* INFORM *

INFORM - N. 27 - 7 febbraio 2002

 

Un articolo di Gianni Pittella, responsabile DS per gli italiani all'estero

Mezzogiorno in surplace

 

BRUXELLES - L'Europa ha visto rallentare progressivamente il suo tasso di crescita nel corso del 2001. a recessione economica degli USA, come era prevedibile in un mondo globalizzato, ha avuto effetti negativi anche sull'economia europea. Sembrano poco probabili le previsioni di una ripresa nel 2002 e men che meno che sia la locomotiva americana, nel breve periodo, a fare da traino. Occorre dunque aprire una nuova fase delle politiche economiche europee che rilanci gli investimenti pubblici e privati nei settori strategici: ricerca e innovazione, formazione lungo tutto l'arco della vita, creazione di infrastrutture materiali e immateriali adeguate alle nuove domande di competizione e di coesione.

Questa è, assieme alla scommessa della costituzionalizzazione e dell'allargamento, la vera sfida europea, dopo l'avvio della moneta unica.

Il Mezzogiorno d'Italia, o meglio le Regioni in ritardo di sviluppo, possono e devono partecipare a questa sfida, ma, dopo aver segnato in proprio favore passi in avanti significativi dalla seconda metà degli anni 90 (una crescita nettamente più alta del Nord e quindi una riduzione del divario), sembrano essersi sedute. Un Sud in surplace, frenato nella sua progressività dall'ambivalenza di spinte innovative e creative e spinte conservatrici, trascurato e penalizzato da importanti scelte del Governo Nazionale, innanzi tutto quelle della legge finanziaria.

Il quarto rapporto del Dipartimento politiche di Sviluppo del Ministero dell'Economia, dà conto in modo puntuale del rendimento positivo delle regioni del Mezzogiorno a partire dalla seconda metà degli anni novanta. Non mi attarderò dunque su cifre e percentuali, su cui ci sono valutazioni comuni. Il punto vero è cogliere lo stallo odierno, rimuoverlo e ripartire. Io credo che lo si possa e lo si debba fare, con una consapevolezza, con alcuni obiettivi precisi e con una strategia adeguata.

La consapevolezza è che il Sud è dentro uno scenario più ampio, lo scenario di un mondo globale; di mercati globali, lo scenario di un'Europa che si allarga e che propone sfide, rischi ed opportunità. Non c'è modo peggiore di affrontare queste sfide che quello di lasciarsi condizionare dal ter rorismo culturale di chi presenta l'ampliamento e l'unificazione europea come un attacco alle risorse finanziarie destinate alle regioni del Sud. Uscire dall'obiettivo 1 è un traguardo, non può essere considerato una sciagura. La politica di coesione manterrà una sua continuità se sarà accompagnata, come io sono certo avverrà, da una opportuna riforma che eviterà "guerre tra poveri", che avvantaggino i nuovi arrivati a spese dei precedenti beneficiari, grazie ad una revisione che porti gradualmente le Regioni che hanno, in parte o in toto, colmato il gap del precedente ritardo in un'area di "finanziamento ridotto". È chiaro che sarà necessario avvia re una fase di fhasing-out, vale a dire di transizione morbida, che era ed è inevitabile. Pensare ad una politica di coesione che sostenga per sempre le stesse aree, le stesse Regioni, significherebbe svuotare di significato la ragione d'essere di tale politica. Ciò detto, è altrettanto chiaro che le Regioni oggi svantaggiate dovranno esser poste nelle condizioni di competere sui mercati, partendo da una posizione di pari dotazione infrastrutturale rispetto alle altre.

Veniamo ora agli obiettivi. Innalzare la capacità competitiva dei territori meridionali, la loro coesione, è possibile solo se si orienta la dote non trascurabile di risorse assegnate con Agenda 2000, ma anche quelle "aggiuntive" dello Stato e la partecipazione dei privati, ad un ventaglio non largo di priorità: le reti infrastrutturali materiali e immateriali, la ricerca, la qualità, l'ambiente. E qui emergono le dolenti note. L'attuazione della spesa prevista da Agenda 2000 è stata sinora lenta, insoddisfacente, salvo che in alcune regioni (Campania e Basilicata) che denunciano una più alta percentuale di impegni e di pagamenti.

Il 31 dicembre 2002 ci sarà la prima verifica intermedia della Commissione Europea. Potrà scattare il "premio" o la "ghigliottina" a seconda dei risultati raggiunti sul piano quantitativo ed anche su quello qualitativo. Pure sui P.I.T., i programmi integrati territoriali, immaginati proprio per destinare parte dei Fondi Strutturali allo sviluppo dei comprensori, si registrano ritardi, vecchie logiche campanilistiche, manie clientelari. Ed anche i P.O.N. (programmi operativi nazionali) registrano lentezze in alcuni casi, come il PON Sicurezza e Trasporti, a dispetto della domanda cruciale che su questi due terreni, viene dal Mezzogiorno.

Siamo ancora in tempo per riprendere la corsa. Occorre individuare gli strumenti idonei. Ne individuerei cinque:

Legherei a quest'ultimo punto, un'attenzione non più solo romantica o assistenziale verso la comunità italiana che vive ed opera nel mondo e che proviene, in buona parte, dal Mezzogiorno d'Italia. Essa rappresenta oramai una grande risorsa, una miniera di energie e di relazioni politiche ed economiche, un patrimonio di talenti nel campo culturale e scientifico. Quale migliore volano di un Sud che esce dal suo guscio di diffidenza e di protezione, e che si confronta, si allea o compete con le altre aree del mondo? (Gianni Pittella*-Inform)

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*Relatore permanente sui Fondi strutturali Commissione Bilancio al Parlamento Europeo


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