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INFORM - N. 17 - 24 gennaio 2002

L'editoriale di "Corrispondenza Italia"

La crisi socio-economica mondiale e la distribuzione perversa della ricchezza

ROMA - Secondo alcune stime fondate sull’analisi delle conseguenze economiche , per le famiglie italiane, dei provvedimenti assunti con la Finanziaria 2002 e con altre leggi varate negli ultimi mesi, l’aggravio del costo della vita ascenderà, nell’anno scorso, a 51 mila miliardi di vecchie lire (26 milioni di euro). E’ vero che per 2 milioni di anziani, per esempio, c’è il famoso aumento dell’assegno, al milioni al mese. Ma, a parte gli altri 4 milioni di pensionati esclusi dal beneficio, per le famiglie lavoratrici c’è una "manovra occulta" che si combina in modo perverso con gli aumenti striscianti "da arrotondamento all’euro". Una manovra fatta di ticket aggiuntivi imposti non più dal Governo centrale ma dalle regioni , di nuove tasse su benzina e metano, di Irpef comunali o Ici, di aumenti fino al 15 per cento delle medicine, di sovra-costi assicurativi e per le utenze di prima necessità.

Rammentiamo questo scenario "domestico" non certo per paragonarlo a quelli, ben altrimenti drammatici, che angustiamo i popoli amici del Sud America e in particolare la società argentina e i tanti connazionali che si confrontano con gli effetti distruttivi di politiche economiche sciagurate, poste in essere dalle classi dirigenti di quei paesi. Vogliono invece dire che, un po’ in tutto il mondo, la crisi economica si aggrava in rapporto al calo della cosiddetta "domanda aggregata" e cioè della capacità di vasti ceti popolari di acquistare e consumare beni, prodotti e servizi essenziali.

Negli Usa, in 20 anni, la quota di reddito dei ceti più ricchi è passata dal 34 al 39 per cento del totale. In Italia, in 10 anni, ben 4 punti di reddito nazionale si sono spostati dal loro al capitale.

Sono queste le tendenze (quando non corte da idonee politiche sociali redistribuite) che innescano le crisi economiche, negli Usa, come in Sud America, in Europa come nei paesi asiatici cosiddetti "emergenti". E per un verso e per l’altro, sia i Democratici di Clinton che i governi socialdemocratici o di centro-sinistra, in Italia come a Buenos Aires, hanno supinamente seguito, di fatto, le stesse politiche che Reagan e la Thatcher prima e il centro-destra, con qualche ritardo, in Italia, proclamano a più chiare note, nel solco di quel neo-liberismo che sgrava di imposte i ceti più ricchi, illudendosi (o illudendo propagandisticamente gli elettori) che quel surplus di risorse finanziarie lasciate a disposizione delle classi più forti, si tradurrà automaticamente in investimenti-sviluppo-occupazione.

L’esperienza storica, al contrario, dimostra che quel surplus di ricchezza viene giocato al casinò delle borse, producendo quelle bolle speculative che prima o poi esplodono.

Ciò mentre la maggioranza della popolazione vede diminuire i soldi da spendere in beni, consumi, e servizi reali; cioè proprio quella domanda aggregata che sostiene la produzione reale, le fabbriche e le aziende che a un certo punto, non sanno a chi vendere e cominciano a licenziare. Ed ecco le emorragie dall’industria e le cosiddette ristrutturazioni. Negli Usa, dopo i 250 mila posti perduti nel 2001, la prospettiva è quella di ,8 milioni quest’anno; nella Ue si prevedono 600 mila disoccupati in più nell’anno; e per non citare sempre e solo i paesi "consanguinei" dell’America Latina, in Cina con un colpo solo sono stati licenziati 120 mila ferrovieri.

Questi gli effetti di quel globalismo selvaggio che ha sedotto anche la Cina del fu-Maotzetung. L’esatto opposto di quel globalismo solidale al quale si ispira il movimento internazionale sindacale. (Corrispondenza Italia/Inform)


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