti fuori, inevitabilmente i comunisti sarebbero stati isolati anche come forza sindacale. L’unità della Cgil, viceversa, si tradusse immediatamente, alla base dell’organizzazione, in reciproca fiducia e lealtà nell’azione animando, negli anni successivi, il più ambizioso processo della formazione dei consigli e quindi dell’unità tra tutte e tre le confederazioni".

Questa risposta di Lama ad una domanda di Cascella, sull’importanza dell’unità all’interno dell’organizzazione della Cgil, va certamente vista nel contesto delle vicende cui è riferita anche se in essa si potrebbe leggere una sorta di preoccupata premonizione di avvenimenti, per responsabilità di molti, successivamente accaduti.

Quella unità delle persone che pur da culture politiche distinte ma nate da "una comune matrice storica" ricercano "comuni valori per il futuro" appare, oggi, pur nelle contraddizioni di un quadro generale difficile e complesso, un problema della sinistra politica, e se vogliamo, un urgente obiettivo, auspicabile se si vuole davvero perseguire una unità più ampia con la sinistra riformatrice in Europa.

C'è, infine, sempre nel discorso d'addio di Bologna, un passo estremamente significativo per delineare l'evoluzione del sindacato ed il ruolo, appunto, del riformismo. "La nostra lotta rivendicativa - dice Santi - ha il suo punto di fuoco nella fabbrica dove passa la linea della battaglia immediata per la ripartizione del reddito. Giusto. Ma dobbiamo riconoscere che l'azione salariale da sola non è in grado di rompere o valicare le strutture esistenti che reagiscono e si irrigidiscono chiamando in loro soccorso tutte le forze politiche e sociali conservatrici. Noi dobbiamo lottare anche per riformare queste strutture, per aprire nel muro d'argento del sistema il varco attraverso il quale passare con la somma delle nostre rivendicazioni quantitative e qualitative. E per questo fine non possiamo rinunciare, pur nella nostra autonomia, al concorso di tutte le forze socialmente avanzate ovunque esse si trovino collocate, all'opposizione o al governo".

Santi muore il 15 settembre 1969, mentre sta per sorgere una fase nuova della vita del sindacato. L'esperienza di elaborazione e di lotta del leader socialista della Cgil è ancora attuale. Se si ripercorre la sua storia, il suo insegnamento, si colgono nelle sue battaglie, nelle sue intuizioni, nel suo modo di concepire la vicenda sindacale, occasioni di riflessione critica, di grande valore e di evidente attualità. (Santi News/Inform)


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