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INFORM - N. 26 - 6 febbraio 2002

Giacomo Sartori, un maestro di giornalismo

Abramo Seghetto, profondo conoscitore della realtà migratoria in Belgio, è il curatore di due preziosi volumi ("La terza generazione ricorda. Brevi scritti di P. Giacomo Sartori. Numero speciale di "L’Eco del Belgio". Quaregnon, 2001. 167 p; La lanterna magica di Astarotte. Fatti di emigrazione ed altro visti da un arguto osservatore e giornalista. Testi di Giacomo Sartori. Piacenza, Edizioni "L’emigrato", 2001. 544 p.) che raccolgono numerosi scritti di P. Giacomo Sartori, missionario scalabriniano, noto giornalista e polemista, attivo tra i minatori italiani in Belgio e tra gli operai in Francia negli anni ‘50 e ‘60.

Premessa ai volumi sono alcune essenziali annotazioni biografiche stese dal curatore, che inquadra il personaggio nell’ambiente umano, sociale e religioso nel quale operava P. Sartori. Silvio Pedrollo, nella prefazione al secondo volume, firma una deliziosa e perspicace critica letteraria della raccolta degli scritti giornalistici di Giacomo Sartori: "Le pagine sono fresche, appena uscite dalla tipografia. Il merito è delle sue qualità di narratore: la dovizia delle invenzioni, di spassosità delle sue pagine, la sua scrittura ricca di stile e di lingua"(p. 5).

La raccolta "La terza generazione ricorda" pubblica, nella prima parte, gli articoli apparsi sotto la rubrica "Guida del Lavoratore", nel "Sole d’Italia", settimanale per gli italiani del Belgio. "L’autore si era proposto come scopo quello di formare i minatori, proponendo loro con la formazione delle informazioni riguardanti la vita che conducevano"(p. 10).

Abramo Seghetto ricorda - anche per ovviare a incomprensibili silenzi da parte di pseudostorici che hanno del tutto ignorato il lavoro dei missionari - come l’amore per i minatori avesse spinto P. Sartori a fondare in Belgio il Movimento ACLI, accanto al patronato che già funzionava al momento del suo arrivo. "Le ACLI - sosteneva Sartori - saranno il gran campo d’azione e di formazione umana, sociale cristiana dei minatori italiana". Egli considerava il movimento anche come una scuola di preparazione e di formazione al sindacato.

Sartori crede nel migrante, ne celebra le fatiche spesso dimenticate, offre il meglio di sé ad un pubblico che attende con ansia i suoi pezzi settimanali come una lettera inviata da un carissimo amico: lettera letta, commentata, discussa, nelle baracche, in miniera o nelle osterie.

La serietà dell’analisi, la brillantezza dello stile e soprattutto la straordinaria capacità comunicativa rendono le due raccolte parte essenziale della storia nel giornalismo di emigrazione. I volumi, testimonianza di un lavoro paziente di ricerca e di trascrizione di articoli apparsi su giornali, alcuni dei quali ormai irreperibili presso le biblioteche, costituiscono un doveroso gesto di affetto alla memoria di un missionario, e di tanti altri come lui che, negli anni più tragici dell’emigrazione, si sono rivelati gli unici a difendere la causa dei migranti e ad invocarne la tutela dei diritti fondamentali. Si veda in proposito la battaglia di P. Sartori per il riconoscimento della silicosi come malattia professionale e si leggano le sue parole di missionario che aveva vissuto in prima persona il dramma di Marcinelle: "L’emigrazione italiana del Belgio è passata tutta per le trincee della miniera; n’è uscita o sta per uscirne, con bilancio di centinaia di morti, di migliaia di feriti, di decine di migliaia d’invalidi, totali o parziali, per l’annidamento delle polveri nei polmoni… Ma adesso, basta! Se si vuole che si costruisca un mondo che rispetti l’umana dignità, se si vuole dare alla nostra emigrazione un volto e una garanzia del domani, bisogna che gli italiani cessino, quanto prima , di cavar carbone, almeno dalla maggior parte delle superstiti miniere del Belgio" (p. 164).

Con i suoi scritti P. Sartori indica chiaramente il percorso obbligato per quanti collaborano con i giornali di emigrazione dove scrivere significa soprattutto capacità di creare una coscienza della dignità del migrante e del suo ruolo nella società di accoglienza. Il suo non è un giornalismo di prossimità, come Charles Lambroschini definisce quel giornalismo che si adagia sui vizi e le abitudini del lettore evitando di parlare di temi spinosi. P. Sartori è un autentico paladino del ruolo vero del giornale di emigrazione che non può essere il solito giornale, ma che, accanto alla informazione specializzata, mira in modo vivace e creativo alla formazione dei suoi lettori: coscienza critica contro tentativi della comunità di chiudersi in se stessa o di essere manipolata. (Graziano Tassello-Inform)


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