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INFORM - N. 12 - 17 gennaio 2002

 

Un articolo di Gianni Tosini sul Frontalierato. - Messaggero di S.Antonio, febbraio 2002

Nuove regole per i frontalieri. Europei per eccellenza

Su invito del Ministero del lavoro della Repubblica Federale di Germania ho partecipato ad Aachen, Aquisgrana, alla Conferenza sui Lavoratori Frontalieri d’Europa. Organizzata dal Ministero del Lavoro, dal Ministero della Sanità tedeschi e dalla Commissione Europea, la Conferenza, nel suo insieme, è stata voluta per esaminare e approfondire temi, situazioni, esperienze e difficoltà che i lavoratori frontalieri, "per eccellenza europei", devono affrontare quotidianamente. Questi cittadini hanno il privilegio di essere considerati "Europei per eccellenza", in quanto vivono in due distinti Paesi dell’Unione, anche se devono affrontare tutte le difficoltà che comportano leggi, disposizioni e la politica di due diversi Paesi. Questo avviene in contemporanea in quanto il frontaliere vive in un Paese e lavora in un altro. Lascia la propria abitazione il mattino, emigra in un altro Paese, lavora tutto il giorno, per poi ritornare a casa la sera.

È evidente che chi opta per il frontalierato ha sicuramente dei vantaggi economici e, spesso questo tipo di scelta di vita viene effettuato da lavoratori già migranti, che provenienti da un Paese si stabiliscono in un altro Paese e poi si recano a lavorare quotidianamente in un terzo Paese.

Ma veniamo ai problemi quotidiani che la Conferenza ha voluto discutere e valutare. Dagli interventi alla Conferenza è emerso, ancora una volta con chiarezza, che lo status di lavoratore frontaliere non è più applicabile solo a colui il quale quotidianamente si sposta da un Paese all’altro per lavoro, ma rientrerebbero nella categoria anche i lavoratori che settimanalmente si spostano per lavoro, e che rientrano in patria alla fine della settimana.

I relatori, pur trattando temi legati ai lavoratori frontalieri che lavorano nei Paesi dell’Unione Europea, hanno costantemente fatto il parallelo con quanto avviene per i lavoratori frontalieri della Svizzera, Paese che non aderisce all’Unione Europea (anche se vi è un accordo, non ancora operativo, sulla libera circolazione e la sicurezza sociale) che ha un numero elevatissimo di frontalieri e una legislazione avanzata in materia. Rimanendo in Svizzera si calcola, ad esempio, che solo nel Ticino (il Cantone della Svizzera Italiana) dalla Lombardia e dal Piemonte giornalmente si spostano dai 20 ai 30 mila lavoratori italiani. Un altro rilevante numero di connazionali dalla provincia di Sondrio, quotidianamente si reca al lavoro nel Cantone dei Grigioni (industria alberghiera ed edilizia). Nell’Alto Adige, in particolare dalla provincia di Bolzano, pur non in numero rilevante, vi è un quotidiano spostamento di lavoratori italiani verso la Svizzera.

Su un altro fronte – e in questo caso l’emigrazione è verso la Francia e il Principato di Monaco – un fenomeno ormai antico interessa i nostri lavoratori residenti in Liguria. Così pure avviene in Romagna e interessa la Repubblica di San Marino. Fenomeno inverso, per quanto concerne l’Italia, si registra nel Triveneto, in particolare nel Friuli-Venezia Giulia, regione che accoglie da anni centinaia di lavoratori dell’ex Jugoslavia (Slovenia e Croazia) impiegandoli nelle fabbriche o in mansioni più umili, vista la scarsità di manodopera locale.

Il frontalierato, in particolare quello dell’Unione Europea, è un fenomeno di larghe proporzioni. Belgi che si recano al lavoro in Olanda, in Francia o in Germania; Francesi che lavorano in Germania o in Belgio; Danesi sempre più numerosi che si recano al lavoro, dopo la costruzione del ponte che collega la Danimarca con la Svezia, in Svezia. È in forte aumento anche il numero dei cittadini britannici che ogni giorno, utilizzando il tunnel sotto la Manica, si recano a lavorare in Francia o in Belgio.

All’interno della UE, il Paese che ospita, in percentuale, il numero più alto di frontalieri è il Lussemburgo. Il Ministro del lavoro di quel Paese, presente alla Conferenza, ha affermato che nel Granducato un lavoratore su tre è frontaliere. Questo senza considerare l’elevato numero di lavoratori stranieri già residenti nel Granducato, attratti dalle condizioni di lavoro e da un sistema fiscale favorevole. Anche la Germania assorbe un elevato numero di lavoratori frontalieri.

Quindi il fenomeno del frontalierato è in forte espansione nell’attuale Unione Europea, e lo sarà ancora di più con l’ingresso e l’adesione all’Unione di altri Paesi, come i Paesi dell’Est europeo che dispongono di un forte numero di lavoratori disponibili a trovare lavoro e prosperità nei Paesi di maggiore industrializzazione.

Va sottolineato che la Conferenza ha trattato gli argomenti all’ordine del giorno sia considerando il numero degli interessati, sia valutando le attuali disposizioni legislative dei singoli Paesi, soffermandosi e dibattendo separatamente per singoli temi.

La prima analisi si è soffermata sulla legislazione della Comunità, che con i Regolamenti Comunitari coordina le singole legislazioni nazionali al fine di non far perdere diritti acquisiti ai lavoratori, e nel frattempo si propone di facilitare la libera circolazione della manodopera. E la prima e grave denuncia in merito viene rivolta all’Europa, ai suoi amministratori e politici, in quanto il "sociale" del lavoratore frontaliere è ancora oggi regolato da un regolamento comunitario del 1968 (n° 1612/68) ripreso poi nel 1408 del 1971. Quindi una disposizione ancora in vigore da oltre trent’anni. I tempi sono naturalmente cambiati, ed è ovvio che se l’Europa sociale vuole essere più moderna e più attuale, in particolare per i giovani, il "tema sociale" deve essere affrontato con urgenza e priorità, soprattutto oggi che con l’entrata in vigore dell’Euro.

I TEMI DELLA CONFERENZA SUL FRONTALIERATO

Permessi di lavoro

Ogni lavoratore, anche se proveniente da un Paese dell’Unione Europea, pur vivendo a pochi chilometri dal luogo di lavoro (ma in un altro Paese), necessita di un permesso di lavoro che deve essere sottoposto ad ogni disposizione legislativa del Paese d’accoglienza, questo nell’ambito della direttiva dei regolamenti comunitari, che, così come furono formulati trent’anni fa, sono prevalentemente legati alla sovranità dei singoli stati. Oggi sono di fatto superati e non portano ad un moderno e semplice sistema di gestione del "mercato del lavoro europeo".

Pensioni e Sicurezza sociale

Nessuna diversa norma si applica ai lavoratori frontalieri. Valgono anche per essi le disposizioni in vigore per i lavoratori migranti residenti, e quindi vengono applicati i regolamenti comunitari che coordinano le legislazioni dei singoli Paesi.Le conseguenze note ai nostri emigranti, non sempre positive, sono state trattate in passato anche dalla nostra rivista.Torneremo comunque ad affrontare la questione nei prossimi numeri del Messaggero.

Fisco

I singoli relatori si sono a lungo soffermati sull’argomento Fisco, in quanto le tasse sono determinanti al fine di stabilire il reale stipendio di chi lavora. Non è tanto quanto si guadagna, ma soprattutto quanto rimane a fine mese di "pulito" nelle tasche del lavoratore.

Problema di carattere generale, ma per il frontaliere che in contemporanea deve convivere con due sistemi fiscali diversi (Paese di accoglienza e Paese di residenza) ha una situazione non delle più facili. Non vi è nell’Unione ancora un Fisco comune (almeno nel sistema), e ogni Paese agisce con un suo distinto metodo. Diverse aliquote, diverse deduzioni sociali, e metodi di prelievo completamente diversi. Vi sono Paesi che effettuano il prelievo direttamente nella busta paga, altri nella zona di residenza, altri ancora applicano un sistema misto. In teoria, visti i diversi sistemi fiscali, vi potrebbe essere la paradossale situazione di lavoratori costretti a versare due volte i tributi quando il Paese di accoglienza effettua le trattenute fiscali nella busta paga e, in contemporanea, il Paese di residenza dispone di un sistema di prelievo legato alla residenza; mentre, viceversa, nessuna somma sarebbe dovuta quando il Paese di lavoro richiede la tassa al residente, mentre nel Paese di residenza del frontaliere, la tassazione viene effettuata sulla busta paga.

A regolare o meglio ad evitare le doppie imposizioni fiscali, vi sono sì disposizioni o accordi specifici stipulati indipendentemente tra singoli Paesi, ma essi sono di non facile applicazione per effetto dei sistemi fiscali diversi o per la di diversa interpretazione burocratica.

Problemi enormi che il lavoratore frontaliere d’Europa incontra, così come tutti i cittadini europei, e che attende una soluzione politica, da molti anni annunciata ma mai attuata. Dopo la moneta unica credo che all’Europa necessiti un sistema fiscale unico, pur con qualche diversità nazionale, premessa questa per giungere ad un sistema di Sicurezza sociale europea che, pur nell’autonomia dei singoli stati, dia la possibilità di avere un’Europa con un sistema più uniforme per privilegiare di più la libera circolazione della manodopera.

Sanità

Anche la Sanità è legata ai sistemi nazionali, e quindi il lavoratore frontaliere deve utilizzare due previdenze e due sistemi. Una nel Paese di lavoro e una nel Paese di residenza. Spesso deve avvalersi di due medici di famiglia, dentisti (e ogni assistenza che riguarda la salute e la prevenzione). I contributi sanitari vengono anch’essi, di norma, versati nel Paese di occupazione e occorre tutta la documentazione prevista dai regolamenti comunitari per avere l’assistenza gratuita per sé e per i familiari nel Paese di residenza: un iter burocratico che lascia a desiderare.

