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INFORM - N. 239 - 17 dicembre 2001

 

Svizzera e stranieri: impegno su vari fronti

LUGANO - Se è vero (e purtroppo lo è) quanto asserisce uno studio della fondazione "Avenir Suisse" secondo cui soltanto l’immigrazione permetterà all’economia svizzera di mantenere la sua competitività nei prossimi decenni - invecchiamento della popolazione e scarsa natalità cause fondamentali - allora è più che giustificata la nuova politica che si intende instaurare nei rapporti con gli stranieri.

Ma come in ogni politica accanto alle luci non si possono nascondere le ombre.

Questa nota del CEDIEM (Centro documentazione e informazione emigrazione) intende puntualizzare la grande prima pagina della nuova politica che punta alla naturalizzazione della seconda e terza generazione di stranieri ed accennare quel tanto che basta al fenomeno dei clandestini e ad una ricetta che vorrebbe una maggior integrazione per lottare contro il terrorismo.

Che ci creda anche il popolo !

È un nostro auspicio.

L’autorità federale, sulla scorta anche delle risposte alla consultazione, crede fermamente che è giunto il tempo di modernizzare la vecchia legge sulla cittadinanza.

Accanto alla volontà di concedere il passaporto rosso automaticamente agli stranieri della terza generazione (con un consenso, è ovvio, dei genitori se minorenni) e di snellire al massimo le pratiche per quelli della seconda generazione (alcune condizioni sono state espressamente segnate), il governo federale punta anche a rinnovare tutte le pratiche che conducono alla concessione della nazionalità (tempi di attesa, costi, diritti di ricorso …) cercando di uniformarle su tutto il territorio nazionale.

Sicuramente alla base di questo rinnovamento (qualcuno l’ha definito "rivoluzione") della legge sulla cittadinanza ci sono il senso di giustizia e di equità; sicuramente anche considerazioni di ordine economico vi giocano la loro parte.

Che a questo cambiamento creda anche il popolo, abbiamo auspicato nel sottotitolo. E forse tutta l’incognita sta proprio qui: quando si parla di 300/500 mila stranieri che hanno le carte in regola per ottenere il passaporto rosso, si mette davanti un boccone enorme che non tutti sono disposti a ingoiare, specialmente se all’orizzonte si prospettano - come qualcuno predice - nuovi periodi di recessione e quindi di nuova disoccupazione.

Il cambiamento, secondo noi, va spiegato in tutti i dettagli e a tutti i livelli perché nessuno gradisce le innovazioni che cadono dall’alto e basta.

Controindicazioni e sconfinamenti almeno incerti

Per rendere più completo il quadro degli stranieri in Svizzera, una certa attenzione va rivolta anche alla popolazione clandestina, i cosiddetti "lavoratori nell’ombra".

Contabilizzare con esattezza quanti clandestini lavorino in Svizzera non è impresa facile, per ovvi motivi.

L’ultimo sondaggio realizzato dal Forum svizzero per lo studio delle migrazioni ed effettuato presso 821 ditte coperte dall’anonimato ha dato risultati che vanno valutati attentamente.La cifra di 70/80 mila sembra essere realistica; ma analisi effettuate con diversi metodi di calcolo conducono addirittura a 160/180 mila stranieri non dichiarati e senza regolare permesso. La presenza più forte di clandestini si riscontra nei settori dell’agricoltura, della costruzione e del turismo; e non si tratta di richiedenti l’asilo se non in misura trascurabile.

Quella della manodopera clandestina può essere una pericolosa controindicazione (alla nuova legge sulla cittadinanza) cui potrebbero aggrapparsi quanti si trovano in disoccupazione.

Nel discorso globale Svizzera-stranieri abbiamo scoperto - e l’abbiamo ritenuta per lo meno inconsueta - la ricetta di Urs Von Däniken, capo del servizio di analisi e prevenzione all’ufficio federale di polizia.

Secondo Von Däniken le persone che vivono da molto tempo in Svizzera e che si sono integrate potrebbero diventare un "serbatoio di reclutamento tradizionale per tutte le possibili azioni di malcontento" (l’accenno sembra essere riferito a immigrati musulmani) se non inserite nella collettività con eguali diritti oltre che con eguali doveri.

Il periodo di caccia al terrorismo, è vero, ci contamina un po’ tutti. Ma che l’integrazione e tanto più la naturalizzazione debba essere mercanteggiata col rischio di azioni sconsiderate se non addirittura col terrorismo … sinceramente ci sembra un po’ troppo, conclude il CEDIEM. (Inform)


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