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INFORM - N. 3 - 4 gennaio 2002

Tobia Bassanelli: "La nuova Italia globalizzata. Perché il voto all’estero non sia una vittoria di Pirro"

FRANCOFORTE - Il 2001 verrà soprattutto ricordato per l’11 settembre, una data che, secondo i commenti politici più diffusi, ha cambiato la società e la storia. Gli italiani nel mondo lo ricorderanno anche per il 20 dicembre, il giorno in cui il Senato ha approvato in modo definitivo l’esercizio del diritto di voto all’estero, introducendo per loro una propria rappresentanza nel Parlamento italiano (12 deputati e sei senatori).

C’è voluto quasi mezzo secolo, certamente troppo, per garantire un diritto democratico così scontato eppure costato tanta fatica. Ma forse proprio per questo, dal pomeriggio di quel 20 dicembre e nei giorni successivi, la gioia è stata profonda, intima, unica. Ci siamo sentiti finalmente cittadini. Subito partiva il diluvio di congratulazioni per l’artefice maggiore di questo traguardo, l’on. Mirko Tremaglia, o di comunicati stampa per sottolineare il ruolo determinante svolto dalla sinergia di quasi tutte le forze politiche sul problema. Noi abbiamo preferito fare dieci giorni di riposo, di festa, per assaporare fino in fondo, nel silenzio delle parole, un evento destinato a cambiare in modo sostanziale la politica e la sensibilità del Paese verso i concittadini oltre frontiera. Un evento che diventa lo spartiacque tra un’Italia rinchiusa su sé stessa, incapace di riconoscere e di valorizzare questo immenso capitale umano nel mondo, ed un’Italia che accetta le sfide della globalizzazione, vi adegua le proprie leggi, si riconosce ora senza vergogne nei suoi figli della diaspora, accetta in Parlamento la loro voce e la loro esperienza, e sul mercato del mondo preferisce privilegiare il cittadino (nella pienezza dei suoi diritti) rispetto alla merce lavoro o al prodotto.

Era stata la grande intuizione della Prima Conferenza degli italiani nel Mondo dell’anno precedente a Roma, purtroppo fatta fallire da pretesti amministrativi, strettezze dei tempi, campagne di stampa, egoismi elettorali dei partiti, tacitamente uniti nel non rinunciare subito a ben 18 mandati parlamentari.

La lontananza delle prossime elezioni, la testardaggine di Tremaglia, e la ritirata silenziosa dal pulpito dei media nazionali dei grandi oppositori (Migone, Testori, e altri, che puntualmente, alla vigilia delle scadenze parlamentari determinanti per il voto all’estero gettavano scompiglio e insicurezza, e riuscivano sempre almeno a far rimandare la decisione definitiva), hanno fatto il miracolo. Perché di questo si tratta. Le dichiarazioni di facciata e la quasi unanimità del voto non devono ingannare. Dietro permangono le ombre, l’incertezza, la scarsa convinzione, l’estraneità della stragrande maggioranza della popolazione. Ombre che già cominciano a farsi vive (vedi l’articolo "Voto impossibile" di Fulco Lancester su "La Stampa" del 2 gennaio) lanciando messaggi alla Corte costituzionale perché dichiari "l’incostituzionalità delle disposizioni" recentemente approvate dal Parlamento, reo d’aver agito "più con il sentimento che con la testa". Ombre che aspettano la verifica del primo appuntamento elettorale per esplodere con maggior violenza, soprattutto se questo sarà segnato da disfunzioni (mettiamole pure in conto) e da scarsa partecipazione (da non escludere, sia per la lunga astinenza politica che per il maggior interesse al voto locale, e per tanti altri comprensibili motivi).

L’esercizio del voto all’estero diventa allora una sfida che il Parlamento italiano rilancia ai propri cittadini nel mondo, per tastarne il senso di appartenenza al Paese, recuperarla se andata perduta negli ultimi decenni, e per verificare se dietro le richieste degli addetti ai lavori – Cgie, Comites, Associazioni, ecc. – c’è un reale interesse di base o era solo una messinscena di pochi patiti. I notiziari della RAI e di Mediaset del 20 dicembre, grazie alla parabolica giunti anche nelle case degli italiani in Germania, non hanno provocato caroselli di auto con Tricolore nei centri delle città, come succede in occasione dei mondiali di calcio a quasi ogni vittoria dell’Italia. Eppure era un successo atteso da decenni. Ma da chi? Da quanti? E perché non abbiamo assistito neppure a capannelli, dibattiti, brindisi? Perché una notizia così esaltante è caduta, sia in Italia che all’estero, a parte l’obbligo di informazione dei media e l’esultanza degli "esperti", nell’indifferenza generale?

E’ da questa realtà che bisogna partire, se non si vuole che il 20 dicembre si trasformi in una vittoria di Pirro. A che serve una rappresentanza parlamentare se dietro c’è il vuoto di partecipazione, o se diventerà lo zimbello dei colleghi? Diciamocelo chiaro: è stata una battaglia di principio, per dare piena cittadinanza, e quindi peso politico, a chi non l’aveva; perché i diritti rendono un paese civile e moderno solo se esistono anche nei fatti e non solo sulla carta. Dietro non c’è stato un movimento di massa. Ma questa è la storia di tante rivendicazioni e di tanti diritti. Le avanguardie hanno fatto il loro lavoro, ma ora non devono restare sole, ancora isolate. Questa è la grande sfida, il cui esito è molto incerto. Per obiettive difficoltà. Ma va vinta. Per non ritrovarsi tra le mani, come dicevamo, una vittoria di Pirro, e magari tra qualche anno un Parlamento che si rimangia quanto recentemente approvato. E l’eroe di oggi, l’on. Tremaglia, costretto a farela fine dell’eroe di tangentopoli, l’on. Di Petro: diventare oggetto di scherno e di dileggio.

E’ da questa situazione di estrema spoliticizzazione della propria realtà che l’emigrazione organizzata deve ora ripartire per rimettere in atto un tessuto democratico che la cronica lontananza da ogni pratica elettorale e la preminenza dei problemi di sussistenza hanno estremamente indebolito se non del tutto spento. Ma nei 3-4 milioni di nuovi elettori italiani all’estero, nella grande maggioranza bene inseriti nelle nuove patrie di adozione, fino a che punto c’è interesse per l’esercizio pratico di questo voto? La cittadinanza europea, il cui varo verrà sicuramente accelerato dall’introduzione della moneta unica, non lo renderà obsoleto per i residenti in Europa? Interrogativi che non appannano la nostra gioia e la festa, ma che fanno capire come certi ritardi storici – e la vicenda del voto all’estero è tra le più emblematiche – possono trasformarsi in aborti. La legge c’è, gli italiani nel mondo ci sono: facciamoli incontrare. E presto. Le manovre per azzerare le recenti conquiste, se possibile anche subito, per esempio attraverso la Corte costituzionale, sono già iniziate. (Tobia Bassanelli*-de.it.press/Inform)

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* Missionario italiano in Germania, direttore di de.it.press e del Webgiornale www.webgiornale.de


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