Ma i problemi maggiori sorgono al momento del pensionamento. La Conferenza ha denunciato nel dettaglio le situazioni: quando un lavoratore deve lasciare il sistema sanitario del Paese di occupazione, laddove le cure specialistiche e dentarie sono superiori, come in Germania, e deve optare per l’assistenza nel Paese di residenza con tutte le difficoltà nel ricostruirsi una rete di servizi, ivi incluso il medico di fiducia.

I ricoveri ospedalieri, salvo quelli urgenti, sono spesso sottoposti a vincoli burocratici che non danno la massima tranquillità al malato. E succede che un lavoratore frontaliere che per anni ha versato i contributi sanitari nel Paese di lavoro, una volta che ha lasciato questo e rientra pensionato a casa, non può più usufruire dell’assistenza sanitaria erogata dal Paese, anche se ha versato i contributi sanitari per anni.

È proprio sul versante della Sanità che vi è un’enorme disparità in Europa, e per maggiore tranquillità molti lavoratori si tutelano con l’adesione a sistemi privati o semi-pubblici. Il sistema della Sanità europea andrebbe radicalmente rivisto permettendo ai pazienti libertà di movimento all’interno dell’Unione, e introducendo finalmente il libretto sanitario europeo.

Occupazione

Anche sull’occupazione occorrerà rivedere le disposizioni, in particolare quelle legate alla disoccupazione, problema questo che riguarda principalmente i giovani e coloro che superano la soglia dei 50 anni e che si trovano disoccupati e in cerca di nuova sistemazione occupazionale. È farraginosa e non sempre applicabile l’attuale legislazione europea che incide negativamente sui nostri lavoratori migranti.

Servizi

Nel suo complesso, l’Europa, pur progettando innovazioni, non ha ancora trovato un sistema che permetta una vera liberalizzazione delle frontiere, organizzando servizi transfrontiere più consoni al lavoratore comunitario, in particolare per coloro che vivono nelle zone di frontiera. Per far capire meglio quanto avviene cito una testimonianza.

Un lavoratore frontaliere francese che si reca al lavoro in Belgio (tre chilometri tra l’abitazione e il luogo di lavoro), attraversa quotidianamente la non più esistente frontiera, ma è ancora sottoposto alle esigenze legislative e organizzative di due distinti Paesi. Una lettera, ad esempio, che l’ufficio del lavoro del Belgio (Paese in cui lavora) deve far pervenire all’analogo ufficio in Francia (Paese di residenza) deve partire dal luogo di occupazione, giungere a Bruxelles, da Bruxelles essere inviata a Parigi per poi giungere al luogo di residenza. Un giro enorme perché considerata posta internazionale, quando il tutto potrebbe essere gestito localmente viste le distanze: 3 chilometri!

Se si entra poi nei complessi sistemi della gestione della viabilità delle zone di frontiera, in particolare quella della rete stradale, le cose si complicano. Per ogni progetto occorre coinvolgere stati, provincie e comuni con tutte le conseguenze che ne derivano. Analoghi problemi sono riscontrabili per le zone di frontiera nella gestione di servizi pubblici di autobus e dei mezzi di trasporto in generale.

Conclusione

Se in Europa i frontalieri esistono e sono numerosi, è perché i lavoratori che si spostano hanno vantaggi economici (in particolare coloro che lavorano nel Lussemburgo, vista l’esigua tassazione) e occupazionali. Ma la Conferenza ha voluto sottolineare anche i disagi per giungere a soluzioni che portino maggiore benessere alle popolazioni e ai singoli lavoratori.

La Conferenza ha chiesto alla Commissione Europea di formare un gruppo di esperti per approfondire il fenomeno, e procedere alla riforma degli ultra-trentennali regolamenti sociali europei, che a mio avviso dovrebbero tenere in considerazione le ultime e positive evoluzioni della comunità (Euro in particolare), e portare soluzioni legate anche al territorio con intese nazionali o multinazionali al fine di avere una più semplice gestione di tutti i servizi e provvidenze, senza dimenticare le peculiarità dei territori limitrofi dei singoli Paesi (come nei casi sopra descritti). La soppressione delle barriere doganali non è sufficiente. Occorre che tali barriere siano soppresse anche per il sociale. L’eventuale creazione di aree transnazionali per alcuni servizi permetteranno sicuramente un migliore servizio alle varie comunità. Rammento che questo, anche se per linee generali, è stato incluso nella carta dei diritti sociali europei, acquisita dai Capi di stato dell’Unione nell’incontro di un anno fa a Nizza.

Frontalieri italiani e Finanziaria 2002

Con il comma 23 dell’articolo 1 della Legge Finanziaria 2002, il lavoratore frontaliere italiano potrà disporre anche per quest’anno delle stesse agevolazioni fiscali incluse nella precedente finanziaria, che in linea generale – in particolare per il frontalieri della Svizzera – prevedono la non considerazione, ai fini fiscali, del reddito da lavoro prodotto nelle zone di frontiera. (Gianni Tosini-Messaggero di sant'Antonio/Inform)


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