* INFORM *

INFORM - N. 36 - 21 febbraio 2002

Nord e Sud divisi anche dal "divario digitale". Connessi e sconnessi

ROMA - Asani conduce per scarni pascoli il suo gregge ai confini del deserto del Kalahari. Mahmoud, invece, si sposta con i suoi cammelli e la sua tribù da Agadir a Marrakesh. Katma, con il suo bambino sulle spalle, lava i panni in una pozza d’acqua al confine tra Etiopia e Sudan.Ramu (forse si chiama così) si rannicchia nel calore del suo giaciglio in una discarica di Calcutta. Un indio "cinta - larga" di cui non sappiamo il nome risale con la sua barca di legno il Rio delle Amazzoni ai confini del Mato Grosso. Tutti questi individui sono profondamente diversi fra loro, eppure hanno una cosa in comune: nella loro vita non hanno mai fatto, e non faranno mai, una telefonata. E come loro ben due miliardi di persone sulla Terra.

Lo chiamano "digital divide", il divario digitale, e indica il vero e proprio abisso che separa i Paesi in via di sviluppo da quelli industrializzati nell’utilizzo delle tecnologie dell’informazione e delle telecomunicazioni, vale a dire tra chi conosce e usa il digitale e chi non può servirsene o addirittura ne ignora l’esistenza. Nel 2001, 700 milioni di persone hanno avuto accesso ad Internet a fronte, come già ricordato, di due miliardi di persone che non hanno mai usato il telefono. Il pianeta procede quindi a due velocità diversissime, e questo condanna il sud del mondo a restare impantanato, oltre che nella sua cronica povertà, nell’arretratezza tecnologica.

Alcuni mesi fa il Parlamento Europeo ha preso atto della gravità del problema e ha manifestato l’impegno a creare le condizioni per non emarginare i Paesi in via di sviluppo (l’84% della popolazione mondiale). Anche il Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan ha definito il "digital divide" una delle sfide più urgenti che si pongono all’attenzione della comunità internazionale. Le soluzioni possibili per superare questa sfida si ravvisano in nuovi investimenti per il potenziamento tecnologico nei Paesi in via di sviluppo, dove spesso mancano addirittura le condizioni giuridiche per avviarli. Con il contributo di istituzioni, governi e privati occorrerà varare progetti di formazione di studenti universitari e di tecnici nei loro Paesi, e creare telecentri e luoghi pubblici per l’utilizzo di Internet a bassissimo costo: dei "cybercafè" e "Internet cafè" finanziati da microcrediti agevolati. Solo così i Paesi in via di sviluppo potranno sperare di colmare in piccolissima parte il divario con l’Occidente, almeno per quanto concerne l’uso degli strumenti informatici, compiendo salti tecnologici senza passare per le fasi intermedie seguite dai Paesi industrializzati. E’ necessario rendersi conto che la rivoluzione informatica che stiamo vivendo in questi anni dovrà coinvolgere l’intero pianeta, nessuno escluso: è in gioco l’appartenenza al mondo di oggi o all’età della pietra, e questo è vero oggi più che mai. (Marcantonio Scipione-AIE/Inform)


Vai a: