* INFORM *

INFORM - N. 2 - 3 gennaio 2002

L'editoriale della rivista scalabriniana "L'Emigrato"

Chi è un clandestino

Ultimamente se ne parla così tanto e con tanta disinvoltura, che sembra stupido domandarsi chi è un clandestino. Ma quando fai la prova e chiedi a qualcuno: "Chi sono i clandestini?", e ti risponde: "Ce ne sono troppi!", allora è evidente che la parola non viene usata per il suo significato, ma per gli stati d’animo che scatena. Un po’ come succede per "extracomunitario": è una parola sbagliata, da sostituirsi con "cittadino non appartenente all’Unione Europea", ma continuamente adoperata, perché illude chi la usa di essere dalla parte giusta. La parola "clandestino", in più, ha la magia di mettere in guardia, ridestare i cinque sensi come per affrontare un pericolo, immaginare la reazione ad un attacco criminale, sentire il terrore di essere derubati e la nausea di non essere più padroni in casa nostra.

Poi però un "clandestino" (più correttamente: un "immigrato senza regolare permesso di soggiorno") lo incontri per davvero ed il facile abbinamento con un "criminale" non torna più nei conti.

Clandestina è ad esempio la piccola Maritza, di dodici anni, e lo erano i suoi genitori. Erano arrivati l’anno scorso dall’Ecuador con un visto per turismo e poi si erano stabilizzati da noi. Ora i suoi genitori sono stati espulsi, rimandati al loro Paese perché non avevano un permesso di soggiorno. Maritza è rimasta qui con la zia. I suoi genitori le telefonano ogni settimana; hanno pensato che poteva crescere meglio in Italia. Anche Rosa era clandestina. In Perù si era presa una laurea, ma in Italia lavorava da domestica. Mentre si trovava a casa di un’amica ha aperto la porta alla polizia che "operava dei controlli". Si è subito ritirata di corsa, a nascondersi dentro un armadio, mentre un agente la cercava urlando: "Dov’è la piccolina?". Rosa è stata rispedita al suo Paese, seguita dai pianti della "nonna" che curava.

Carmen, invece, è in Italia da due anni e per uno stipendio da fame lavora tutto il giorno presso una famiglia: quando azzarda qualche richiesta le ricordano che non ha i documenti in regola e che dunque è meglio se rimane zitta. Neppure in caso di ‘sanatoria’ potrà regolarizzarsi perché, dice nel suo italiano, "la patrona non me vuole pagar mis contributos".Mi hanno raccontato, poi, la storia di Mirko, morto schiacciato da un albero. Lavorava per una grossa ditta di giardinaggio, anche lui da "clandestino". I datori di lavoro si sono lestamente preoccupati per far firmare alla moglie la rinuncia ad ogni tipo di risarcimento.

Eccoli i "clandestini": la stragrande maggioranza hanno questi volti e sono anche alle dipendenze di chi, certo solo in pubblico, reclama a gran voce di rispedirli a casa. Oppure sono profughi, che affrontano il mare e mettono in conto di rimanere in balia delle onde ed anche di perdere la vita, pur di sfuggire alla guerra ed alla fame.

Ciò detto, e senza nulla togliere al fatto che nel mucchio ci possano essere le mele marce, vanno senz’altro trovate delle soluzioni, anche se il fenomeno della clandestinità ha sempre accompagnato la storia delle migrazioni. Tanti nostri italiani lo sono stati negli Stati Uniti e lo sono ancora; e qualcuno personalmente, altri attraverso i propri figli, hanno contribuito grandemente alle fortune americane. Una certa indulgenza, dunque, andrà esercitata, sia per quanto detto, che in omaggio alla nostra storia di emigrazione.

Oltretutto stiamo solo cercando di ricomporre i cocchi che abbiamo prodotto. A quest’ultimo proposito, ricordo che nel 1745 l’Accademia di Digione pose il problema sull’origine della disuguaglianza tra gli uomini. Allora Jan-Jaques Rousseau lasciò un frammento illuminante: "Il primo che, avendo cintato un terreno, pensò di dire questo è mio e trovò delle persone abbastanza stupide da credergli fu il vero fondatore della società civile. Quanti delitti, quante guerre, quanti assassini, quante miserie ed errori avrebbe risparmiato al genere umano chi, strappando i pioli o colmando il fossato, avesse gridato ai suoi simili: "Guardatevi dal dare ascolto a questo impostore! Se dimenticate che i frutti sono di tutti e la terra non è di nessuno, siete perduti". (Gianromano Gnesotto-L'Emigrato/Inform)


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