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INFORM - N. 36 - 21 febbraio 2002

Ancora uno studio sull’insuccesso scolastico degli alunni italiani nelle scuole svizzere?

BASILEA - Per chi si accontenta della buona fama di cui ormai gode la comunità italiana in Svizzera, sembra tempo sprecato occuparsi di questa tematica. Naturalmente non la pensano così le famiglie che quotidianamente sperimentano le difficoltà dei propri ragazzi nel loro cammino di formazione e non la pensa così nemmeno la Conferenza svizzera dei direttori cantonali della pubblica educazione, che ha pubblicato nel 2001 un interessante rapporto intitolato: "Allieve e allievi italiani in Svizzera". Il testo raccoglie i risultati di tre ricerche condotte rispettivamente nei cantoni Vaud, Zurigo e Ticino.

Nel canton Vaud, mentre ci si aspettava che il passaggio dalla seconda alla terza generazione avrebbe determinato un netto miglioramento nei risultati scolastici, si rileva invece un quadro contraddittorio. La situazione generale non indica un’evoluzione decisa, ma piuttosto una stagnazione o addirittura una regressione. Nelle scuole più esigenti gli alunni italiani sono ancora sottorappresentati, mentre la maggioranza frequenta le scuole di basso profilo. L’autore della ricerca mette in luce il carattere controproducente di certe misure di sostegno agli alunni in difficoltà. Invece di aiutare, esse hanno spesso l’effetto di segregare il ragazzo dal resto dei compagni e di scoraggiarlo. Nella ricerca svolta a Zurigo risulta che la conoscenza della lingua tedesca è fondamentale per il successo scolastico. L’acquisizione di questo strumento avviene nel corso degli anni, per cui i ragazzi stranieri debitamente incoraggiati riescono con il tempo a recuperare rispetto agli autoctoni. La vera difficoltà è rappresentata dalla posizione sociale sottoprivilegiata delle famiglie straniere, che determina una minore possibilità di sostegno ai figli nel loro percorso formativo: questa è ancora la situazione di molte famiglie italiane. Via via che la selezione all’interno del curriculum scolastico aumenta, diventano sempre più evidenti gli insuccessi degli alunni italiani.

I risultati più sorprendenti si hanno, però, in Ticino. In questo cantone la diversità linguistica non può essere addotta come motivo di difficoltà scolastica. Ancora una volta è la condizione sociale a determinare in buona parte il livello di istruzione che l’alunno raggiunge. Alcuni dati, tuttavia, fanno riflettere. La differenza di riuscita tra ticinesi e italiani, a sfavore di questi ultimi, si manifesta anche nel caso di famiglie più abbienti o tra i ragazzi della seconda e terza generazione. In questo caso l’unico elemento discriminante rimane la nazionalità, lo status di stranieri e di migranti. Il fatto di non avere la cittadinanza svizzera sembra influire negativamente sul profitto scolastico.

Gli studi citati attestano, dunque, che per gli allievi di origine italiana l’integrazione, nel senso di un uguale accesso a tutti i percorsi di formazione, è ben lungi dall’essere raggiunta. Se finora si è posto l’accento soprattutto sui condizionamenti famigliari, i dati raccolti dimostrano anche che è necessario ripensare la politica e le misure di inserimento scolastico dei figli degli immigrati. Innanzitutto bisogna sostenere maggiormente l’apprendimento delle lingue – sia quella materna che quella locale –, rafforzare la fiducia degli allievi in sé stessi invece di indebolirla, adottare metodi di sostegno che integrino il ragazzo nella classe regolare piuttosto che segregarlo. Si deve, inoltre, modificare lo status discriminante di straniero per i bambini nati e cresciuti in Svizzera, sia nell’uso quotidiano di tale termine, sia nelle aspettative degli insegnanti nei loro confronti, sia con l’introduzione della naturalizzazione facilitata o automatica.

Queste ricerche sugli alunni italiani, che appartengono alla comunità di più antica immigrazione in Svizzera, permettono davvero alla scuola di verificare sul lungo periodo gli esiti degli sforzi compiuti a favore dei ragazzi stranieri. È nell’interesse dell’intera società aggiustare il tiro, per evitare che una larga fascia di popolazione rimanga esclusa dalla formazione necessaria a costruire insieme armoniosamente un futuro comune. (Luisa Deponti-CSERPE/Inform)


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