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INFORM - N. 26 - 6 febbraio 2002

Giorgio Mauro(CGIE): Quale ruolo per i Comites? Andiamo a rileggerci gli atti della Conferenza Nazionale del 1988!

ROMA - All'ordine del giorno dell'Assemblea plenaria del CGIE del 13-14 febbraio figura la riforma degli organi rappresentativi, Comites e CGIE. Ma sembra che i Comites, interpellati dal CGIE perché facessero conoscere il loro parere sulle linee della riforma all'esame del Parlamento, non abbiano dato apprezzabili segni di vita. Sull'argomento interviene ora dall'Olanda Giorgio Mauro, con alle spalle una lunga esperienza anche nel Coemit e poi nel Comites di Amsterdam. Lo fa con una lettera aperta indirizzata ai colleghi della terza commissione del CGIE "Diritti civili, politici e partecipazione", che si riunisce alla Farnesina sin da sabato 9 febbraio per discutere appunto della riforma dei Comites e dello stesso Consiglio Generale.

Cari colleghi della terza Commissione del CGIE,

La letter a di Franco Narducci con la quale ci informa del silenzio dei Comites alle richieste di pareri forse utili al percorso di riforma della normativa attuale, merita – anche questa – la massima attenzione. I Comites rappresentano potenzialmente l’ unica piattaforma chiamata per legge a dibattere, ma anche ad intervenire, all’estero sui temi della partecipazione, della tutela, della promozione, della cultura e quant’altro. In pratica, la parte malvagia di quella stessa legge li riduce poi a pochissima cosa. Ricordo, e con me i più anziani tra voi, che fino alla metà degli anni ottanta le piattaforme erano state libere, chiamate a consulta sui piccoli e sui grandi temi da associazioni, patronati, enti di formazione professionale, comitati scolastici ed a volte dai partiti politici. Gran parte delle attenzioni nasceva da situazioni locali, per esempio l’integrazione, l’attività nei sindacati e nei partiti del posto. Convergeva anche, l’attenzione, su questioni "italiane", la scuola, la cultura, il voto, il tempo libero, le regioni, le pensioni.

Ricordo passioni ed entusiasmi di quei tempi. Mobilitazioni esemplari di gente che viaggiava per lunghe distanze a spese proprie per partecipare ad un convegno o per levare un cartello davanti a un consolato. Nascevano idee, progetti, intese, dibattiti, proposte. La comunità era viva e si faceva sentire. La partecipazione era libera, sentita e vissuta. Ogni grande convegno era preceduto da tempi di preparazione veramente partecipati. Secondo me l’ultimo grande momento di genuina partecipazione è stato con la Conferenza degli italiani che vivono il mondo svolta a Roma nel 1988. Torna utile oggi rileggersi gli atti di quel convegno nella parte che il dibattito dedicò alla riforma dei Coemit. Ci si ritrovano quelle che per me sono tra le più sensate e razionali proposte di modifica della legge 208/85 e che oggi sono ancora perfettamente attuali. I Coemit, dicevamo, sono il solo organismo eletto a suffragio universale che non gestisce nulla. I Coemit non riescono a sollevare attenzioni nella comunità. Sta nascendo una sorta di dualismo con le associazioni che li porta ad essere snobbati. Gli stessi pareri obbligatori non hanno valenza alcuna. I compiti dei Coemit indicati nei primi articoli della legge sono irreali, soprattutto quelli sulla tutela. I Coemit a fronte delle legislazioni locali, pur con i debiti riconoscimenti, non hanno peso mancando loro il requisito delle adesioni di sostegno ed essendo stati concepiti da un parlamento straniero incompetente a legiferare all’estero. I Coemit non riescono a comunicare con la comunità. Insomma, tutte questioni che indicavano la ragionevolezza di una riforma che desse ai Comitati un significato, una ragione di esistere, un’immagine insomma da far ricadere sugli elettori a risposta del voto ricevuto.

Macché! La riforma si fermò come sappiamo al nome ed a quella strana norma che prevedeva l’assunzione del segretario esecutivo solo in qualche comitato e non in tutti.

D i contro i peggiori timori degli italiani all’estero sull’insufficiente ruolo dei comitati presero puntualmente a verificarsi. Un po’ di colpa va anche data a situazioni contingenti, quale la crescente disattenzione verso l’estero dell’associazionismo nazionale rispetto al passato, l’analogo calo dei partiti politici e quello della maggior parte delle regioni.

Certo è che le attività dei Comites ed i risultati raggiungibili sono oggi ridotte al minimo e – fatto salvo il merito di chi riesce comunque ad organizzarle - non si sa cosa riescano a smuovere rispetto al mandato ricevuto dai primi tre articoli della legge. Da qui e là segni di vitalità provengono dal livello di contenzioso acceso con il console. In realtà - fatti salvi, ripeto, i meriti di chi si è impegnato nei Comitati - la comunità non ha la visione di un organismo che si muove ed agisce in risposta al mandato elettorale. Non ha, la comunità, cose da chiedere al comitato. Il mandato è stato dato in risposta ad una domanda, non in base ad un bisogno. Questo è il vero nocciolo della questione. Mancando il confronto e con questo il momento di verifica periodica tra elettore ed eletto che è il solo riscontro possibile per avere i dati di risposta al mandato assegnato con il voto, diventa illusorio pretendere che la comunità presti attenzione ai Comites. Perché tale momento di verifica ci sia, il Comites deve poter gestire qualcosa del bene pubblico in linea con competenze congeniali ad organismo eletto a suffragio universale. Oggi però questo momento non c’è proprio perché i Comites non gestiscono niente. La caduta nell’ombra è inevitabile nonostante le meritorie feste della befana o quella della Repubblica.

Che fare? Anch’io, come voi mi sono riletto gli emendamenti proposti e giustamente inviati da Franco Narducci ai Comites nel novembre scorso per sentire anche la loro voce. Anche se passassero tutti lo stallo permarrebbe. Si propone di cambiare il nome, nuovamente, poi si introducono le incompatibilità, il dibattito sulle quali sembra artificioso perché getta ombra sulle reali problematiche; qualcosa, si propone di cambiare, nel numero dei seggi, qualcosa nelle modalità delle elezioni. Ma un ruolo preciso non viene nemmeno ipotizzato. Il ruolo è come immobilizzato in quei tre articoli iniziali che altrettanti lustri di vita vissuta hanno evidenziato come irreali. Il Parlamento però non solleva la questione e ciò mi ricorda la frase con la quale un presidente dell’INPS rispose durante un convegno del 1980 ad una domanda su quando si sarebbero pagate in tempo le pensioni agli emigrati: "E’ urgente attendere!" – disse con un sorriso.

Certo, la Commissione numero tre ha una bella gatta da pelare a formulare un parere in materia. Io mi sento di dire che la mia posizione sarà quella di insistere sulla riformulazione del ruolo dei Comitati in modo che la leggi assegni loro un ruolo specifico all'interno della comunità attraverso la gestione diretta di capitoli di spesa diretti alle comunità. Vent’anni fa dicevamo che i Coemit erano una scommessa che avremmo vinto. Invece non ha vinto nessuno.

Devo necessariamente in questa lettera essere succinto. Non intendo affatto banalizzare per esempio il cuore, la passione ed il tempo che tanti nostri connazionali mettono nelle attività da loro svolte all’interno dei Comites. Ma ahimè, nessuna passione potrà mai portare ad una interpretazione diversa di una legge. Qui valgono solo le modifiche approvate dal Parlamento.

Fr aterni saluti, Giorgio Mauro

(Inform)


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